FIDO


Da “To novelletter fra Danmark” (1882)

Trad. di Annalisa Maurantonio

I.

La signorina Thyra[1] urlò nel portavoce: “Non sono ancora pronte le cotolette per Fido?”

La voce della governante Hansen rispose dalla cucina: “Sono sulla finestra a raffreddare; appena saranno pronte, Stine le porterà su”

Fido aveva sentito e andò a sdraiarsi sul tappeto davanti al camino.

Capisce molto più di una persona – soleva dire il grossista.

Al tavolo della colazione sedeva – insieme alla gente di casa – un vecchio nemico di Fico, l’unico che aveva. Ma il giudice Viggo Hansen, del resto, era un nemico di molti in questo mondo e la sua lingua mordace era nota in tutta Copenaghen. Presso questa famiglia, dopo molti anni di amicizia, aveva consolidato una certa franchezza e quando era in vena, il ché lo era sempre, la sua amarezza si scagliava contro chiunque e qualunque cosa capitasse, senza pietà. Soprattutto ce l’aveva con Fido.

“Questa enorme bestia fulva”, era solito dire “Se ne va in giro per essere accarezzato, coccolato e sfamato con bistecche e polpette, mentre più di un bambino deve mordersi le dita per un pezzo di pane secco”.

Ecco dunque, il tasto dolente che il signor giudice doveva guardarsi dal toccare. Appena qualcuno toccava Fido con una parola che non fosse di ammirazione, riceveva un univoco sguardo di disapprovazione da tutta la famiglia e il grossista aveva persino detto a chiare lettere al Giudice Hansen che prima o poi si sarebbe arrabbiato seriamente se non avesse parlato di Fido in modo conveniente.

La signorina Thyra odiava sinceramente il giudice Hansen per questo; e sebbene Valdemar[2] fosse ora un adulto – pur sempre uno studente – si divertiva ancora a sottrarre i guanti dalle tasche posteriori del giudice per consegnarle a Fido che li riduceva a brandelli. La stessa Signora, che pure era così mite e buona come un pezzo di pane, doveva a volte prendere in disparte il giudice e rimproverarlo seriamente poiché non si poteva permettere di parlar male di un animale così docile.

Fido capiva tutto questo molto bene; ma disprezzava il giudice Hansen e non lo considerava. Accondiscendeva a ridurre a brandelli i guanti, perché questo faceva piacere al suo amico Valdemar, inoltre faceva finta di non vedere il giudice.

Quando giunsero le cotolette, Fido le mangiò tranquillo e discreto: non sgranocchiava le ossa, ma le spolpava completamente e leccava la scodella. Poi di solito, andava dal grossista e appoggiava la sua zampa destra sul suo ginocchio:

“Salute! Salute, vecchio mio!” esclamava commosso il grossista; si commuoveva ogni mattina quando ciò si ripeteva.

“Non puoi certo chiamare Fido, vecchio, papà!” , disse lo studente Valdemar, un po’ altero

“Oh che ne sai tu! – avrà certo i suoi otto anni!”

“Sì, ma…maritino” disse bonariamentela Signora“Un cane di otto anni non è affatto un cane vecchio”

“Ecco! Non è vero mamma?” esclamò Valdemar con fervore “Non mi dai ragione? Un cane di otto anni non è affatto un cane vecchio”. E in un attimo tutta la famiglia si divise in due partiti – in due partiti molto vivaci – che con un inarrestabile fiume di parole si misero a dibattere se si poteva chiamare un cane di otto anni, un cane anziano oppure no. Entrambe le parti si scaldarono e sebbene ognuno continuava a ripetere la propria opinione l’uno contro l’altro, non sembrò che si volesse raggiungere alcun accordo – neanche quando l’anziana nonna si alzò dalla sedia per raccontare a tutti i costi del carlino di sua eccellentissima Altezzala ReginaMadre, che aveva avuto l’onore di conoscere per strada.

Ma nel mezzo di quell’indomabile vortice di parole ci fu una tregua, quando qualcuno guardò l’orologio e disse “Il vaporetto!”. Tutti si alzarono, i signori, che dovevano recarsi in città, si avviarono, tutta la comitiva si sparpagliò ai quattro venti e la questione – se si poteva chiamare un cane di otto anni un cane vecchio oppure no – rimase sospesa per aria.

Solo Fido non si mosse. Era abituato a quel trambusti in famiglia e la questione irrisolta non lo interessava. Lasciò scorrere i suoi occhi intelligenti sul tavolo da colazione abbandonato, poi affondò il suo muso sulle potenti zampe e chiuse gli occhi per un pisolino. Finché si viveva là fuori in campagna, non vi era niente altro da fare che mangiare e dormire.

