La società vichinga


Quando non si combattevano le guerre, la società era a carattere agricolo e pastorale, un modello di vita che si portavano dietro anche durante i grandi spostamenti migratori. Per esempio, si ritiene che i goti si spostarono dalla Svezia e raggiunsero l’Africa settentrionale attraversando diverse regioni dell’Europa centrale e mediterranea, ivi stanziandosi, sparpagliandosi e mescolandosi con le tribù del posto. Questo processo durò millenni.

L’uomo comune nordico è contadino e guerriero allo stesso tempo e aspira alla gloria mortale per riservarsi un luogo di prestigio nell’aldilà. La gloria era inevitabilmente legata al nome e al prestigio guadagnato con gesta eroiche. Per far sì che il nome di un eroe non fosse dimenticato, occorreva che qualcuno ne ricordasse le gesta. Nacque così la figura del POETA.

Il poeta

Costui era l’esperto della lingua, conosceva le formule di invocazione, era uno sciamano e un medico capace di trovare rimedi magici ad ogni male; era anche un giurista conoscitore del diritto, depositario della legge e della tradizione (orale) giuridica. Il Poeta era un intellettuale, un custode della cultura e della storia della tribù di appartenenza e quindi colui che conosceva ed era addetto alla preservazione della memoria dei nomi e delle imprese degli uomini della tribù, assicurando loro l’immortalità, anche terrena.

Con queste molteplici qualità, il poeta era un individuo molto rispettato e venerato.

In seguito, lo SCALDO – questo era il nome per il poeta scandinavo – fu accolto presso la corte del re, nel ruolo di celebratore e propagandista del re stesso.

Furono istituite delle scuole per scaldi e il tirocinio era molto lungo: in Gallia durava 20 anni, in Irlanda 12. Occorreva tempo per imparare le leggi della retorica e le tecniche di memorizzazione e di elaborazione metrica e delle metafore.

La metrica indoeuropea non è né di tipo quantitativo, né sillabico, ma solo linguistico.

Come la lingua dei poemi omerici è artificiosa, statica, ricca di arcaismi, non contempla le innovazioni analogiche e le influenze di dialetti diversi, anche la lingua del poeta scaldico è estremamente diversa da quella parlata e dalla prosa. Emblematico è l’episodio narrato in una saga islandese in cui dopo la declamazione di un componimento in lode del re, quest’ultimo apprezza la bellezza del canto, ma ammette di non aver capito nulla a causa dell’oscurità linguistica dovuta all’estremo tecnicismo e alle figure retoriche ricche e forbite, ma che in realtà nascondono fatti di natura banale.

Il Norreno

Fino al 1050, nei territori danesi e in quelli controllati dal dominio danese, si parlava la dansk tunga, ovvero la lingua danese, e quando ci si riferiva al nordico si intendeva prevalentemente il danese. Intorno al XII° secolo si afferma il termine NORRENO, per indicare tutte le lingue nordiche, ma con più precisione le lingue islandese e norvegese dalla quale deriva la prima, dal momento che i primi colonizzatori dell’Islanda furono proprio i norvegesi. L’islandese viene a definirsi autonomamente come lingua nel XV° secolo, in seguito alla traduzione della Bibbia.

Per norreno si intende, ora, la lingua medievale delle antiche popolazioni scandinave. Delle attuali lingue scandinave, l’islandese è quella rimasta morfologicamente più fedele all’originario norreno.

La democrazia islandese

La democrazia islandese fu il risultato di un rigurgito della monarchia da parte di nobili norvegesi che non volevano perdere i propri diritti e sottostare all’assolutismo di Harald Bellachioma, dal quale fuggirono per riparare in Islanda.

La schiavitù non esisteva. Tutti i maschi venivano sterminati in guerra, mentre le donne dei vinti venivano introdotte nella comunità dei vincitori; ma queste non erano propriamente delle “schiave”: non godevano di una grande considerazione, ma servivano a contribuire al bene della comunità in cui erano inserite; erano le prime, però, ad essere immolate durante i sacrifici umani.

I vinti a cui veniva risparmiata la vita erano spesso capi o dignitari e godevano dello stato di “prigionieri di guerra”, spesso sfruttati come rematori o impiegati nei lavori più duri e umili nonché, anche costoro, in prima linea nei sacrifici.

Numerosi sono stati i ritrovamenti di corpi intatti, mummificati dal gelo, in alcune zone della Danimarca.

L’Islanda è nota per la sua particolare forma di governo. è antistorico definirla una Repubblica del Medioevo, ma è pur vero che si trattava di un libero Stato, dove l’unica forma di governo centrale era di tipo parlamentare, rappresentato dall’Assemblea generale. L’assemblea si riuniva una volta l’anno, ogni anno e distava circa 50 chilometri dall’attuale capitale Rejikjavik. I membri dell’Assemblea erano uomini liberi, i cui possedimenti si trovano in tutta l’area circostante, uomini che vivevano e lavorano all’interno delle fattorie.

