Munkholmen


In una baia del fiordo di Trondheim si trova l’isolotto di Munkholmen, l’Alcatraz delle storiche carceri norvegesi, la storica e inespugnabile fortezza. Qui fu imprigionato per 18 anni (dal 1680 al 1698) il gran consigliere del Regno, il danese di origine tedesca Peder Griffenfeld (nato Schumacher, 1635 – 1699). Fu condannato a morte per alto tradimento nel 1676 e graziato in punto di morte, la sua pena fu commutata in ergastolo.

Si narra che il giorno prima dell’esecuzione, un prete andò a fargli visita per prepararlo alla morte, quando Griffenfeld lo vide, esclamò: “Vorrei tanto prepararmi alla morte, ma il giorno della mia morte è ancora molto lontano”.

Questo si ripeté anche il giorno dopo sul patibolo, il prete lo implorava di pentirsi e di non lasciarsi illudere da una falsa speranza. Griffenfeld si era appena inginocchiato pronto a ricevere il colpo di mannaia del boia, quando un messaggero del re giunse in gran furia urlando “Grazia! Grazia!”

Dopo altri 4 anni nelle carceri danesi, Griffenfeld su tradotto nella tenebrosa Munkholmen in Norvegia.

Munkholmen La collocazione estremamente isolata della fortezza era il luogo ideale per i prigionieri di Stato e di alto grado, lontano dal centro della politica e molto più vicino allo sguardo vigile delle Autorità. Prima di cadere in disgrazia sotto re Cristiano V, Griffenfeld era l’uomo più potente del Regno.

Munkholmen era un luogo con una lunga e rispettabile tradizione storica: re Olav Tryggvasson nel 995 trovò riparo qui in fuga da Nidarholm dopo l’assassinio del conte Håkon a Tora nel Rimul. Con sé, il re trasportava un macabro bottino: la testa di Håkon e del suo servo Kark. Su quell’isolotto furono condotte molte esecuzioni.

La fortezza era un antico monastero, fatto erigere niente meno che da Benedetto da Norcia (480 – 543), il fondatore dell’ordine dei benedettini e dal martire Laurentius. In origine il nome era appunto il Monastero di San Benedetto e San Lorenzo a Holm.

Fu sempre in questo monastero che Re Magnus il Cieco (1115 – 1139) fu castrato e accecato dal suo rivale e re illegittimo Harald Gille. Nel monastero, Magnus abbracciò la vita monastica – secondo la fonte della Saga di Inge – fino al giorno in cui un uomo di corte Sigurd Slembe nel Natale del 1137 si recò dal re per reclamare la sua legittimità al trono. Contro il volere del monaco Magnus, Slembe lo trascinò in quella che fu la storica battaglia tra Harald Gille e i suoi sostenitori contro re Magnus. Entrambi morirono in quell’occasione, cadendo a Holmengrå, presso Hvaler, il 12 novembre del 1139.

Il monastero aveva un ingente patrimonio costituito da acri e acri di terreno. Nei registri contabili del monastero risulta che 200 “giardinieri” erano responsabili della cura dei terreni e delle coltivazioni. Fino al 1200, i monaci gestivano le operazioni di un mulino e un notevole traffico commerciale con l’Inghilterra ed erano dotati di una propria nave mercantile. Nei primi anni del 1300, dopo la prosperità, giunse la crisi: un incendio distrusse tutto, da quel momento in poi le fonti sono scarse e poco veritiere. Durante il periodo della Riforma luterana, il monastero fu secolarizzato e la terra divenne proprietà del Regno.

 

Quando Griffenfeld giunse sull’isola nel giugno del 1680, Munkholmen – a causa delle guerre con gli svedesi – era stata trasformata in una fortezza “moderna” e attrezzata, con un grosso corpo militare in stanza stabile.

L’alloggio riservato al prigioniero e al suo servo era collocato sulla torre principale, vi era una stufa e ogni agio riservato a un “ospite” di riguardo. Dinanzi alla porta, la sorveglianza continua era organizzata in turni. Non gli mancava né il vino né il buon cibo, gli era concesso ricevere libri e denaro da amici e parenti. Dalla finestra poteva godere della splendida vista sul fiordo di Trondheim con il suo vivace traffico di navi commerciali. Il servo e la guardia di turno gli tenevano compagnia; per un certo periodo di tempo impartì persino lezioni di greco a Tomas, il dotato figlio del comandante Svend Skien, che si stava preparando per studiare teologia e diventare tutore di corte a Copenaghen. Tuttavia, nei suoi scritti poetici, Griffenfeld descriveva come quelle mura simili a lapidi e i fantasmi di un passato oscuro rendevano il suo comodo isolamento un luogo triste e di disperazione.

