Isak e il prete di Brønnøy


TRATTO DA “TROLD” (1891-92) di JONAS LIE 

(traduzione di Annalisa Maurantonio)

Brønnøy 1

Brønnøy (Helgeland, Nord della Norvegia)

A Helgeland viveva un pescatore di nome Isak.

Una volta, andando fuori a pesca di ippoglossi[2], avvertì qualcosa di pesante all’amo. Tirò su ed era uno stivalone.

«Che strano!» disse. Sedette a lungo a fissarlo. Sembrava proprio che potesse essere di suo fratello, il quale era naufragato durante un temporale l’inverno precedente, mentre era di ritorno dalla pesca. Era come se ci fosse ancora qualcosa dentro, ma non osò guardare. Non sapeva nenche che cosa ne avrebbe dovuto fare di quello stivalone. Portarlo a casa con sé e spaventare la madre, non voleva, e non aveva neanche intenzione di ributtarlo in mare. Allora pensò che si sarebbe dovuto rivolgere al parroco di Brønnøy e pregarlo di seppellire lo stivale in modo cristiano.

«Non posso seppellire uno stivalone» disse il prete.

«No, no, certo», intese il ragazzo.

Ma egli volle ben chiedere quanta parte di un essere umano occorre affinché questo possa usufruire di una sepoltura cristiana.

«Non posso risponderti con sicurezza», disse il prete «non si benedice né un dente, né un dito, né i capelli tagliati. Comunque occorre che vi siano così tanti resti da poter capire che vi sia stata un’anima in quel corpo. E non va bene, quindi, usare una formula sacra per un alluce in uno stivalone».

Ad ogni modo Isak entrò furtivamente nel cimitero per seppellirlo. E si diresse a casa.

Gli sembrò di aver fatto meglio che poteva. Certo era meglio che qualcosa del fratello giacesse vicino la casa di Dio piuttosto che riscagliarlo nel mare nero.

Ma poi gli accadde, ad autunno inoltrato, mentre era fuori sugli isolotti a caccia di foche, e la corrente portava via grovigli di alghe marine negli stretti, di pescare un coltello da cinta e un fodero vuoto con la pala di remo. Riconobbe subito che era del fratello.

Lo spago impeciato si era allentato e sbiancato nel mare. Si ricordava ancora – quando il fratello sedeva e lavorava al fodero – come gli aveva parlato e si era consigliato con lui sul cuoio della cinta che aveva preso da un vecchio cavallo che avevano abbattuto. Avevano comprato insieme la fibbia presso l’emporio del paese, quel sabato, la madre aveva venduto i lamponi e il gallo cedrone e tre libbre di lana. Erano un po’ ubriachi e si erano presi gioco della strega sul promontorio, che usava lo stuoino di canapa come vela.

Prese la cinta con sé e non ne fece parola con nessuno.

Non valeva la pena causare dolore inutilmente, pensò. Ma quanto più l’inverno si inoltrava, tanto più gli sopraggiungevano strani pensieri riguardo quello che il parroco di Brønnøy aveva detto. E non sapeva cosa avrebbe fatto se gli fosse capitato un’altro stivalone o un calamaro o il pesce o il granchio o lo squalo che aveva tranciato di netto il fratello e se lo portava dentro di sé. Cominciò proprio ad aver paura di recarsi fuori in mare presso gli isolotti. E comunque sentiva che c’era qualcosa che continuamente lo attirava lì: se solo potesse recuperare qualcosa, allora ci sarebbero più resti affinché il prete potesse riconoscere che l’anima vi era stata in essi e gli avrebbe dato una sepoltura cristiana. Si appartò con cupi pensieri. E a questi si aggiunsero anche i brutti sogni.

La porta si spalancò nel bel mezzo della notte per via delle fredde correnti marine e gli sembrò che il fratello entrasse nella sua stanza, zoppicando e urlando che doveva riavere il suo piede, altrimenti i démoni del mare l’avrebbero trascinato e dilaniato.

Al lavoro rimase per lunghi attimi senza alzare un dito e a casa fissava ad occhi sbarrati le cinque mura. Alla fine capì che stava per andare fuori di senno per la grande responsabilità che si era preso quando aveva sotterrato il piede nella terra del cimitero. Non voleva né riscagliarlo in mare, né quello poteva rimanere lì.