Durante l’Assemblea si dettavano le leggi, si stabilivano le regole della convivenza e dell’economia (sulla produzione e programmazione delle attività per tutto l’anno) e si giudicavano i crimini. In tutto questo mancava, però, il braccio esecutivo della giustizia: venivano comminate le pene e le sanzioni, ma non vi era chi le eseguisse. Unica pena eseguibile – al di là del pagamento del quadrigildo che poteva raggiungere somme molto esose – era l’esilio. Con l’esilio il condannato perdeva ogni diritto sulle sue proprietà e poteva essere ucciso a vista da chi lo riconosceva quale criminale e senza che i parenti di quest’ultimo potessero reclamare il diritto di vendetta. Molto spesso coloro che venivano condannati all’esilio, riuscivano a trovare rifugio in qualche sperduta contrada e riuscire a sopravvivere tra gli stenti e il rimorso, dedicando il resto della propria vita a un piano di vendetta o per dimostrare la propria innocenza con la speranza di essere reintegrati con onore nella comunità.

L’assemblea generale non era l’unica forma di esercizio amministrativo. Esistevano anche le assemblee regionali e provinciali. Non vi è dunque una forma di Governo centrale, ma neanche una vera e propria democrazia. I membri dell’assemblea erano sì uomini liberi, ma quel che più contava era essere uomini di valore e che potevano imporsi con la ricchezza delle proprietà o con il coraggio in guerra, uomini che avessero carisma oppure una carica religiosa, come per esempio sacerdoti di riti sacrificali, o semplicemente che dimostrassero devozione.

L’Islanda non conserverà a lungo questo status di paese libero, poiché nel XIV° sec. d.C. finirà sotto la corona norvegese.

L’equilibrio del parlamento islandese era precario proprio per le caratteristiche dei suoi membri e per le modalità di partecipazione: unico obbligo per chi partecipava all’assemblea era quella di deporre le armi al di fuori del luogo di riunione. Le faide e la vendetta privata furono il punto debole dell’Islanda e del quale approfittarono i norvegesi per conquistarla, attraverso l’ordire trame e congiure.

La figura del re o capo tribù

Si è cercato di tracciare i tratti comuni dei capi tribù scandinavi e il risultato è che il capo non aveva un vero potere militare, la sua posizione era intermedia tra gli uomini e gli déi: uno strumento per gli uomini allo scopo di entrare in comunicazione con le divinità. Quindi il capo di una tribù era prima un sacerdote e poi un uomo politico, insomma una figura semidivina.

I riti di intronazione sono una testimonianza di questa semidivinità. Il rito consisteva in un matrimonio tra il capo e una dea indigena che gli garantiva lo stato di divinità e una discendenza altrettanto divina.

Il missionario Giraldo Cambrese narra con orrore di un re irlandese che si sposa con una cavalla, simbolo della divinità femminile protettrice del luogo, con relativo banchetto orgiastico. Gli irlandesi negarono sempre la pratica di tale rito e accusarono gli inglesi di falsità.

Ad ogni modo, se la discendenza del re era semidivina, anche la discendenza di tutta la tribù lo era. I matrimoni tra la gente “comune” e i membri della famiglia “reale” conferiva garanzia di divinità; la trasmissione di questo particolare codice genetico era fondamentale per la sopravvivenza stessa della tribù, da qui l’importanza della famiglia e dell’appartenenza al gruppo: un valore ancora molto forte nella cultura utilitarista nordica.

Il potere del re era, dunque, essenzialmente religioso. Una forma elementare di democrazia sostituiva il potere politico che il re non aveva. La democrazia si esprimeva attraverso le assemblee (Ting) a cui partecipavano uomini liberi e contadini che si improvvisavano soldati in tempo di guerra. Nel Ting si svolgevano i processi e si prendevano le decisioni riguardanti la comunità.

Un caso del tutto particolare è l’Islanda, in cui la figura del re non è mai esistita, bensì solo una forma di democrazia, sebbene a tratti discutibile.

2 thoughts on “La società vichinga

  1. norlit scrive:

    sempre precisa e puntuale…che dire se non che spero vivamente tu possa sempre continuare con questo prezioso blog

    da NotteSerena (blogger Reggio Emilia)

  2. Sebastian Lang scrive:

    Sezione interessante, ci sono capitato per caso e credo mi iscriverò😉
    Lo scrivo anche in inglese perché vedo che ci sono anche altri commenti in inglese. Io sono anglo-italiano🙂
    Attractive section of content. I just stumbled upon your blog and any way I’ll be subscribing.

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