Jonas Lie (1833- 1908)


Jonas Lie (1833 -1908)

«Che ci sia un mostro in ogni essere umano, lo sa chiunque abbia un po’ di occhio per queste cose». Così esordisce lo scrittore norvegese, Jonas Lie, nell’introduzione alla sua diciasettesima opera e quarta raccolta di novelle, “Troll”. Nella tradizione folkloristica norvegese i “troll” sono degli esseri sovrannaturali, abitanti dei boschi e delle montagne. I troll norvegesi sono rappresentati nelle fiabe come degli esseri giganteschi con tre teste, a differenza di quelli svedesi, semplicemente piccoli di statura, brutti e maligni. I troll norvegesi sono i padroni del loro territorio, si mimetizzano bene con il paesaggio proprio perché sono loro il paesaggio stesso della Norvegia: una rupe sporgente su un fiordo può essere il naso del troll, e le caverne sono le cavità orali di un troll che sbadiglia (bisogna, quindi, essere prudenti quando ci si inoltra troppo in luoghi sconosciuti, c’è il rischio di non uscirne più vivi) e gli alberi non sono che la sua chioma. Questa specie di “giustificazione” della creazione e delle sue manifestazioni naturali ha le sue radici nei lontani culti pre-cristiani di tutte le civiltà, quando si attribuivano a comuni mortali doti divine e si identificava l’Essere Supremo con la natura stessa. La natura che si modifica, la natura che si ribella contro l’uomo quando viene violata, la natura che, nonostante tutto, sopravvive e ci fornisce i beni per la sopravvivenza, la natura vegetale e quella umana sono ancora oggi al centro dei dibattiti e delle discussioni tra le società civili come tra i governi a cui spettano le decisioni per la salvaguardia dell’ambiente. Ed è sempre la natura la protagonista di questa raccolta di novelle che viene dalla Norvegia del XIX secolo. La straordinarietà di questi racconti consiste – come per qualsiasi classico della letteratura mondiale – nell’estrema contemporaneità dei fatti narrati. Oltre le metafore e lo stile favolistico della narrazione, il lettore si trova dinanzi alla lucida analisi di un’umanità che era, è e sarà sempre uguale a se stessa: insidiosa, sospettosa, individualista, eppure capace di slanci di passione e di sentimenti veri e sinceri. Ma l’elemento più evidente di tutto ciò è la fiducia in un essere umano fondamentalmente buono e che cova la cattiveria solo se viene spinto a farlo e nell’interazione con gli altri uomini, ma soprattutto con la natura, perché la solitudine può recare danni maggiori e rancori più profondi nell’uomo solo di fronte alle domande irrisolte della vita che non in compagia di altri uomini. Jonas Lie conosceva l’amaro significato della solitudine e dell’angoscia di vivere.

Nacque a Hoen il 6 novembre 1833. Trascorse l’infanzia e l’adolescenza nella regione più fredda e più desolata della Norvegia, il Trøndelag. Amò sempre l’aspetto inquietante e spettrale del paesaggio del nord, tanto da renderlo il luogo ideale in cui ambientare la maggior parte dei suoi romanzi e racconti. Desiderava diventare ufficiale di marina, ma quando fu respinto all’esame di ammissione, decise di intraprendere gli studi giuridici e si laureò. Subito dopo la laurea, si sposò con la cugina, Thomasine Lie, che non lo abbandonò mai e lo stimolò ad intraprendere la carriera di scrittore – aiutandolo anche nella correzione delle bozze – dopo il fallimento dell’industria di legname da esportazione[1]. Era il 1868 e Jonas Lie aveva 35 anni. Cominciò tardi a scrivere, ma merita un posto d’onore nella letteratura norvegese per le sue doti narrative e per essere riuscito a farsi strada in una Norvegia, allora, culturalmente vulnerabile e politicamente fragile e instabile.

