La colomba


Una novella di JONAS LIE

LA COLOMBA

C’erano una volta un uomo e una donna. Erano marito e moglie, vivevano insieme d’amore e d’accordo e si amavano enormemente. Bella era la moglie, e belli erano i loro figli, e tutto era sempre bello, pulito, ordinato, confortevole e intimo in casa loro, tanto che al marito non interessava stare in nessun altro posto se non a casa sua. Avevano anche un bel giardino che la moglie curava personalmente; lei accudiva le piante o puliva i piselli per la cena, mentre lui restava a fumare la sua pipa alla finestra e le parlava.

Sembrava proprio che fossero felici.

Accadde un giorno, durante la stagione di caccia, che il marito decise di fare una passeggiata mattutina in una fresca, nitida giornata di primavera, mentre si udivano i cacciatori sparare, di tanto in tanto, ai confini della collinetta boscosa. Ma ecco che vide sul sentiero un uccello che sbatteva le ali. Ogni volta che cercava di avvicinarsi, quello tentava la fuga. L’uomo capì che era stato sparato sul dorso e che perciò aveva le zampe paralizzate; l’uccello le ritirava a sé e muoveva solo le ali, ma fino a un certo punto. Doveva essere caduto da uno di quegli alberi sul sentiero. L’uomo rimase lì a pensare a cosa avrebbe potuto fare. Lui non era certo un cacciatore, non aveva mai ammazzato neanche un pollo, e quella colomba lo osservava terrorizzata e angosciata e si stringeva in sé ogni volta che lui si muoveva. Lassù, su un albero vi era un’altra colomba e controllava quello che faceva la povera ferita. Grugava e si agitava terribilmente inquieto quando l’altra si muoveva o gemeva.

“Deve essere il suo compagno che si lamenta” pensò l’uomo.

Così si mise a parlare con tono gentile e rassicurante verso la povera colomba, che giaceva riversa su un lato del sentiero e sbatteva le ali e lo fissava. Negli occhi vigili e vivaci della colomba, l’uomo vide che in qualche modo capiva quello che diceva e ebbe delle speranze. Non si ritrasse più quando lui si avvicinò, ma rimase tranquilla a fissarlo, poiché aveva riposto fiducia in quell’uomo che l’avrebbe aiutata.

Era proprio un peccato. Ma l’uomo non ce la faceva a prendere tra le mani un uccello mezzo morto, e poi non sapeva neanche che cosa avrebbe dovuto fare. Allora gli venne in mente che si doveva far coraggio e porre fine all’esistenza di quell’uccello. E all’improvviso si avvicinò deciso e colpì la colomba con un colpo di bastone. Il compagno sull’albero lanciò un urlo selvaggio, e stridette a perdifiato, poi volò via sconvolto. La povera colomba giaceva lì senza vita con il capo reclino e l’ala, con un anello bianco, dispiegata sul sentiero. Con furia, l’uomo la colpì ancora una volta. L’uomo si sentiva come se avesse commesso un delitto, aveva quasi cambiato il suo aspetto e aveva tradito la colomba che aveva creduto in lui.

Poi riprese la sua passeggiata.

Sulla via del ritorno, l’uomo rimase per un bel po’ di tempo a pensare se era il caso di portare quell’uccello a casa sua. Sarebbe sembrato abbastanza coraggioso se fosse ritornato con una colomba che egli stesso si era procurato. E quando pensò questo, riuscì ad essere abbastanza freddo da prendere con cautela la colomba per le zampe e portarsela così a casa. Si aspettava stima ed elogi da parte della moglie, perché era riuscito a catturare una colomba nel bosco e senza usare il fucile.

E invece la moglie, che quasi non ebbe il tempo di guardarla, chiamò frettolosamente la domestica e lasciò che la portasse in cucina.

Quando l’uomo rientrò dal lavoro, trovò la colomba bella arrostita e pronta per la cena; ma lui si impose di non prenderne un boccone: se la ricordava ancora così viva, come la guardava negli occhi e quasi le parlava. Ma alla fine si sedette e la divorò il più velocemente possibile. Poi costrinse anche la moglie: doveva pur assaggiare quella colomba così squisita.

Ma all’improvviso lei si alzò dalla sedia furibonda. E fu subito un piagnucolare e un singhiozzare continuo tanto che il marito non sapeva più che santo pregare e non riusciva a fare altro che dirle: calmati, tesoro.