Alano tedesco o Gran danese

Fido era un autentico cane di razza danese; il Re aveva persino comprato suo fratello, un fatto che veniva raccontato a tutti coloro che entravano in casa. Comunque aveva avuto una infanzia severa, poiché la sua occupazione originaria era quella di cane da guardia, fuori alla grande riserva di carbone del grossista a Kristianshavn. Là fuori, Fido si comportava in modo esemplare: selvaggio e furioso come una tigre di notte, così tranquillo, amichevole, addirittura buono, di giorno, tanto che il grossista lo notò e promosse Fido da cane da guardia a cane da salotto. E proprio da quel primissimo momento che il nobile animale sviluppò tutte le sue perfezioni.

In principio, con il suo modo di fare modesto, se ne stava presso la porta e sembrava così umile che chiunque entrava non poteva fare a meno di farlo entrare nel salone; e lì si trovò subito a proprio agio, all’inizio sotto il divano, poi più tardi sul soffice tappeto dinanzi al camino. Man mano che i componenti della famiglia imparava ad apprezzare le sue rare qualità, Fido avanzava di grado, finché il giudice Hansen asserì che l’unico padrone di casa era lui. Certo è che vi era qualcosa in tutto il contegno di Fido che attestava che egli fosse consapevole di quella posizione conquistata. Non si fermava più umile presso la porta, ma precedeva chiunque entrava. Non era necessario aprirgli la porta quando raschiava, perché il robusto animale si sollevava sulle zampe posteriori, poneva quelle anteriori sulla maniglia e apriva la porta da solo. Quando compì tale opera d’arte la prima volta,la Signoraesclamò estasiata:

“Non è carino!? Proprio come un essere umano, solo che è molto più buono e fedele”.

Questa era anche l’opinione degli altri nella casa: che Fido fosse migliore di un essere umano. Soprattutto sembrava normale assolvere un po’ dei propri peccati con il culto sorprendente di quel nobile animale; e ogni volta che qualcuno era scontento di sé o degli altri, Fido riceveva le confidenze più intime e le care rassicurazioni che egli era l’unico di cui ci si poteva fidare. Ora, quando la signorina Thyra tornava delusa sa un ballo o la sua migliore amica aveva slealmente rivelato un segreto terribilmente grande, allora si lanciava in lacrime sul Fido:

“Ora ho solo te, Fido! Non c’è nessuno, nessuno al mondo che mi voglia bene, eccetto tu. Noi sue siamo completamente soli in questo grande, grande mondo: ma tu non tradirai mai la tua povera piccola Thyra – me lo devi promettere, Fido!”

E poi piangeva e lacrimava sul naso nero di Fido. Perciò non c’è da stupirsi se Fido si comportava con una certa dignità nella propria casa. Ma anche per strada lo si notava, avanzava sicuro e fiero di essere un cane di città dove i cani hanno il potere. Quando in estate risiedevano in campagna, Fido si recava in città solo una volta a settimana o circa, per annusare delle vecchie conoscenze. Fuori, in campagna, viveva esclusivamente per la propria salute: si bagnava, si rotolava nelle aiuole e poi andava nel salone per asciugarsi, strofinandosi ai mobili, alle cameriere e infine sul tappeto del camino. Ma per la maggior parte dell’anno, tutta Copenaghen era a sua disposizione, e disponeva della città con grande libertà. Quale piacere non era il principio della primavera!, quando l’erba sottile cominciava a germogliare nei giardini pubblici che nessun piede umano doveva calpestare, e allora su e giù a correre in circolo con alcuni buoni amici e i ciuffi d’erba che turbinavano nell’aria. E quando i giardinieri tornavano a casa per la cena, dopo essersi affaccendati e presi cura per tutto il pomeriggio dei bei fiori e dei cespugli, com’era divertente, allora, mettersi a scavare come una talpa, infilare il muso nella terra in mezzo ad un’aiuola, sbuffare e soffiare e poi ancora scavare la terra con le zampe anteriori, fermarsi un po’, infilare di nuovo il muso, soffiare e poi scavare la terra con tutte le sue forze, fino a quando la buca diventava così profonda che con una sola potente zampata delle zampe posteriori riusciva a mandare all’aria un intero cespuglio di rose con le radici – su, su, in alto, nell’aria. Quando Fido, dopo una tale impresa, giaceva tranquillo in mezzo ai giardini, mentre gli esseri umani passeggiavano cauti tra polvere e fango, allora si compiaceva con sé stesso in tutta tranquillità.

Poi vi erano le grandi baruffe a Grønningen o intorno al Cavallo di Piazza del Re; poi attraversava di corsa, umido e infangato, la Østergaten tra le gambe delle persone, strofinandosi sulle gonne e pantaloni dei Signori, spintonando le signore e i bambini, sconfinatamente lungo i marciapiedi da entrambi i lati, ora dirigendosi in un cortile, su per la scala di servizio inseguendo un gatto, ora diffondendo terrore e confusione per avventarsi sulla gola di un vecchio nemico; a volte, Fido si divertiva anche a fermarsi proprio davanti ad una bambina che soleva andare a fare le commissioni per la madre, le si piazzava con il grande naso davanti al viso della bimba e abbaiava: vov, vov, vov! Povera piccolina!, diventava viola in viso, le braccia rigide stese lungo i fianchi, battendo i piedi senza riuscire a emettere un suono. Ma le signore anziane per la strada la rimbrottavano e dicevano:

“Che sciocchina! Come puoi aver paura di un cane così bello e carino! Vuole solo giocare con te; guarda come è carino. Non vuoi accarezzarlo?”

