Racconti di fantasmi


LA SPOSA CHE TORNO’

Due giovani sposi, per motivi indipendenti dalla loro volontà, dovettero presto separarsi. Durante la lunga separazione lei morì e lui non ne seppe nulla. Si narra che il giorno stesso della morte della giovane donna, lui l’abbia vista ritornare a casa su di un calesse e che lei lo avrebbe invitato a fare un giro. Lui le chiese spiegazioni sulla sua presenza in quel luogo, ma lei non rispose e i due non si scambiarono una sola parola per tutto il tempo del loro giro in calesse. Infine, lei pronunciò queste parole: “La luna splende, il morto guida e tu, mio caro, non capisci”. E infatti, non capì finché al suo ritorno non apprese la notizia della morte della moglie e che colei che era comparsa non era che il suo fantasma venuto a salutarlo per sempre. Il giovane ammise di non aver riconosciuto in lei un fantasma semplicemente perché … lei indossava abiti normali.

LA SERVA CORAGGIOSA – un racconto svedese

Un servo e un calzolaio furono colti dalla notte buia prima di fare in tempo a rincasare e chiesero ospitalità presso una fattoria vicina. La notte autunnale è lunga e gli uomini si riunirono intorno al camino e cominciarono a bere e a raccontare storie di fantasmi. La serva che stava lì ad ascoltare intervenne nel discorso e assicurò di non aver mai avuto paura del buio né tanto meno dei fantasmi. Nessuno le credeva e si presero gioco di lei, ma la donna insistette tanto al punto che alla fine gli uomini furono costretti a fare una scommessa: recarsi sola al cimitero di notte. La donna accettò senza indugio.

In quel tempo, in Svezia, si usava recintare la tomba con una staccionata e sui pali ponevano per ornamento dei pomelli. La serva andò dunque al cimitero e prese da una tomba un pomello che si nascose nella tasca e lo portò fuori dal cimitero. Tutto andò bene, finché sulla strada del ritorno sentì una voce alle sue spalle che la chiamò. La serva imperterrita proseguì. Allora la voce disse: “è rosso il mio occhio?” e la serva rispose con un’espressione volgare: “E il mio culo è nero?”, perché si riteneva che solo con le parolacce si potesse intimorire un fantasma, dimostrando di non avere paura. La voce sembrò avvicinarsi e allora la donna cominciò a correre fino alla fattoria; entrò in casa e con scherno mostrò agli uomini il pomello sottratto alla tomba, ma proprio in quel momento si udì un gran fracasso provenire dal cortile della fattoria: i muri scricchiolarono, le porte sbattevano, le imposte cigolavano, i mobili tremavano e cascavano e si udivano urla strazianti ovunque.

Lo spavento fu tale che la serva si ammalò e rimase a letto per tre giorni.

L’OPERAIO CHE BALLO’ CON UN FANTASMA – racconto danese

In una città danese della Scania, c’era una taverna vicino alla quale si era formato un kittebuske, un cespuglio sulle quali circolavano strane storie. Gli uomini erano soliti frequentare la taverna per bere e raccontarsi storie e tra di loro ve ne era uno che raccontava un mucchio di barzellette e di storielle sul kittebuske. Quando gli uomini smisero di bere e decisero di tornare a casa, anche Morten Jakobsen – questo era il nome dell’uomo che raccontava storie –  decise di andarsene, ma fu attratto da qualcosa presso il cespuglio. L’uomo era ubriaco fradicio, ma riuscì a distinguere nel buio la figura di una donna bellissima e lui le disse: “La oss danse, kjæreste!” che significa “Balliamo, tesoro!” e i due cominciarono a ballare. Danzarono a lungo. L’uomo indossava pesanti stivali da lavoro, ma ubriaco com’era continuava a danzare e cantare. Il tempo passava e quando la sbornia fu smaltita e il sudore abbondante, l’uomo volle smettere di ballare, ma la donna misteriosa non lo lasciò e pretese che continuasse a ballare… e continuarono fino all’alba. Un gallo cantò e la donna disse:

“Il gallo bianco canta, ma non ci fermiamo”. Il gallo cantò ancora:

“Il gallo nero canta – Morten – ma noi non ci fermiamo”. L’uomo era sudato e stremato. Il gallo cantò per la terza volta:

“Il gallo rosso canta ed io me ne vado”.

Quando Morten Jakobsen poté riprendere fiato si avvide che le suole delle scarpe si erano consumate e anche i talloni delle calze e che, insomma, aveva ballato fino a scorticarsi la pianta dei piedi !

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