La battaglia di Brunanbuhr (937)


Dalla Cronaca anglosassone.

La Cronaca anglosassone è un testo di storia che “nasce” nei monasteri. In seguito all’introduzione del Cristianesimo, nei monasteri – oltre che trascrivere manoscritti e miniature – si cominciarono a redigere testi in forma annualistica sugli accadimenti interni al monastero (riunioni, conciliaboli, morte di abati, funzioni di vita quotidiana e non, amministrazione, registrazione di ospiti viandanti, visite illustri). In seguito, l’attenzione fu posta anche sugli avvenimenti “mondani” o comunque esterni alla vita del monastero (la corte, le successioni al trono, battaglie, registrazione di fenomeni premonitori di sciagure quali avvistamenti di draghi volanti o campi inondati dal sangue).

Fu per impulso di Alfredo il Grande – il più importante promotore della cultura anglosassone – che si scrisse la Cronaca Anglosassone. Si tratta, dunque, di una raccolta di 8 manoscritti diversi che narrano storie di epoche diverse. La narrazione è in prosa, intervallata da alcuni passaggi in versi, uno dei quali è proprio la Battaglia di Brunanbuhr.

È un poema celebrativo della vittoria di Æþelstan (regnò dal 925 al 940) ed Edmund, figli di Edward il vecchio e nipoti di Alfredo il Grande, contro i vichinghi norvegesi, nel 937.

Æþelstan conduceva l’esercito sassone del West Sessex contro i norvegesi, gli scotti e i britanni che cercavano di conquistare il Northumbria.

I vichinghi erano capeggiati da Olav, il quale aveva già instaurato il suo regno a Dublino; gli scotti erano guidati da un re di nome Costantino e a capo dei britanni vi era il condottiero  Owen.

Il luogo esatto della battaglia non è mai stato individuato, ma da alcune indicazioni dedotte dal testo si può presumere che si sia svolta in una località in prossimità del mare o di un fiume nell’Inghilterra del Nord.

Stile e metrica

Stilisticamente il poema mantiene gli schemi della poesia eroica antica. L’artificiosità è evidente nel lessico, nelle immagini retoriche, nell’esaltazione celebrativa della vittoria e nell’indugiare con tono di disprezzo verso il nemico attribuendo immagini mitiche di bestie (tradizione letteraria di derivazione celtica).

Nonostante il tono celebrativo, il brano non deve essere inteso come un componimento patriottico dal momento che non vi è alcuna coscienza di appartenenza o identità inglese, poiché l’Inghilterra era suddivisa in numerosi regni. Molto più semplicemente si può pensare al poeta come a un membro della corte del re, il cui compito era quello di scrivere un poema “propagandistico” per esaltare e immortalare nel tempo la gloria del re vincitore. Infatti, la conquista della gloria era il fine supremo nella vita di un guerriero ed una aspirazione comune a tutti i popoli germanici.

La metrica. Il verso utilizzato è quello lungo germanico con cesura che unisce due mezzi versi. I due mezzi versi sono legati dall’allitterazione (ripetizione delle consonanti o ripetizione delle vocali iniziali di parole diverse). Le parole con allitterazione hanno l’accento forte e sono generalmente sostantivi, aggettivi, verbi; l’accento non cade mai sulle parti deboli del discorso quali preposizioni, congiunzioni, articoli, prefissi. Non vi è un numero simmetrico di sillabe, né rime interne, né rime finali.

Rispetto ad un componimento scaldico (poesia norvegese antica), il resoconto della Battaglia di Brunanburh risulta alquanto scarno, povero di figure retoriche e ricchezza di linguaggio.

Perché alternare l’uso della prosa a quello della poesia ?

Inserire la poesia all’interno di un brano di prosa non serviva a creare maggior pathos, né tanto meno ad abbellire il testo. La poesia per la sua particolare struttura metrica beneficia di maggior fedeltà e credibilità; infatti è molto più difficile modificare nel corso del tempo un testo poetico che non una narrazione in prosa, almeno ché non si abbia la stessa abilità del poeta originario nel modificare alcuni versi.

La poesia è, quindi, una specie di schermo protettivo contro le manipolazioni postume ed è per questo motivo che citare un brano poetico è sinonimo di veridicità, storicità e autenticità dell’evento che ci si accinge a narrare.