Gli sembrava, così, che il fratello non potesse salvarsi l’anima, pensava e ripensava a tutto ciò che poteva essere rimasto in balìa delle onde là fuori tra gli isolotti.

Allora pensò di rastrellare il fondo e uscì in mare con funi e uncini. Ma quello che tirava su in barca erano solo alghe e laminarie e gamberi e altre porcherie.

Una volta di sera, mentre sedeva fuori presso gli scogli, tentò la fortuna nella pesca e uscì in mare con lenza e piombino e tutti gli ami, ma l’ultimo degli ami si agganciò proprio al suo occhio. E l’occhio andò fondo.

Non ci fu niente da fare; dovette remare verso casa senza l’occhio.

La notte giacque sveglio, con la benda sull’occhio, per il dolore e pensava, finché vide tutto nero dinanzi a sé. Certo non c’era nessuno al mondo malridotto come lui.

All’improvviso ci fu qualcosa di strano. Gli sembrò di guardarsi intorno nelle profondità del mare: vide come i pesci sfioravano e si intrufolavano nell’oscurità tra le alghe e le laminarie intorno alla palamite[3]. Tagliavano l’esca con i denti e si contorcevano e volevano divincolarsi, così un merluzzo e poi una molva, poi un merlano nero. Poi capitò lì un eglefino, tranquillo masticava l’acqua, studiò l’amo prima di inghiottirlo.

E si accorse che non riusciva a distogliere gli occhi da ciò: una schiena di un uomo in impermeabile, con un brandello di manica sotto un rampino a cinque marre[4].

Poi giunse un enorme ippoglosso bianco e inghiottì l’amo con l’occhio di Isak, e divenne buio pesto.

«Dovrai lasciar andare il grande ippoglosso, quando lo tirerai su domani» disse il pesce «l’amo mi fa tanto male alla bocca. Non è necessario rastrellare, tranne la sera, quando la corrente si riversa nello stretto».

Il giorno dopo, Isak andò a prendere un pezzo di pietra tombale nel cimitero per fare da piombino alla fune, e la sera, appena la corrente cambiò, uscì fuori nello stretto e ratrellò. Subito tirò su un rampino a cinque marre che aveva i ganci afferrati a un impermeabile con i resti di un braccio destro. I pesci si erano avvinghiati e lo avevano morsicchiato a lungo, fin dentro agli abiti.

Brønnøy Kirke - La chiesa di Brønnøy

E si recò dal parroco.

«E tu ora vuoi che io reciti il requiem su un vecchio fradicio abito di cerata?» disse il prete di Brønnøy.

«Ci aggiungo lo stivalone» rispose Isak.

«Abiti e oggetti ritrovati in mare si rendono pubblici sul sagrato» tuonò il prete.

Ma a questo punto Isak guardò il prete di Brønnøy dritto negli occhi.

«Lo stivalone è un’eredità già abbastanza pesante, se  non dovessi preoccuparmi anche dell’impermeabile».

«Io non butto al vento la terra consacrata della chiesa». Disse il prete; era furibondo.

«No, certo», rispose Isak.

E con quella risposta dovette tornare a casa.

Ma Isak non trovava pace. Era come un enorme peso che gravava su di lui. Le notti continuava a vedere quel grande ippoglosso bianco che se ne andava triste e lento sempre in circolo nel mare profondo. Era come se ci fosse una specie di rete invisibile intorno a lui e come se tutto il tempo cercasse di scappare dalle maglie della rete.

Giaceva e vedeva, vedeva e giaceva, finché gli fece male l’occhio cieco. Poi, uscì e rastrellò e tirò su la corda, e venne fuori un gran brutto calamaro che spruzzò di maro il mare.

Un’altra sera lasciò andare la barca seguendo la corrente, fuori tra gli scogli e gli isolotti. Alla fine si bloccò come se fosse ancorato, e tutto divenne stranamente tranquillo: non un uccello nell’aria, né vita nel mare.

All’improvviso si sollevò una grossa bolla d’acqua proprio davanti alla scalmiera, e sentì un profondo, pesante respiro quando questa scoppiò.

E Isak vide quel che vide.

«E ora tocca al parroco di Brønnøy fare il funerale», disse Isak.