Non si riusciva a cavarle una parola, aveva solo uno sguardo disgustato.

«Ma cara, non te la devi prendere così male perché ho ucciso una povera colomba», diceva lui. Ma lui sapeva bene che non si trattava della colomba, sbottò lei, e non avrebbe detto una parola in più di quello che già lui sapeva. Il marito cascò dalle nuvole, perché non sapeva assolutamente niente. Ma ci doveva pur essere una spiegazione.

Ma lei rimase tutta la sera sdraiata sul divano a singhiozzare e non voleva entrare nella camera da letto. Alla fine, il marito disperato se ne andò a dormire di malumore. Mentre lui giaceva inquieto sul letto e mezzo addormentato, sentì un urlo acuto e tagliente e si ricordò all’improvviso che era lo stesso urlo che aveva lanciato la colomba angosciata.

“Sta’ a vedere che è la sua anima là fuori e che si vendica portando l’infelicità in casa nostra, perché io l’ho ingannata», gli venne di pensare: che pessima giornata!…

Il mattino seguente, la moglie aveva un fazzoletto in testa. Era ancora silenziosa e imbronciata. Lui non riusciva proprio ad afferrarne il senso. Quando poi lui fece per mettersi il soprabito e uscire, lei divenne ancora più inquieta e agitata e controllava ogni suo movimento. E appena lui afferrò la maniglia, le lacrime cominciarono a uscirle a fiumi e gridava: «Si, si, vattene! Non ti trattengo, ma non so se mi rivedrai ancora».

Allora lui capì che stava accadendo qualcosa di veramente grave. Quindi la prese e l’accompagnò sul divano per farle delle domande e cercare di capire, ma lei continuava a essere riluttante. Lui le parlava ora in modo dolce e sereno, ora pacato e irrequieto, fino a quando lei cominciò a rasserenarsi e a mettersi in discussione e il marito finalmente riuscì a farle dire cosa la turbava. Così rivelò che ieri, mentre lui era sul viottolo di casa con la colomba… «ero seduta vicino la finestra e ho visto attraverso il riflesso del vetro che ti sei incontrato con la bella proprietaria del negozio di abbigliamento. Tenevi la colomba davanti a te e le sorridevi in modo inequivocabilmente lusinghiero», mai, mai, aveva creduto che suo marito potesse corteggiare così altre donne, piagnucolò alla fine, e mai lo aveva visto fare in modo così spudorato. Era caduto su di lei come un fulmine a ciel sereno ed era rimasta tutta la notte a pensare a come avrebbe potuto sopportare a lungo questa situazione.

«Sei uscita fuori di testa?!», sbottò lui. Non era stata lei, proprio in questi ultimi giorni, a tormentarlo per farsi accompagnare al negozio per provarsi un cappello?, e poi doveva pur salutare la gente e la colomba l’aveva portata così fin dall’inizio.

Come aveva sofferto la poverina per tutto questo, ma ora lui era tornato ad essere: «il mio bravo, buono, fedele marito, non è vero?», gli chiese con gli occhi pieni di lacrime.

«Si, si certo, cara Milly. Amore, ma come hai potuto credere una cosa simile?»

«Confesso che eri tutto preso e orgoglioso per via di quell’uccello» rise ancora scossa dal pianto.

Il cielo si rasserenò e si prospettava una bella giornata. Lei lo baciava, lo baciava in continuazione. “Grazie al cielo è tornato tutto normale!”, pensò sollevato l’uomo. Era come se la pace e il sole fossero tornati nella casa e la moglie era così allegra e tenera, proprio come se fosse ritornata ad essere sé stessa.

Il mattino seguente, dopo aver parlato e fatto colazione, quando lui prese il soprabito, lei si fece di nuovo silenziosa e lo seguiva con lo sguardo sospettoso. “Béh!, non è niente!”, pensò lui, solo che gli sembrava un po’ strano che non lo accompagnasse alla porta per salutarlo, come faceva sempre. Dopo, quando tornò dal lavoro, lei non era più del suo solito umore. Evitò di fargli le domande sul dove era stato e chi aveva incontrato, come era solita fare. Allora lui si insospettì e le chiese se fosse per caso malata. Ma lei contrasse i muscoli della faccia: «Tanto non te ne importerebbe nulla. Magari fossi morta!» disse. Ora lui cercò di costringerla a parlare in modo chiaro ed esplicito, la trasse a sé per tenerla sulle sue ginocchia e guardarla dritto negli occhi. Ma lei si divincolò e si allontanò come se avesse toccato una biscia e rimase in piedi a fissarlo con disprezzo.

