Il Bosco


ESTRATTO DA “TROLD” DI JONAS LIE (trad. Annalisa Maurantonio)

C’era una volta un bosco che si estendeva in così tante direzioni che nessuno sapeva dove finiva.

Era un bosco buio, selvaggio e sconosciuto e nei suoi fitti meandri vivevano lupi, orsi, volpi e scoiattoli, lepri e ermellini, cervi e daini. Nessun essere umano vi aveva mai messo piede, né ululati di cani né corni di cacciatori risuonavano tra le colline boscose. Né fumo dai comignoli delle case in riva ai fiumi pescosi. Nei fiumi il castoro costruiva la sua tana; lui e la lontra erano gli unici predatori. In cima ai muschiati, infangati declivi di betulle, l’orso preparava in tempo per l’autunno la tana per l’inverno e sonnecchiava e tirava la cinghia finché il caldo ritornava con la primavera e papà orso e mamma orso, ordinatamente, organizzavano la vita e riuscivano a badare a se stessi e ai loro piccoli. Sulle colline il fagiano di montagna e il gallo cedrone stridevano e fischiavano a sguarciagola quando aquile, falconi e falchi piombavano in picchiata per mettere becco e artigli su di loro. La lepre capitolava e gemeva quando la volpe riusciva ad addentarla. E il cinghiale strillava e gridava tanto che si sentiva a cinque colline più in là, quando il piccolo dell’orso doveva avere la sua bistecca. E il lupo latrava a perdifiato mentre inseguiva come un’ombra grigia, tra i tronchi d’albero, la volpe e riusciva ad afferrarla ed era un eterno sbraitare prima che la volpe perdesse la vita. Invece il daino vacillava e cadeva morto piegandosi sulle zampe con un muto grido negli occhi, quando il lupo riusciva a sorprenderlo.

Così tutto procedeva come doveva.

Nessuno aveva qualcosa da biasimare, se non fosse per quella lotta per la sopravvivenza con il troll della montagna, per colpa del quale tutti gli animali soccombevano.

Com’è, come non è, se lo trovavano ovunque.

Ora cacciava un pugno chiuso nodoso quanto una radice d’albero, ora tirava fuori dal muschio, all’improvviso, il suo grugno, ora sbadigliava e creava buchi e crepacci. Il troll si trasformava in albero o in stagno ed era tanto pericoloso per gli uccelli quanto per gli animali sulla terra. E diventava sempre più grande per tutto quello che ingurgitava e divorava e si allungava sotto il terreno cosicché nessun posto in tutto il bosco era sicuro.

Fu così che il re venne a sapere della minaccia del troll. E pensò che fosse suo dovere difendere anche gli animali che vivevano nel suo regno. Allora ordinò a migliaia di soldati di svuotare e sgomberare il bosco con le asce, miglio dopo miglio. Tagliavano e spaccavano e spazzavano via, cosicché crearono ampi e comodi spazi tra gli alberi e si riusciva persino a vedere il cielo blu, ora.

Continuarono così anno dopo anno e miglio dopo miglio. Allora il troll cominciò ad essere proprio stufo di tutto quel movimento, quelle urla e quei colpi di ascia alle radici e ai rami, che disturbavano il buio e la solitudine del luogo. E dopo che ebbero abbattuto e tagliato alberi ancora per un anno e il sole e la luce si fecero strada, tanto che dal bosco si riusciva a vedere la valle e i pendii, si udì un rumore strisciante, uno strofinio, come se il troll si stesse alzando o stesse tirando su con il naso o stesse grugnendo. Con sibili, scricchiolii e gran fracasso tra gli alberi e i cespugli, il troll tirò fuori dalla terra, lentamente, le sue chilometriche, lunghe, nodose radici e fronde che erano poi le sue braccia, le sue mani e i suoi piedi. I numerosi stagni putrefatti con le erbacce incolte, che erano gli occhi del troll, ritornarono ad essere chiari e rinfrescanti. I neri burroni e i crepacci, che erano stati la sua bocca, e i fossi e le trappole nei pressi dei fiumi e le paludi e i sentieri di bosco inselvatichiti, tutto sparì all’improvviso.

Si poteva, dunque, vedere come il mostro stesse mollando la presa. Fino a quando il mostro uscì allo scoperto e abbandonò il bosco.

Allora, gli animali furono tutti felici e saltellarono di gioia per otto giorni, tutti insieme: orsi e alci, lepri e volpi, linci e daini, lupi e cervi, topini di campagna e ermellini, tutti in cerchio!, sopra di loro sorvolavano aquile e fagiani, falchi e colombe, corvi e usignoli, cinguettavano, stridevano e gracchiavano. D’ora in poi per ordine del re ci sarebbe stata pace e giustizia anche nel bosco.

