Il vortice di Moskene


[1]

TRATTO DA “TROLD” (1891-92) di JONAS LIE

(trad. di Annalisa Maurantonio)

Mælstrøm di Saltstraumen

L’uomo di Værø e la vecchia di Moskene avevano messo su casa e vissero insieme felici e contenti tanto a lungo quanto la memoria riesce a ricordare.

Durante l’alta marea l’uomo piantava un palo nella pentola della minestra e girava e mescolava, e durante la bassa marea la vecchia recuperava il pesce. La pentola era sempre piena di pesce che veniva su dal mare.

Ma un giorno, appena la foschia si alzò, accadde che l’uomo di Værø prese il largo nel mare e, come per un miraggio, apparvero una dopo l’altra delle giovani, belle donne.

De syv søstre i Helgeland - Le cosiddette sette sorelle, una catena montuosa che si erge a strapiombo sul mare con 7 cime

Ed erano tutte lì schierate “le sette sorelle di Helgeland”[2] in un alone biancastro che si rifletteva sui loro candidi vestiti. L’uomo si distrasse per guardarle: non sapeva chi di loro fosse la più bella.

«Non stare lì impalato e affrettati» gli urlava alle spalle la vecchia, «non vedi che stanno scodellando il pesce proprio dal nostro pentolone».

Così, l’uomo di Værø si mise gli stivaloni e scese in acqua. Non fece in tempo a guardarsi intorno che si ritrovò nel bel mezzo della foschia e del miraggio biancastro, che si rifletteva sia nel mare che nell’aria, tanto che gli venne un capogiro.

Eccole, tutte e sette le sorelle, una più leggera dell’altra e protese verso il cielo azzurro; erano così imponenti che gli uccelli marini non riuscivano a raggiungere neanche i loro fianchi. L’uomo guardò in alto, sempre più su, finché non vide le loro chiome dorate risplendere. Ma quando il sole cominciò a calare, creando ogni tipo di gioco di sfumature e colori laggiù all’orizzonte, l’uomo di Værø rimase letteralmente a bocca aperta.

«Sei tu l’uomo di Værø che dorme sempre con la nebbia sul cappello e sbircia tra le alghe?», chiese la più giovane delle sorelle.

Si, era proprio lui.

«Ed è tua moglie quella laggiù che sta sempre china e imbronciata e gira il mestolo?», chiese un’altra.

Certo, era proprio lei.

«Oh che brutta strega e che bell’uomo!», rise una della fanciulle tanto da far tremare tutto.

«Uomo di Værø, dimmi, hai forse visto qualcosa di bianco laggiù tra le alghe? La nostra corona di luna è rotolata giù in mare e abbiamo viaggiato fin qui per cercarla».

Eh si!, qualcosa del genere lui l’aveva vista. Ma l’uomo di Værø non faceva altro che rimanere impalato, a bocca aperta, dinanzi alla bella ragazza.

«Vorresti, per favore, reggere un lembo del mio grembiule mentre cerco?» chiese la ragazza.

Moskene, Lofoten (nord della Norvegia)

Fu così che l’uomo di Værø dimenticò tutto quello che doveva fare e rimase a reggere il grembiule, pensando: “Brutta strega e io un bell’uomo, brutta strega e bell’uomo”.

Prima di allora non aveva saputo altro che questo: sua moglie era bella, mentre il brutto era lui. Perché così diceva lei. E adesso, invece, gli sembrò evidente che lei era brutta, sudicia e gobba, sempre china in cucina, e i resti di pesce e gli avanzi e le meduse e ogni tipo di sporcizia le rimanevano appiccicati alla sottana e tra i capelli. E così l’uomo cominciò a fare il carino con le giovani donne e raccontò loro di quanto fosse ricco tanto che non vi era fine alla quantità di pesce che egli possedeva. Rideva sguaiatamente, spalancando la bocca, e saltellava e si metteva in mostra.

Le altre sorelle rimanevano impassibili, bianche e altere e non badavano affatto all’uomo. Tranquille fissavano il mare in cerca della corona di luna. Ma la più giovane di loro, che aveva permesso all’uomo di sorreggerle il grembiule, gli faceva l’occhiolino, ridacchiava e si prendeva gioco della rugosa testa pelata del vecchio, che era anche tignosa e bianca per via degli escrementi degli uccelli marini che gli volano intorno. Il povero vecchio, intontito, aspettò finché scese la sera, quando persino gli uccelli cominciarono a ritirarsi sugli scogli per la notte.