Non era strano, cominciò a dire con voce vibrante, che c’erano tre strade da scegliere per «andare giù in città, la mattina. Ma sempre, proprio sempre, tu devi prendere quella che ti porta dove sai di poter incontrare la proprietaria del negozio».

«Ancora la stessa storia!» urlò lui «É tutto qui il tuo “peso”? Devi essere uscita proprio fuori di senno, vedi fantasmi ovunque. Non posso farci niente se il mio ufficio si trova lì dove si trova e faccio quella strada da sette anni».

«Certo, deve essere diventata una necessità, ormai», mugugnò lei.

Lui la guardò sbigottito e le fece notare, con rabbia repressa, che non sarebbero riusciti a campare se lui non avesse sgobbato in ufficio. E infuriato se ne andò sbattendo la porta dietro di sé.

“Ci deve essere qualcosa che non va in lei, poverina,”, pensava “una strana malattia del sangue forse, che sconvolge la sua mente”. E per via di questa sua preoccupazione si fece sempre più premuroso e attento nei confronti della moglie. Non sapeva mai come le doveva parlare e come rivolgerle la parola e quanto bene le dovesse dimostrare e su quanti cuscini la doveva far riposare. Tutto quello che lei diceva o faceva era solo cordiale e amichevole, ma non vi era l’ombra di un sorriso. E ogni mattina, quando lui doveva uscire, lei ritornava ad essere irrequieta e fredda nei confronti del marito.

Accadde, così, un giorno che lui tornò a casa con un regalo per lei, ma in cambio non ottenne che uno sguardo sofferente e triste, tanto da farlo rabbrividire: gli ricordava lo stesso sguardo che aveva la colomba morente e lo guardava proprio così.

Allora terrorizzato e angosciato, tese le braccia verso di lei e implorò, in nome di Dio: «che cosa hai, perché taci, quale peso porti dentro?», ma lei lo guardò con aria sufficiente e si allontanò.

«Ma tu devi capire!, mi stai facendo impazzire. C’è qualcosa al mondo che non farei per te? Non ti voglio forse bene?».

Lei, semplicemente, lo guardò rassegnata e disse che era profondamente riconoscente per tutto quello che faceva, perché in fondo era buono con lei e con i bambini ed era gentile e onesto e bravo; vedeva bene che lui si sforzava di fare del suo meglio. Ma l’amore è un uccello libero, questo cominciava a capirlo molto bene. E cosa poteva fare lui per riconquistarla? Comprare regali – oh Dio! Si prese il volto tra le mani:

«Credi che mi interessi avere un regalo senza che ci sia qualcos’altro che lo accompagni?»

«Qualcos’altro?»

«Mi conosci proprio così poco, Even? Ma io non ti costringerò, non ti farò soffrire, non ti tormenterò, povero caro. Se solo avessi capito fin dall’inizio che gli uomini non sono come noi. Da quando ho aperto gli occhi, non posso prendere in mano un giornale o un libro senza che vi legga qualcosa sull’infedeltà o il doppio gioco. Proprio questa mattina ho letto di una relazione matrimoniale così terribilmente assurda che il sangue mi si è raggelato. Si trattava di un uomo che aveva due famiglie e dei figli in entrambe, aveva due mogli alle quali giurava di amarle più di ogni altra cosa al mondo»

«Due mogli?» cercò incuriosito la notizia sul giornale «E io che ne ho abbastanza con una».

Ma lei lo osservava con sguardo indagatore come se cercasse di esaminare le espressioni del marito.

«É proprio come se tu facessi apposta a non ascoltarmi!» sbottò lei.