Il suo primo romanzo “Il veggente” viene pubblicato nel 1870 e già si percepivano gli elementi della sua narrativa: un’immaginazione visionaria, la cura del dettaglio a fini impressionistici più che realistici, uno spirito moderno, inquieto, brillante, a tratti febbricitante nella scelta della parole, beffardo e critico, freddo e diretto. Caratteristiche presenti in tutte le opere e soprattutto in quelle del periodo realista, in cui maggiore era l’esigenza personale e la richiesta del pubblico di illustrare la realtà senza fronzoli e romanticherie. Non raggiunse mai la “crudezza” del realismo francese alla Émile Zola, ma con più sottigliezza e sagacia psicologica, con brevi tratti di penna crea atmosfere e ambientazioni quasi cinematografiche.

Jonas Lie nel periodo del decennio 1870

La sua personalità presentava due qualità opposte, ma complementari: una natura rigorosa, critica, determinata, impostagli dall’educazione del padre e dai suoi studi giuridici; e una natura sognatrice, creativa, sensibile acquisita dalla madre, una lappone, sulla quale la gente aveva ricamato storie di guarigioni misteriose e oscure attività magiche. La verità è che si trattava semplicemente di una lappone, di una ospite non gradita. Il ricordo della madre fu una pesante eredità psicologica per Jonas Lie, che in tutti i suoi racconti presenterà situazioni di malessere sociale o individuale provocate dall’invidia, dall’ignoranza, dalla paura e dalla superstizione. Per questa ragione, ogni sua novella sembra nascondere una verità diversa da quella narrata, tutto sembra sottendere la presenza di forze negative che muovono i fili delle relazioni umane. Ma si tratta di energie scatenate dall’essere umano stesso, che per una strana, autolesionista alchimia, finisce per danneggiare colui che le ha prodotte. É il caso di un romanzo del 1889 “Forze del male”, in cui si narra di un’amicizia tra due uomini che condividono tutte le esperienze e i passaggi più significativi della vita, fino a quando uno dei due comincia ad avere maggior fortuna dell’altro – tanto in amore quanto in affari – perché ha saputo cogliere meglio le occasioni che gli si presentavano. L’amico comincia a sentirsi uno sfortunato, si emargina, evita il contatto con la gente, rifiuta i consigli del pur sempre caro compagno di avventure, fino a identificare nell’amicizia l’origine di tutti i suoi malesseri e comincia a covare odio e rancore nei confronti dell’amico giungendo a fargli del male fisico. Questa escalation di emozioni viene narrata come la naturale conseguenza di certe scelte, tanto da demonizzare uno dei valori ritenuti più alti nella società umana: l’amicizia. Ma cosa spinge l’essere umano a reagire negativamente in certe situazioni non viene spiegato e si lascia così lo spazio per le libere interpretazioni, senza escludere l’intervento della magia e della superstizione.

Il tema della magia è molto caro a Jonas Lie, tanto da dedicarne un’intera raccolta di racconti, appunto, “Troll” del 1891-92. Si legge nell’introduzione: «(la magia) vive sottoforma di paura del buio, degli spettri, dell’angoscia. L’ansia è il primo impegno dei sentimenti umani per separarsi e innalzarsi al di sopra della materia elementare, ed è seguita da ogni tipo di arte o mezzi magici per domarla». La magia è sinonimo di certe manifestazioni della paura, la paura scatena l’ansia che a sua volta richiede l’uso della magia per essere domata, in una sorta di circolo vizioso, in crescendo.

