Il pesce infernale


Ad inferos [1]

TRATTO DA “TROLD” (1891-92) di JONAS LIE

(trad. di Annalisa Maurantonio)

Era una strana trota quella che Nona tirò su nella rete da pesca. Grande, grossa, splendente e rosso maculata, saltava e guizzava con il ventre giallastro sull’acqua per divincolarsi dall’esca.

Immagine tradizionale di "Hulder" - dall'archivio del Comune di Oslo

E quando riuscì a tirarla su nella barca e le tolse l’amo, vide che aveva solo due piccole fessure lì dove avrebbero dovuto esserci gli occhi. Doveva trattarsi di un pesce infernale, pensò il rematore, poiché girava voce che quel lago fosse uno di quelli che aveva il doppio fondo. Ma a Nona non interessava che pesce fosse, solo che era grande. Aveva una fame da lupi e ordinò di remare il più veloce possibile verso terra per poterlo bollire. Era rimasto seduto tutto il pomeriggio con la lenza vuota lì fuori sul lago di montagna. Neanche un’ora dopo che la trota si era dimenata a colpi di pinna nell’acqua e si era lasciata ingannare dall’esca, giaceva cotta e rossastra, servita sulla pesciera.

Allora Nona si ricordò di quegli strani occhi e sollevò e cavò, meticolosamente, la testa del pesce con la forchetta. Dal di fuori, più che fessure erano piuttosto delle specie di pupille. La testa aveva una forma strana e lo era, proprio da molti punti di vista. Si pentì di non averla ispezionata meglio prima che fosse bollita. Ora non era molto chiaro venirne a capo.

Intanto aveva un sapore eccellente.

Ma di notte l’acqua lucente splendette per tutto il tempo come una visione, e Nona giacque semiaddormentato e sognò quello strano pesce che aveva pescato:

Si trovava di nuovo in barca e gli sembrava di sentire con le mani come quel pesce strattonava e guizzava per non morire e si girava e si torceva per liberarsi dall’amo. All’improvviso divenne così grande e forte che trascinò la barca verso la rete. Procedeva a grande velocità, mentre il lago sembrava, man mano, diminuire e prosciugarsi. Tutta l’acqua veniva risucchiata irresistibilmente nella direzione in cui si dirigeva il pesce, come attraverso un imbuto.

E lo trascinò a fondo.

Laggiù la barca procedette a lungo in una specie di semioscurità, lungo un fiume sotterraneo, mentre tutto fischiava e sibilava intorno a lui. Prima lo colpì l’aria fredda e gelida. Poi questa divenne sempre più nauseante e sempre più calda. La corrente scorreva quasi immota e tranquilla e si andava ampliando, fino a che sfociò in un grande lago. Lungo le rive si stendevano, nell’oscurità, paludi e pantani, nei quali si sentiva strisciare e muoversi una moltitudine di animali. Si sollevavano e si contorcevano come vermi con rantoli, sospiri e sibili attraverso la melma e l’acqua calda.

Nella fosforescenza, Nona vide diversi pesci presso la barca: a tutti mancavano gli organi della vista. E intravide i contorni di giganteschi serpenti marini, la cui lunghezza si percepiva nell’oscurità. Capì che era da laggiù che emergevano, nei giorni di canicola, nei pressi della costa quando il mare si riscaldava. Serpenti con teste piatte e becchi d’anatra cacciavano pesce e si infilavano su per la terra, attraverso passaggi melmosi, fino agli acquitrini e alle paludi in superficie. In quelle soffocanti e calde tenebre giunse come una gelida, fredda corrente dalle agghiaccianti spire del verdastro, limaccioso e viscido verme dei cadaveri, che scava attraverso il terreno e sgranocchia la bare del cimitero.

Orrendi mostri deformi con criniere e creste, come quelli che si narra che emergono dai laghi, si rotolavano e si rivoltavano e predavano nelle paludi. E intravide numerose creature dall’aspetto umano, appartenenti a quella specie che i pescatori e i marinai incontrano in mare e se ne meravigliano, e i contadini vedono fuori, in cima ai tumuli. A quel punto ci fu come un sibilo sommesso e un dimenare continuo e un fluttuare di esseri, le cui figure non erano fatte per essere viste da occhio umano.

Poi la barca scivolò sull’acqua fangosa e poltigliosa, dove la velocità diminuì e il soffitto di terra sopra la sua testa si oscurava e si faceva sempre più basso. Alla fine cadde un sottile fascio luminoso da una crepa bianco-azzurra, lassù in alto. Intorno a lui ci fu un’esalazione nauseante. L’acqua, poi, era di un giallo cemento come quella che fuoriesce dai tubi del vapore. E si ricordò di quell’acqua calda, imbevibile che sgorga dai pozzi artesiani. Si arrivava fin quaggiù – fino a questo mondo di fiumi e corsi d’acqua calda negli strati sotterranei della crosta terrestre – quando si trivellava.

Laggiù stava il calore – come quello di una fornace dagli enormi abissi e crepacci, dove si hanno le vertigini – mentre numerose cascate fumiganti rombavano e scuotevano il terreno.

All’improvvisò sentì come se il corpo, tutte le sue membra, lievitassero, si rigenerassero e si sollevassero. Ebbe una sensazione di infinita leggerezza, di uno strano desiderio di riposare sugli strati superiori di aria, di poter essere in equilibrio.

E senza sapere come, si ritrovò nuovamente in superficie.

 

[1] il titolo norvegese è Huldrefisken. Hulder è propriamente la ninfa dei boschi e dei monti. Un essere maligno e diabolico, che inganna e conduce gli uomini alla follia e viene illustrata in modo diverso secondo le rispettive tradizioni norvegese e svedese. É comunque un essere fantastico. Il termine “Hulder” unito ad altre parole si aggettivizza e indica tutto ciò che afferisce all’ultraterreno, al sovrannaturale, al mondo sotterraneo o all’irreale e all’ignoto, per estensione. [n.d.t.]

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