«Che? Intendi dire se io fossi capace di fare la stessa cosa dell’uomo sul giornale? Deve essere possibile solo se è in due città lontane tra loro, come tra qui e New York. Ma nella stessa città, no. Richiederebbe troppa astuzia da parte mia. Quel tipo deve essere stato proprio un bel diavolo»

«Però non sarebbe improbabile, né impensabile, è questo che intendi?, no, non sarà certo solo per dovere che mi regali spille e anelli, mentre la tua testa è altrove? No, non rispondere. Sono troppo orgogliosa, anche per questo, Even. Piuttosto feriscimi con la spilla, qui, colpisci dritto al cuore. Senti come batte».

Gli prese la mano e la pose sul seno. Il cuore le batteva proprio come un martello,

«Ma cara, cara Camilla, questa sera sei veramente strana. Io mi sarei allontanato da te? Non faccio altro che renderti infelice, ho sbagliato tutto perché credevo che tu non mi volessi più bene. Dimmi la verità Milla!, c’è qualcosa che non va? C’è qualcun’altro – non intendo niente di serio – ma qualcuno che hai visto o forse qualcosa che ti sei ricordata del passato, prima che noi due… capisci? Parla apertamente e non nascondere nulla»

Milla subito si sedette rigida sul divano:

«Ma allora tu non sei innamorato di qualcun’altra, Even?», disse radiosa. «No, vero che non lo sei?» continuò stupita «E sei anche geloso, veramente geloso? Non lo sei mai stato prima». Poi, all’improvviso circondò le braccia al collo di lui: «dimmi la verità, amore mio, ti supplico. C’è veramente qualcuno che ti preoccupa per colpa mia?». Lo guardava negli occhi cercando di leggervi o di scovare qualcosa. «Non sarà mica per quella volta che stavamo insieme al Capitan Staib e lui si dichiarò e mi chiese di sposarlo?, no, non avrei mai immaginato che tu te la prendessi. Tu Even… geloso di me! Oh tu non sai come mi fai felice. Ogni volta che mi metterò questa spilla mi ricorderò di aver vissuto il momento più bello della mia vita».

«Geloso… tu, geloso di me!», ripeté ancora una volta, quando lui uscì per recarsi al lavoro.

Pace!, finalmente era ritornata la pace in famiglia.

Finalmente lui ebbe la certezza che né il pomeriggio, né la sera avrebbe ritrovato la moglie in quello stato d’animo folle, incomprensibile e inquietante. In quest’ultimo periodo non aveva avuto un attimo di tranquillità.

Era così felice di avere di nuovo suo marito tutto per sé: questo fu il ritornello della moglie per tutta la sera. Si era messa in ghingheri per lui e aveva preparato il suo cibo preferito: merluzzo fresco e un bicchiere di punch. Ora al mondo non esistevano che loro due. Però … lui doveva riconoscere che alla fin fine – beh!, non le importava più niente ora, – però lui doveva ammettere che un poco, poco di attrazione e interesse, la proprietaria del negozio l’aveva esercitato nei suoi confronti: «Avanti, tesoro… su, caro, dimmi se un po’ di attrazione c’era»

«Per niente»

«aah!, mettiti una mano sul cuore. Ma forse non lo capisci, perché vedi queste specie di civettuole sanno come incastrare gli uomini ingenui. Hanno mille modi e trucchi, sono dolci, naturali e spontanee, assolutamente amichevoli. Senza dubbio quella si tinge le labbra di rosso e sorride solo per mostrare i denti. Ma non l’hai vista? Deve avere come minimo due ponti, se non proprio la dentiera.»

«Ma cara, ti sembra il caso di tirare in ballo quella persona che non è mai stata nei miei pensieri?»

«Dillo domani, visto che oggi l’hai incontrata. Oh no, niente, non intendevo niente di male, però è molto strano, perché il fatto è che c’è … anche se tu non lo sai … esiste una certa attrazione…»

«Si, si, avanti, continua, continua con questa storia che io mi sono allontanato da te e …»

«Even, amore, ma…»

« …e dal profondo del mio cuore, non è così?» si alzò furioso «incalza, incalza!».

«Ho detto solo che…»

Si sentì un rumore sordo e con un salto, come un leone sulla preda, diede un pugno all’orologio d’oro sul mobile e la campana di vetro andò in mille pezzi.

«Even, Even» gridò lei.

«Se si deve distruggere tutto, allora è meglio cominciare subito, vedi?, lo faccio a malincuore». Alzò la paletta del camino per scagliarla contro lo specchio grande. «E poi picchio te, e picchio anche me, vedrai se non torna la calma, vedrai!»