La posizione di Lie rispecchia lo spirito positivista del tempo, ma non sempre condivide la facilità del mondo moderno di giustificare certe menifestazioni sovrannaturali con la scienza. Bisogna tener conto della tradizione culturale, bisogna tener conto di quegli aspetti della natura umana più occulti e insidiosi, quelle energie scatenanti che fanno riconoscere la presenza di un mostro in ognuno di noi. Non è un punto di vista negativo se con ironia – come fa Jonas Lie – questo ci aiuta a capire le nostre imperfezioni e i nostri limiti senza dover scaricare le colpe sugli altri o trovare sempre cause indipendenti da noi se le cose cominciano ad andare per il verso sbagliato. Priam regola d’oro è prendersi le proprie responsabilità; seconda regola d’oro è riderci sopra se riconosciamo di aver sbagliato. É con questo spirito che nascono i racconti grotteschi di “Troll”, dove un povero pescatore riesce a convincere un prete dell’esistenza degli spiriti dei morti annegati, che vagano dannati perché non hanno ricevuto una sepoltura cristiana e lo coinvolge nella ricerca dei resti del fratello morto durante la pesca. L’insanabile odio tra due anziani vedovi che si erano promessi eterno amore e che per ripicca non si sposano più. La spiegazione leggendaria di come nascono i vortici marini e le correnti dei fiordi, dove i personaggi sono di proporzioni gigantesche. Il racconto visionario, quasi premonitorio, dell’avvento della guerra. L’amore impossibile di un misterioso ragazzo per un’onda del mare che lo spinge ad intraprendere una dura vita da marinaio. L’amore sospettoso tra due coniugi che conducevano una vita all’apparenza normale e felice, e altri racconti in cui è sempre il paesaggio naturale sullo sfondo la causa principale di inquietudine ed è sempre l’uomo che interpreta male le esperienze che vive.

Jonas Lie e la moglie Thomasine

Nel 1907 morì l’amata moglie Thomasine. L’anno successivo morì anche lui. Di se stesso scrisse in un diario: «Scrivere è la mia missione nella vita, il mio sangue scorre per questo e tutta la mia forza è nella mia penna». Il suo stile semplice e favolistico che si contrappone a un’articolata scelta delle parole – e questo rende difficile e pesante ogni tentativo di traduzione -, la semplicità delle storie che si contrappone a livelli di comprensione più psicologici e sottili hanno segnato un’epoca per la storia della letteratura norvegese.

Bibliografia

Digte (Poesie – 1867)

Den fremsynte (L’Indovino – romanzo, 1870)

Tremasteren Fremtiden (romanzo – 1872)

Fortællinger og skildringer (Racconti e schizzi – prosa breve, 1872)

Lodsen og hans Hustru (Lodsen e sua moglie – romanzo – 1874)

Faustina Strozzi (romanzo – 1875)

Thomas Ross (romanzo – 1878)

Adam Schrader (romanzo – 1879)

Rutland (romanzo – 1880)

Grabows Kat (Il gatto di Grabow – dramma teatrale, 1880)

Gaa paa! (Avanti!” – romanzo, 1882)

Livsslaven (Schiavo della vita – romanzo, 1883)

Familien paa Gilje (La Famiglia Gilje – romanzo, 1883)

En Malstrøm (Il malstrøm – romanzo, 1884)

Otte fortællinger (Otto racconti – prosa breve, 1885)

Kommandørens døtre (Le figlie del Comandante – romanzo, 1886)

Et samliv (Una vita in comune – romanzo, 1887)

Maisa Jons (romanzo, 1888)

Digte (Poesie – romanzo, 1889)

Onde magter (Spiriti maligni – romanzo, 1890)

Trold I-II (Troll I e II – prosa breve, 1891-92)

Niobe (romanzo, 1893)

Lystige Koner (Mogli allegre – dramma teatrale, 1894)

Naar Sol gaar ned (Quando il sole tramonta – romanzo, 1895)

Dyre Rein (romanzo, 1896)

Lindelin (dramma, 1897)

Wulffie & Co (dramma, 1897)

Faste Forland (romanzo, 1899)

Naar jerntæppet falder (Quando la cortina di ferro cade – romanzo, 1901)

Ulfungerne (I lupacchiotti – romanzo, 1903)

Østenfor sol, vestenfor maane og bagom (A est del sole, a ovest della luna e ritorno)

Babylons taarn! (La torre di Babele – romanzo, 1905)

Eventyr (Fiabe – prosa breve, 1908)

 

[1] Jonas Lie scriverà di lei in “Mia moglie” del 1893: «[…] Aveva un’incredibile profondità e serietà d’animo, una capacità di discriminazione incredibile e un innato dono nell’espressione del giudizio ariìtistico e della critica»

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