Oggi, per un filologo di lingue nordiche citare a memoria i primi versi dei componimenti antichi è come recitare a memoria “La Divina Commedia” di Dante Alighieri:

« Her Æþelstan Cyning, Eorla Dryhten

Beorna Beahgifa his Brođor eac

Edmund Æþeling ealdorlangne Tir

Geslogon sæcce sweorda eggume

ymbe Brunanburh »…

In quel tempo Æþelstan RE, Signore dei Nobili,

donatore di anelli ai soldati[1] e suo fratello

Edmund il nobile, sempiterna Gloria

Ottennero nella lotta, con le lame delle spade

Nei pressi di Brunanbuhr …


[1] Il termine beahgifa è composto da Beah = armilla o pezzo di oro ritorto e Gifa = verbo sostantivato, donatore. Una variante del termine e Beahbrytta = colui che spezza gli anelli ed era un titolo di onorificenza. I germani, infatti, usavano adornarsi di collane d’oro e anelli i quali servivano non solo per abbellimento, ma all’occorrenza funzionavano da moneta corrente o da pronta ricompensa nei confronti di un servo leale durante i banchetti o per riconoscere il merito di un valoroso soldato in battaglia. Si riconosce in questo appellativo la generosità del sovrano. 

Il verso 68 della battaglia di Brunanbuhr

Al verso 68, sono citati alcuni libri a testimonianza che quanto è stato detto e illustrato sulla battaglia di Brunanbuhr è fondato su fatti realmente accaduti. I testi a cui si fa riferimento sono molto probabilmente la precedente cronaca storica del Venerabile Beda, l’Antica Cronaca del monaco Nestore, e i testi in volgare degli annali irlandesi. Riguardo alla grande invasione degli angli e dei sassoni, citata al verso 70, se ne fa menzione nel cap. XV del Libro I di Beda. Nella prima parte del volume I°, il Venerabile Beda si dilunga descrivendo Albione (antico nome per la Britannia): gli usi, i costumi, le genti, la convivenza tra le etnie, la natura imponente e lussureggiante, le specie animali che popolavano le foreste e così via. Lo stesso Beda trae le sue informazioni da fonti diverse: Gilda, Orosio, Plinio, Solima e soprattutto dall’ « Esamerone » di Basilio il Grande. Dopo questa lunga digressione, finalmente Beda introduce gli eventi che condussero all’invasione anglosassone:

Old map… nell’allora Albione, vi era una grande etnia principale, quella dei britanni, seguita dagli scotti che occupavano l’Irlanda e parte della Britannia settentrionale. Giunsero i pitti dal nord. Dei pitti si conosce ben poco, non esistono testimonianze che possano confermare le teorie riguardo le loro probabili origini celtiche o addirittura scandinave, certo è che i pitti si stanziarono – in data ignota – nell’estremità nordica dell’isola britannica e considerate le difficoltà orogeniche e climatiche, da lì si spinsero verso il sud. I pitti conquistarono, dunque, i territori degli scotti e dei britanni, sposarono le loro donne e cercarono di uniformare il territorio.

Questa era la situazione come si presentava agli occhi del conquistatore romano Giulio Cesare e di Augusto Settimio Severo e in seguito agli occhi dei primi monaci cristiani di Teodosio e del console Ezio. Nonostante le conquiste romane, i britanni conobbero momenti di abbondanza e ricchezza alternate a lunghi e laceranti periodi di carestia. E fu proprio in un periodo di carestia che avvenne il cambiamento.

Nel 449 d. C. Marciano, console romano in Britannia, decide di ritirarsi da quei luoghi ostili e abbandona i britanni al loro destino. Quello stesso anno, giunsero dal mare –  a est dell’isola – tre navi e tre re: angli, sassoni e iuti, i quali trovarono terreno facile per la conquista di un popolo fragile, disorganizzato e già sottomesso.

Questa è l’unica informazione pervenutaci riguardo la presunta origine e identità delle tre navi e dei rispettivi re stranieri. Altri documenti ne parlano, ma nessuno si sofferma sulla loro provenienza: pertanto ce siano angli o sassoni o iuti non possiamo far altro che fidarci di Beda.

Da questo punto in poi – vale a dire dall’invasione in poi –  il racconto di Beda assume la forma di una genealogia sul modello delle antiche saghe, in cui sono minuziosamente elencate le discendenze dei re invasori, le loro tradizioni, i loro usi e costumi.

Trascorsero 44 anni di stragi e conquiste tra gli indigeni e gli anglosassoni prima di raggiungere un equilibrio tra le diverse etnie e la distribuzione del potere. Un equilibrio destinato ad essere sconvolto da un’altra invasione di portata e conseguenze maggiori: i VICHINGHI o norđ menn.

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