«E allora colpiscimi Even – avanti!» urlò la moglie fuori di sé e gli si parò davanti.

«A te? Picchiarti?» lasciò cadere la paletta costernato «non ti torcerei neanche un capello senza averlo baciato e pianto sopra…»

Tutto finì con un’appassionata, ardente riconciliazione.

«Non ti ho mai amato così tanto come ora», disse l’uomo il mattino seguente prima di salutarla e andare in città.

«E io che credevo che mi avessi amato sempre», rispose lei a bassa voce, fissandolo.

«Certo che ti ho sempre amato, ma non in modo consapevole. É ovvio. Dovevamo essere stupidi tutti e due se non ci eravamo mai accorti di quanto siamo capaci di amarci»

«Si, amore. Da me non sentirai più una parola su questa faccenda. Voglio solo dire che gli uomini si conoscono così poco. Chissà come fanno»

«Già!», lui si affrettò a uscire di casa, mentre lei gli sorrideva e gli stringeva ancora la mano. Ma fuori, sulle scale, i tratti del viso dell’uomo si distesero: era terribilmente infastidito da questa storia. L’ “attrazione”, il delirio … cominciò a immaginarsi, in modo paurosamente bene, un cappio intorno al suo collo. Lei sedeva vicino allo specchio e lo stava spiando. Era possibile che lui avrebbe potuto incontrare la proprietaria del negozio, e l’avrebbe dovuta salutare. “E se oggi per il bene della tranquillità familiare scegliessi un’altra strada?”, pensò lui. Avrebbe preso la strada sbagliata, ne era matematicamente sicuro, come quando si fa il giro del mondo per poi tornare al punto di partenza. Alla fine lasciò perdere questi pensieri funesti.

«É stato veramente per il mio bene che oggi hai preso la strada di mezzo?», lo stuzzicò lei, a cena. «Ma ora, non credere che io sia ancora gelosa di te, Even! Quella bambola, per quanto mi riguarda, può dipingersi di rosso e sorridere a mio marito quanto vuole. Si dica quel che si dica, ma queste sgualdrinelle sono proprio pericolose. E adesso hai cambiato anche la strada…»

«Ne ho fatta una che mi è costata venti minuti in più di strada, per il tuo bene»

«Si, certo. Se non avessi fatta anche quell’altra, non ce ne sarebbe stata di più, comunque non voglio dire nient’altro, solo che fin dal principio, tesoro, un pochino di – sii sincero, ora – un pochino di attraz…»

La zuppiera si spaccò e il contenuto fumante si rovesciò. Chiaramente si diede istruzione di pulire il tavolo da pranzo, poi lei si lanciò tra le braccia di lui:

«Amore perdonami» piagnucolò lei «non dirò più una parola. Mi dispiace, Even!»

Era così straziante.

«Povera, povera Milla. Non ti leverai mai questo fantasma dalla testa. Dimmi una sola cosa, ci amiamo o non ci amiamo?»

«Vedi, lasciami spiegare un attimo» supplicò lei, mentre si sedettero per prendere il caffè, tranquilli come quando due temporali sono finiti «Per prima cosa, si deve liberare una moglie dall’infelice pensiero che suo marito possa tradirla – caro, non parlo di nessun tipo di attrazione ora – però una volta che si insinua il dubbio, per prima cosa subentra un terrore nel sangue: da dove prenderà la speranza che tutto torni come prima? Lo vedo bene, amore, caro Even, come va il mondo; posso sedermi e ripercorrere nella mente tutto il percorso che conduce ai matrimoni falliti. E perché noi dovremmo essere esonerati da questa sorte?»

Even si alzò. E fischiettando andò su e giù per la stanza con le mani nelle tasche dei pantaloni.

«Sai, penso in continuazione a come te ne stavi davanti alla proprietaria del negozio con quell’uccello in mano e lei ti sorrideva. Per me è ancora impossibile. Eppure io ti credo, credo in te Even, capisci?»