Sono contraddittorie le informazioni riguardo al suo stato d’animo durante la prigionia. Jørgensen, il suo biografo, scrive di numerose visite di amici e conoscenti, della sua attività di scrittore, della sua biblioteca. Un episodio riportato dal biografo riguarda la visita di Peter Drejer, un giovane amico di Copenaghen che andava spesso a trovarlo per farsi consigliare sulla sua carriera politica; quando gli comunicò che era riuscito a diventare Giudice Supremo della Corte di Trondheim, Griffenfeld mostrò tutto il suo disappunto per la scarsa ambizione dimostrata dal giovane e ruppe per sempre l’amicizia con il giovane Drejer. Quando si rividero in prigione molti anni dopo, Griffenfeld spiegò la sua reazione: “Tu, Drejer, eri molto più intelligente di me! Avresti potuto ottenere di più”. Il tempo trascorso nella sua dorata prigionia servì da esame di coscienza. I giudizi espressi su se stesso erano duri e severi e …scritti sulle pareti della cella.

 

Munkholmen - TrondheimA distanza di secoli, l’osservatore storico trova difficile comprendere tutta quella malinconia, si può solo lontanamente immaginare cosa significhi la mancanza di libertà, la solitudine e la prigionia forzata. La medesima sconsolata tristezza la si ritrova negli scritti di un’altra illustre ospite imprigionata nella cosiddetta “Torre Blu” di Copenaghen, la principessa Leonora Christine che per 22 anni (1663 – 1685) rimase prigioniera per essere stata giudicata colpevole di tradimento insieme al marito Corfitz Ulfeldst. I suoi scritti sono pieni di sofferenza e allo stesso tempo di struggente forza di volontà.

Griffenfeld completò in prigione a Munkholmen un grosso volume sulla Legge Danese. Altri suoi scritti non sono sopravvissuti, forse persi per sempre.

Durante uno dei suoi soggiorni norvegesi, il viceré Ulrik Frederik Gyldenløwe (1638 – 1704), il nemico numero 1 di Griffenfeld, desiderò fare una visita a Munkholmen e lì scoprì che Griffenfeld aveva la libertà di insegnare greco al figlio del Comandante Skien. Il comandante fu immediatamente dimesso dalla carica a vantaggio di un giovane e manovrabile luogotenente. Il Comandante Skien perse tutti i suoi averi e morì povero, inutile dire che al bravo Tomas furono chiuse tutte le porte. In quanto a Griffenfeld, gli fu severamente proibito di continuare la sua attività di scrittore. Alcuni dicono che sia stato il vescovo Peter Krog il “ficcanaso” traditore. Fatto sta che al prigioniero furono sottratti carta, inchiostro e pennino. In seguito le Autorità furono accusate di aver negato le cure mediche necessarie per la salute del prigioniero e che spesso gli negavano l’acqua. L’acqua dell’isola non era buona e furono negate le richieste di avere acqua potabile proveniente dall’esterno. Negli ultimi tre anni di vita, Griffenfeld soffrì di calcoli renali, i suoi dolori erano così atroci che le urla si sentivano ben oltre le spesse mura della cella. Dopo la sua morte, gli fu asportato un calcolo grande come un uovo di gallina. È tuttora conservato presso l’Istituto di patologia di Copenaghen.

Quando lo stesso re Cristiano V nel 1698 sentì che la morte si stava avvicinando ordinò al generale Vibe di Trondheim di eseguire i funerali di Stato nel caso Griffenfeld fosse morto e gli concesse di tornare in Danimarca. Griffenfeld rifiutò l’offerta di un lungo viaggio per la Danimarca, dove sarebbe stato ospitato dalla figlia e dal genero nella grande tenuta di Stensballe nello Jutland: era troppo malato e debole. Il giorno di San Michele, il 29 settembre 1698, il prigioniero fu condotto fuori dalla sua cella e ospitato nella casa del comandante Kyhn, dove fu curato fino a Natale. Poi fu trasferito a casa del direttore delle poste Herman Treschow e lì morì una domenica mattina, il 12 marzo 1699.

Si narra che un giorno il comandante gli offrì di fare un giro per l’isolotto senza scorta e senza sentinella, ma Griffenfeld rifiutò, dicendo: “Il mio Re mi ha raccomandato di rimanere nella mia stanza”.

 

Nel periodo in cui la corte inglese risuonava ancora degli echi del teatro shakespeariano, nell’Europa dello sfarzo della corte francese, delle conquiste spagnole, del classicismo italiano, non si può certo dire che mancassero delle “personalità” nelle fredde contrade del Nord.

 

Tratto da “Mystiske steder” di Ørnulf Hodne, professore di folklore e tradizioni popolari norvegesi dell’Università di Oslo. 

One thought on “Munkholmen

  1. tcp scrive:

    senza offesa, ma dalle foto non mi pare poi così tanto male la location!

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