E così guardie e cacciatori e selvicoltori con sciabole, fucili e spaghi, si piazzarono davanti a ogni albero, tana o nido. Contarono e annotarono tutto per filo e per segno e interrogarono e si informarono di tutto: quanto alto fosse questo o quell’albero e fino a quanto si estendevano. Presero nota di ogni scoiattolo, quanti erano di sesso maschile e quanti di sesso femminile, quanti cuccioli avevano e quante code, cosicché si poteva attribuire a tutti la giusta tassa sulle pellicce. L’orso fu tassato più di tutti per la sua pelliccia e fu espulso dal suo abituale territorio di caccia. Al castoro fu imposta la tassa sull’edilizia e sulla dimora per l’assicurazione contro danni causati dall’acqua e la lontra fu costretta a salire in superficie e asciugarsi in due giorni per effettuare la stima sulla sua pelle scura. Invece, all’ermellino dagli occhi rossi furono conferite le insegne imperiali per la sua bella pelliccia e gli diedero dei rifugi personali affinché non si perdesse nel bosco e diventasse, così, un animale comune. Proseguirono, dunque, con la registrazione di tutti gli animali e alla fine furono contate, iscritte e calcolate le tasse e le dogane per tutti.

E gli animali si agitavano e brontolavano e riflettevano e mugghiavano e cinguettavano e parlavano e si riferivano quello che gli veniva detto, e cioè che ora vivevano in un periodo migliore. Ma l’orso iniziò per primo ad alzare la testa e a guardarsi attorno: non era affatto come prima, un tempo, il bosco era accogliente, scuro e solitario e lui era libero di dare una zampata all’alce o al cervo senza pensare alla tassa e a cosa avrebbe dovuto rispondere e specificare davanti al funzionario. Voleva andarsene e trasferirsi nella foresta nera a ovest tra le montagne. Poco dopo lo seguì l’aquila, e il pino si scosse. Il corvo goglottò e il picchio urlò: che noia, che noia! Poi fu la volta del lupo che gironzolava furtivo, la lince partì e la volpe corse via veloce, l’ermellino tramava, la lontra se la filò e il castoro se ne andò per la sua strada. Nientemeno preferivano che tornasse il mostro con il terrore e la paura con i quali gli animali si dovevano confrontare ogni giorno.

Fu così che il bosco si svuotò di animali.

Solo il ciufolotto e il lucherino, il pettirosso e il passero, la tortora e il tordo e tutti gli altri uccelli canori rimasero. Cinguettavano e cantavano in coro tanto che il re si commosse; per tutto l’immenso bosco si sentì un sussurro di piacere perché era tornata la pace definitiva.

«Un bosco simile non si era mai visto in tutto il mondo», disse il re. E per questo lo si doveva ampliare e lanciare i suoi semi fino al mare.

Il bosco crebbe e prosperò e gli uccelli cantavano in cima agli alberi e il re esultava. Un cespuglio seguiva l’altro e albero dopo albero il bosco si fermò sul mare. Ma man mano, dalla terra si udirono lamenti e sospiri da parte di tutti gli innumerevoli semi e le pigne e i piccoli germogli e le gemme che volevano crescere. Miseria e sventura peggiorarono sempre più.

«Non c’era più spazio per loro», gridavano e non si sentivano altro che lamentele e amarezza. Era colpa dei grandi alberi che succhiavano e tiravano tutta la linfa e la forza dei piccoli. Questi ultimi reclamavano il cielo e si chiedevano se fosse giusto che loro dovevano giacere e marcire per terra a milioni, per colpa di uno di quegli alberi giganti che non facevano altro che prolungare le loro enormi e frondose chiome più che potevano.

Allora il saggio re capì che la guerra, che aveva annientato la vita, stava ricominciando. Pensò e meditò molto su come estirpare questo male. Alla fine decise di lasciare andare i suoi uomini più fedeli, a due a due, a bussare a ogni tronco e chiedere a ogni albero se per evitare una brutta guerra avrebbero permesso agli uomini del re di diminuire la loro crescita tagliandoli in due o anche per un terzo, affinché le numerose altre piante piccole sarebbero prosperate e avrebbero vissuto meglio. Ci sarebbe stato più spazio per tutti. Allora i tronchi cominciarono a scricchiolare e a gemere di paura con strani e oscuri mormorii e si scossero e tremarono poiché conoscevano i colpi delle accette.

Così, indignati si allungarono verso l’alto, sempre più su e sempre più verso il cielo: per nessuna cosa al mondo, nessun albero avrebbe permesso di essere privato di quello che gli dava linfa e forza per crescere, né tanto meno nessun albero avrebbe permesso di farsi rimpicciolire lasciandosi tagliare anche uno solo dei ramoscelli più piccoli della sua chioma.

Tornò di nuovo la pace in tutto il bosco.

E il re tirò un sospiro di sollievo.

2 thoughts on “Il Bosco

  1. Il Dominatore di Poteri scrive:

    Bellissima storia Annalisa e anche belle immagini .

  2. Alfredo scrive:

    Questo mi fa capire che è meglio farsi i fatti propri!
    Bella storia.

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