«Si, capisco. Capisco che ti manca una rotella»

«Ma te l’ho detto già io, amore. É una fissazione, un chiodo fisso. A volte penso se non sia il caso di andare da un dottore. Mi dispiace, ma dimmi che non mi odierai perché sono fatta così»

«Povera, povera Camillina. Dovremmo uscire e prendere un po’ di aria fresca più spesso, oppure potremmo invitare qualcuno. Sei sempre così felice e attiva quando stai con le tue amiche. Le dovresti invitare un po’ più spesso. Mi ascolti?»

«Perché solo amiche? É incredibile, è come se per te non esistessero che le donne. Abbiamo anche degli amici. No!, ci deve essere qualcosa nella tua natura…»

«Invita chi diavolo vuoi, se vogliono venire. Va all’inferno!» e sbatté la porta alle sue spalle.

Aveva un umore da cani. Uscì e rimase fuori per tutto il pomeriggio. In cortile, c’erano le ragazze che stavano lavando i panni. Rimase a lungo pensieroso e assente a fissare il fondo del pozzo. Quel buco nero con l’acqua scura che mandava riflessi, esercitava su di lui un fascino strano.

Era così stanco. La sua bella casa felice, nell’arco di un anno si era trasformata in un luogo di sofferenze. Aveva insopportabili, inutili, incessanti dubbi su quei sentimenti che gli erano più cari della vita stessa. Ed era lei l’unica che amava, lei che stava con l’attizzatoio ardente e lo stava cucinando in padella e lo girava ora da una parte e ora dall’altra. Si scosse dai suoi pensieri quando le ragazze se ne andarono con la tinozza. Anche lui rincasò. Il dolore covava così intensamente dentro di lui che non gli restava nient’altro da fare che lavorare.

Arrivò il caffè. Con suo grande stupore fu la cameriera a portarglielo; ma lui continuò a lavorare. La sera cenò da solo. «La sua signora è a letto con un terribile mal di testa», gli fu comunicato.

«Ma in nome del cielo, cosa c’è adesso?» e si diresse in camera da lei.

Niente, non aveva niente. Aveva pur diritto ad avere un mal di testa. «Vattene ti dico, vattene!».

«Ascolta Milla», disse lui pallido, «se questa sera me ne vado via , allora me ne andrò per sempre e non ritornerò. Sto parlando seriamente. Vuoi dirmi cosa hai da rimproverarmi questa volta?»

«Niente, niente. Dico solo che l’amore è libero. Oh!, che non sia io a costringerti a restare – io, io che non so dirti quanto bene ti voglio, proprio io ti sto ostacolando».

«Niente meno, vuoi dire che tra le altre sciagure, io ora avrei in mente di sposarmi con quella tua elegante sconosciuta del negozio di vestiti?»

«oh quella, non penso più a quella da tempo. Ma non ho forse visto con questi miei occhi come, oggi pomeriggio, non hai fatto altro che stare dietro alle ragazze che lavavano i panni? É nella tua natura, lo capisco bene solo ora. Semplicemente non ti saresti mai dovuto sposare. É la tua inclinazione».

«Ebbene si, per una volta lo deve ammettere. C’era una certa attrazione…»

«Che stai dicendo?!», esclamò terrorizzata.

«Dico che sono innamorato…»

«Even!»

«Profondamente innamorato… del buco nero in fondo al pozzo! É come se mi risucchiasse; mi attraeva e mi trascinava giù. Fossi scivolato e scomparso laggiù mi sarei risparmiato di tornare in questa casa che è diventata per me peggio di un tribunale. Mi sembra che ora l’unica pace e il sollievo più grande che mi sia concesso su questa terra e prendere la maniglia di quella porta e filarmela. E tu, con i tuoi dubbi e i tuoi sospetti, tu forse potresti curarti, per te c’è questa opportunità. Deve essere una tale soddisfazione sapere che tu comunque, comincerai a capire – almeno cosi tu dici che sarà – almeno ché non sia troppo tardi»

«Basta!, smettila di parlare così. Perdonami», si trascinò verso di lui in ginocchio, «io ti appartengo nell’anima e nel corpo, sono tua se non mi calpesterai più così. Ti prego non andartene, ascoltami, lascia che la mia vita dipenda da te. Lo vedi bene che ho un chiodo fisso. È cominciato tutto l’anno scorso, da quel giorno in cui te ne stavi così fiero con la colomba …»

Lui mugghiò e strinse i pugni convulsamente, poi urlò:

«Come vorrei non amarti così follemente! Eppure come potrei odiarti nonostante tutto quello che mi fai soffrire!»