Allora si rese conto che non aveva mangiato per tutto il giorno. Quindi decise di nuotare verso casa. Una dopo l’altra, le teste delle sette sorelle si accesero e si illuminarono di un freddo, sprezzante chiarore, che raggiunse la gobba e il collo grasso del vecchio, giù fino alle sue gambe.

Era così mogio e mortificato che riuscì a malapena a trascinarsi sulla costa verso la vecchia moglie. Ma lei non si curò di lui, non andò neanche a sbirciare dallo spiraglio della porta, sentì solo che l’uomo svuotò gli stivaloni pieni di acqua, avanzò con passo pesante e bussò.

Quella notte la passò a mollo, seduto fuori tra le meduse.

Una notte peggiore l’uomo di Værø non l’aveva mai passata: con la fame che incalzava e le meduse che bruciavano. La vecchia cercava di dominare la collera dormendo e, grassa com ‘era, russava tanto che si sentiva fuori, fin dove si trovava l’uomo.

“Ma” , pensava lui, “prima o poi dovrà pur uscire” dal momento che sapeva che il marito sedeva in riva subendo la risacca e il vento gelido. Saliva e scendeva, prima l’alta e poi la bassa marea. Lui rimase lì per tutta la notte e la vecchia russava più che poteva.

Quando giunse l’alba e la marea cominciò a risalire, la vecchia di Moskene uscì fuori con il suo mestolo e si diresse al pentolone senza guardare una volta nella direzione in cui si trovava il marito. Così, la vecchia cominciò a girare l’acqua, e la corrente si ingrossava e soffiava, e gli schizzi fioccavano come neve. Quando l’uomo di Værø vide come la moglie si affaccendava da sola, si spaventò a morte perché temette di perderla per sempre, e perché lei non lo avrebbe mai più voluto vicino al pentolone. Allora, l’uomo corse a prendere il palo e lo piantò dove schizzava di più per aiutare la moglie a rimescolare l’acqua. Ma la vecchia cominciò a girare nel senso contrario, tanto che l’acqua del mare vorticò e ribollì in circolo come quando scorre in un imbuto. E quando l’uomo di Værø cercò di seguire la corrente, lei cominciava a girare sempre nel senso contrario. E la corrente vorticava come una bianca cascata e tanto alta come quelle di montagna.

Fu allora che l’uomo di Værø capì che tipo di moglie aveva.

Quelle belle e giovani ragazze potevano restare lì dov’erano, non sarebbero certo state capaci di girare il mestolo nel pentolone come sapeva fare la sua. E così, cominciò a corteggiarla e a ingraziarsela come un giovanotto. Sapeva ammucchiare più di un branco di pesci. Ed era una che sapeva anche cucinarlo. Non si era mai accorto che indossava una così bella sottana che si tirava su e si avvolgeva intorno alle gambe nella furia del mescolìo. Una donna così determinata non si trovava da nessuna parte.

Quella stessa sera si sedettero a cena, d’amore e d’accordo e condivisero il pesce.

Værø, Lofoten

Ma ogni volta che c’è luna nuova o la luna piena che brilla e splende come una corona sul fondo del mare, la vecchia di Moskene si ricorda delle sette sorelle e si arrabbia di nuovo furiosamente e agita il mestolo nell’acqua. E così l’uomo di Værø la segue con il suo palo. Tanto più lei mescola e gira in senso contrario, tanto più l’oceano sembra un fiume in piena o una cascata, e si crea il vortice che turbina, tuttora, proprio tra le località di Moskene e Værø, fino a quando i coniugi non si riappacificano.

 


[1] Moskene è un arcipelago al largo delle isole Lofoten, nel nord della Norvegia ed è luogo di un fenomeno naturale – frequente nei fiordi norvegesi – chiamato malstrøm, gorgo o vortice. Le località citate nel racconto distano tra loro centinaia di chilometri, quindi le dimensioni dei personaggi del racconto sono proporzionalmente gigantesche. Nel racconto si narra la leggenda di come si sia creato questo vortice, che è uno tra i più spettacolari e pericolosi in Norvegia.. [n.d.t.]

[2] “Le sette sorelle di Helgeland” è il nome popolare attribuito a una catena montuosa insulare a sud del Nordland, nei pressi di Helgeland. La regione, battuta dai mari e venti oceanici, è soggetta a condizioni climatiche sfavorevoli per la navigazione sottocosta. A causa della foschia, quasi costantemente presente, la visibilità è scarsa e le conformazioni rocciose e gli arcipelaghi al largo sono spesso motivo di rischio e pericolo quando compaiono all’improvviso a portata di vista. Rischio che oggigiorno si evita facilmente con la tecnologia [n.d.t.].

 

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