Da quel giorno ci si chiese se e girò voce che Isak fosse diventato un veggente, poiché vedeva tutto quello che agli altri era nascosto. Riusciva a prevedere dove, al largo, i pesci si trovavano a banchi e dove, invece, mancavano. E quando lo interrogavano, diceva:

«Se non lo so io, lo sa mio fratello».

Torghatten - Brønnøy

Accadde una volta, dunque, che il parroco di Brønnøy dovette uscire in mare aperto per la cura delle anime, e Isak era al timone. Al largo procedettero con vento favorevole. Il prete arrivò sano e salvo e fu lesto nell’adempiere ai propri servizi, poiché il giorno dopo c’era la messa da preparare.

«Mi sembra che il fiordo abbia un aspetto minaccioso, e si avvicina la sera», disse «ma così come siamo arrivati, così ce ne ritorneremo».

Non mancava molto al ritorno prima che si alzasse il maltempo, che già non vi era tempo se non per fissare i quattro ganci. E procedevano, mentre un turbinio di neve e schiuma si infrangeva sulle loro teste, e le onde si alzavano alte come case. Con un tempo simile il parroco di Brønnøy non era mai uscito prima. Si ingavonarono[5]. Scese la notte scura. L’oceano riluceva come cumuli di neve e le brevi raffiche aumentavano piuttosto che diminuire. Isak aveva appena fissato il quinto gancio, quando una della tavole mediane si spezzò e l’acqua del mare penetrò, il prete di Brønnøy e il resto dell’equipaggio balzarono sul bordo della nave e urlarono che stavano affondando.

«Credo che non ci sia niente di cui preoccuparsi», disse Isak; e rimase seduto li dove stava, presso la barra. Ma appena la luna si sprì uno spiraglio tra la grandinata, tutti videro che si trovava un mozzo straniero alla gottazza e aggottava[6] a levante così velocemente come l’acqua che penentrava.

«Io… non ricordo di aver preso quell’uomo a bordo», disse il parroco di Brønnøy, «mi sembra che stia aggottando con uno stivalone, mi sembra, anche, che non abbia né pantaloni, né pelle sulle gambe e nella parte superiore c’è solo uno sventolante impermeabile vuoto!».

«Il prete lo ha già visto una volta», disse Isak.

Allora il parroco di Brønnøy si infuriò.

«In nome del mio sacro ufficio», disse «io ti maledico e ti ordino di lasciare il battello»

«Certo», rispose Isak, «e il prete sa anche come porre rimedio alle tavole che sono saltate?»

Allora il parroco di Brønnøy riflettè in quell’estremo istante, prima del naufragio.

«Quello sconosciuto mi sembra forte come la morte e abbiamo molto bisogno di lui», disse, « e poi non è peccato aiutare un servo di Dio in mare. Ma voglio sapere cosa pretende in cambio» urlò.

I cavalloni spumeggiavano e il vento soffiava su di lui.

«Sono solo tre palate di terra su uno stivalone marcio e un impermeabile fradicio» disse Isak.

«Se sei riuscito a ritornare in vita, allora, puoi anche avere salva l’anima» urlò il prete di Brønnøy rivolto allo spirito, «e otterrai le tue tre palate di terra».

Appena ebbe detto ciò, improvvisamente l’acqua si calmò e la barca del prete risalì a secco sulla battigia, così velocemente che si schiantò e l’albero maestro si spezzò.

 


[1] Brønnøy. Isolotto a largo della regione norvegese del Nordland, a diverse centinaia di chilometri a sud delle isole Lofoten.

[2] Ippoglosso. Specie di pesci della famiglia dei Teleostei, simile al salmone.

[3] Palamite. Attrezzo da pesca che consiste in una lunga funicella, detta trave, da cui pendono alcune cordicelle più corte, dette bracciuoli, che sono armate di ami; è detta anche lenzara. [n.d.t.]

[4] Marra. La parte estrema dei bracci dell’àncora, con la quale essa fa presa nel fondo del mare. [n.d.t.]

[5] Ingavonare. Di nave che per una forte raffica, durante una tempesta, si inclina tanto che l’acqua supera il bordo. [n.d.t.]

[6] Aggottare. Estrarre l’acqua penetrata in una barca e rigettarla in mare; operazione che si fa con la gottazza – cucchiaio di legno di circa trenta centimetri, con manico corto – o sassola. I marinai dicono anche”sgottare”. [n.d.t.]

 

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