Rapimenti di bimbi a Simadal


Chi non ha mai sentito l’incredibile storia dell’aquila marina che nel 1932 “rapì” una bimba di 4 anni di nome Svanhild Hartvigsen, portandola sana e salva nel suo nido su una rupe a strapiombo dell’isola di Leka nella regione del Nord Trøndelag ?

E chi non ha mai sentito di quel dibattito decennale tra gli abitanti dell’isola e gli ornitologi scettici che sfidavano la “verità” storica sostenendo che era fisicamente impossibile per un’aquila trasportare in volo un fardello così pesante?

Le aquile marine non hanno, in realtà, forza sufficiente per sollevare un bimbo di quattro anni e portarlo così in alto e per così tanto tempo. L’ipotesi che prese sempre più forma fu che la bimba ci arrivò da sola fin lassù e per dimostralo un ornitologo nel 1980 vi portò la propria figlia di 4 anni e la lasciò “scalare” l’impossibile ripido pendio e la bimba ci riuscì senza grosse difficoltà. Ma il “Comitato dell’aquila” di Leka rifiutò di accettare l’idea che una bimba potesse arrivarci da sola e continuarono ad affermare che Svanhild – 48 anni prima – era stata trasportata lassù da un’aquila. Chi visita l’isola oggi può intravedere un cartello segnaletico che indica il posto esatto in cui è stata ritrovata la bambina. Ancora oggi il cartello costringe la gente a porsi una serie di domande: come è possibile che una bambina di 4 anni possa essere arrivata fin lassù da sola? È veramente fisicamente impossibile per un’aquila – un uccello con un’apertura alare di oltre 4 metri – sollevare pesi così pesanti? La tradizione popolare non sembra essere così categorica nei suoi giudizi e vi sono altre testimonianze a Leka che possono dimostrare il contrario.

In uno dei suoi resoconti sulla vita isolata delle popolazioni della Norvegia del Nord, lo scrittore Carl Schøyen (1877 – 1951) raccontò diversi episodi riguardanti aquile che riuscivano a sollevare prede ben più pesanti di loro: vitelli, otarie, mucche, ippoglossi. Sì, persino gli esseri umani adulti non potevano sentirsi al sicuro: « Jokom si trovava un giorno a spalar letame. Indossava un giaccone di bigello ed era chino, quando a un certo punto si sentì afferrare alle spalle per la collottola e violentemente strattonato: un’aquila lo aveva saldamente afferrato per il bigello e stava per sollevarlo da terra, ma l’uomo era troppo pesante e dopo un volo di un paio di metri l’aquila mollò la presa lasciando cadere Jokom con il sedere per terra ». Andò peggio al cagnolino di una signora che lo aveva portato fuori a fare il bisognino. All’improvviso un’aquila piombò sul cagnolino e proprio sotto i suoi occhi la donna non poté fare altro che vedere il proprio cagnolino volare via, abbaiando e latrando in aria.

Ma i bambini? Numerosi sono i racconti che hanno i bambini per protagonisti. Molti ricordano ancora la storia di Begga Tveit (morta nel 1876). La bimba aveva due anni ed era avvolta in una coperta di lana e si trovava in braccio alla mamma. Il cielo era grigio e tempestoso, la donna insieme ad altre ragazze si stavano affrettando a rientrare in casa. La piccola Kristi era in ritardo e perciò la madre di Begga depose la sua piccola al riparo e la lasciò incustodita per andare a soccorrere Kristi. Fu un attimo di distrazione e poco dopo sentì le urla e il pianto di Begga. Scomparsa nel nulla. Per ore la madre disperata cercò inutilmente la piccola Begga, raccolse la coperta di lana e tornò a casa mesta, gli occhi gonfi per il pianto, per ore rimase a guardare stordita il fuoco nel camino, lamentandosi e piangendo: “Che male ho fatto? Dov’è la mia bambina? O Dio mio, dimmi chi l’ha rapita?” e Kristi rispose: “è stata la hulder[1]”.

Fu dato l’allarme nel paese e un’ora dopo due uomini giunsero da Vik: batterono i dintorni alla ricerca della bimba scomparsa, inutilmente. Né essere umano né sovrannaturale sembrava aver rapito la piccola. Decisero di chiedere consiglio ad una veggente: Johanna la saggia, famosa perché riusciva a “vedere” le cose lontane, lontane. E Johanna disse: “è stata un’aquila a rapire la bambina. L’ha portata nel suo nido sulla scogliera. Troverete la piccola in un cespuglio di marasco lassù”. Ma trascorsero altri due anni prima che riuscirono a trovare i resti della bambina. Fu proprio la madre Brita Tveit a trovarla recandosi in montagna: notò delle candide ossa di bambino e brandelli di stoffa nel cespuglio di marasco come aveva detto la veggente. Lo scheletro era intero, mancava solo la mandibola. All’altezza del petto c’era un anello di argento. Riconobbe i vestiti e l’anello. Ai funerali, la donna pianse e si straziò di dolore disse di aver sbagliato a credere che fosse stata una hulder a prendere sua figlia e a non voler cercare tra i nidi delle aquile, però ora sa che la sua bimba gioca felice con gli angeli nel cielo.

Altri ricordano che non è stata Brita a trovare lo scheletro, ma un ragazzo che raccoglieva bacche nei dintorni. Ingebjørg Fryste, una donna di Ulvik, ricorda invece che il corpo fu ritrovato sotto una betulla a Simadalslia, la primavera successiva la scomparsa. C’era qualcosa di strano in quell’albero che germogliava prima di tutti gli altri e anticipava la primavera.

Una cosa è certa, a Simadal nidificano le aquile. Nel 1937, il luogo di nidificazione si spostò a Pikkenodlen, ma il territorio di caccia del grande rapace è rimasto Simadal.

Tratto da “Mystiske steder” di Ørnulf Hodne, professore di folklore e tradizioni popolari norvegesi dell’Università di Oslo


[1]Essere sovrannaturale della tradizione popolare. Vedi post nella sezione “Il popolo invisibile”

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