«No, no, prima che ti faccia ancora del male, Even, prima che perda completamente la ragione», bisbigliò lei, «non ti rendi conto che ogni volta che mi parli è come se tu mi colpissi a morte. Tu hai il potere di liberarmi da tutto questo – fallo ti supplico!, sii buono e liberami. Spiegami solo come …».

“Quando due persone si amano alla follia deve essere proprio così”, pensò lui rassegnato. “É un’idea folle che gira sempre, come un mulino”.

Si sprofondò sulla poltrona e iniziò ad esaminare le sue dieci dita spalancate. Abbandonò la partita:

«Tu mi vuoi un bene dell’anima, non lo puoi negare. E anch’io te ne voglio. Altrimenti me ne sarei andato in fondo al pozzo o mi sarei impiccato o mi sarei separato da te, questo lo capisci, vero?, puoi anche piangere ormai. Ma un simile inferno, un tale martirio, un tale strazio quotidiano per ogni minima stupidaggine … su, su Camilla non devi prendertela così tragicamente. Non puoi farlo, ascolta, è brutto, è tremendamente brutto vedere questi lacrimoni che ti bagnano le guance»

«Se tu dici che mi ami da impazzire, allora deve essere così, non è vero?, caro, caro Even», sorrise lei e lo abbracciò.

«Che noi due siamo dei matti – che dovrebbero vergognarsi davanti al giudizio di Dio e degli uomini e che si feriscono e si fanno del male come i peggiori assassini – questo è poco ma sicuro».

«É un anno che vado avanti così», singhiozzò lei «mi sono spaventata a morte quando ti ho visto con quella colomba in mano, mi sembrava che fosse il mio amore quello che tu avevi ammazzato per regalarlo a quella che avevi incontrato»

«Certo, certo», lo colse un sentimento di amarezza «É un anno ormai che la follia regna in questa casa».

Lei appoggiò la sua testa sulla spalla di lui: «Povero, povero caro, lo vede bene quanto infinitamente hai sofferto per me, e come sei stato paziente».

Quella stessa notte, prima dell’alba, lei si svegliò all’improvviso.

«Hai sentito quell’urlo di uccello, Even?», chiese.

«Lo hai sentito anche tu, allora?», disse lui.

«Si, stavo sognando una colomba che volava via dal mio cuscino e strideva. Aveva un anello bianco su una piuma». L’uomo si mise seduto sul letto:

«Un anello bianco?», ripeté « lo aveva anche la colomba che ho ucciso»

«Mi sento come se un peso cattivo mi abbia improvvisamente abbandonato» disse la moglie e tirò un profondo sospiro di sollievo. «É come se ritornassi da un posto in cui sono rimasta per troppo tempo. É un sollievo immenso. Ed è proprio come un miracolo», disse lei dopo una pausa. «Sento che è successo qualcosa che mi dà pace, ora. Lo avverto qui, esattamente in questo punto» e si toccò con la mano il cuore, «L’avrei dovuto capire subito, non batte più forte come ha fatto per tutto l’anno. Non accadrà più di sentirmi dubitare di te, mai più. So per certo che il peso è sparito».

«É strano», disse lui, «udii lo stesso grido di uccello quella notte, dopo aver ucciso la colomba. Era il diciannove maggio. E oggi è il diciannove maggio. É come se fosse stato lo spirito di quella colomba che è entrata in casa, se ne impossessata e si è vendicata. Forse un anno è il termine di espiazione per questo tipo di uccelli prima di abbandonare la terra … la colomba è un uccello strano», rifletté l’uomo ad alta voce «è stata sempre usata per portare i messaggi, fin dai tempi di Noé e dell’arca»

«E poi dicono che è l’uccello dell’amore e della pace!» disse la moglie «e invece solo ora capisco bene che non si tratta di un animale mite, ma è irascibile, sospettoso, geloso e vendicativo, sì, vendicativo. Anche se… si trova tutto questo nell’amore».

Rimasero per un momento entrambi silenziosi, ognuno con i propri pensieri.

«Come ci si sente al sicuro ora», mormorò lei «sai, ho persino sonno adesso; non sono più riuscita a chiudere occhio da quando quella colomba …» …

Trad. Annalisa Maurantonio

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