No!, che non voleva la Piccolina, in nessun modo; e quando tornava a casa dalla madre, ancora singhiozzava. Né sua madre, né il dottore, poi, riuscirono mai a capire che l’allegra e sana bambina era diventa tata livida, rigida e muta per un piccolissimo spavento.

Ma tutti questi passatempo erano solo bazzecole in confronto alle grandes cavalcades d’amour e in queste Fido era sempre uno dei primi. Sei, otto, dieci, dodici cani, fulvi, neri e rossi e con un lungo seguito di cani più piccoli e piccolissimi, sì morsi infangati che a mala pena si poeva vedere di che razza erano, ma non di meno molto coraggiosi con le code ritte e affannati per l’impegno, sebbene non avessero altra opportunità che quella di essere presi a botte e rotolati nel fango – e poi via di nuovo, in una corsa selvaggia per le strade, le piazze, e giardini e le aiuole, le risse e gli ululati, insanguinati e infangati, le lingue a penzoloni, alla larga dagli esseri umani e dai passeggini, luoghi per le battaglie e gli amori dei cani…in questo modo, dunque, correvano come furie attraverso l’infelice città.

Tra le gente per strada, Fido non si preoccupava di nessuno, tranne degli agenti di polizia. Poiché, con il suo fiuto sottile, si era accorto già da molto tempo che la polizia era lì per proteggere lui e i suoi compagni cani dalle molteplici prepotenze degli esseri umani. Perciò si fermava sempre volentieri quando incontrava un agente, per farsi grattare dietro l’orecchio. Aveva, soprattutto, un amico buono e grasso che incontrava spesso a Åpenrå, dove Fido intratteneva da anni una lunga liaison amorosa. Quando l’agente di polizia, Frode Hansen,[3] era di ritorno da un passaggio in osteria – il ché lo faceva molto spesso perché era un tipo gioviale ed era un piacere offrirgli una mezza pinta – il suo volto assomigliava ad un sole nascente, rotondo, rosso, caldo e luminoso. Ora, quando “sorgeva” in tutta la sua altezza camminando per i marciapiedi, lanciando uno sguardo severo su e giù per la strada, scrutando i malintenzionati, tornava alla mente il ricordo di una cosa che si studia a scuola, in fisica, e che si chiama Coefficiente di Espansione. Quando ci si soffermava a contemplare la profonda strozzatura che la sua robusta cinta imprimeva sui fianchi, involontariamente si aveva la sensazione che nello stomaco dell’agente di polizia Frode Hansen ci fosse un coefficiente con un bisogno straordinariamente forte di espandersi. La gente che lo incontrava – soprattutto quando emetteva uno dei suoi profondi rutti – impauriti si tenevano a debita distanza poiché c’era il rischio che il coefficiente interno avesse la meglio sulla robusta cinta tanto da farla saltare via facendo scappar via la fibbia a una tale velocità da rompere il cristallo di una vetrina. Dopotutto, Frode Hansen non era pericoloso, anzi, era considerato uno degli agenti più innocui; molto raramente denunciava qualcuno. Comunque, godeva di un buon credito presso i suoi superiori dal momento che quando qualcuno veniva denunciato, bastava che chiedesse di Frode Hansen e lui aveva sempre, in un modo o nell’altro, una possibile spiegazione. In un certo senso se la passava bene: era ben voluto quasi da tutti a Åpenrå e in tutta Via dei Carrozzieri; persino la – ehm, ehm – signora Hansen, a volte, si permetteva di offrirgli una mezza pinta. E certo lei non aveva molto da dare. Povera e ubriacona aveva da fare abbastanza per tirare avanti con i suoi due figli. Nonostante mamma Hansen lavorasse o provasse a lavorare per campare, a mala pena riusciva a pagare l’affitto e conservare un po’ di caffè e grappa. In fondo non si faceva illusioni. In realtà, era opinione comune, proprio a Åpenrå, che mamma Hansen fosse una lurida sporcacciona e quando le si chiedeva se fosse vedova, era solita rispondere: “Béh! Vedete…non è facile saperlo”. La figlia aveva circa quindici anni; il figlio era di un paio di anni più giovane. Anche su questo era opinione comune a Åpenrå che una coppia peggiore di giovani non fosse mai cresciuta nei paraggi. Valdemar era un tipo pallido e dagli occhi scuri, viscido come un’anguilla, pieno di cattiveria e lascivia, con un volto di gomma che in un secondo poteva cambiare espressione, dalla più selvaggia insolenza alla più disarmante innocenza. Neanche su Thyra vi era qualcosa di buono da dire, tranne che prometteva di diventare una bella ragazza[4]. Ma su di lei venivano già raccontate ogni genere di brutte storie e che se ne andava in giro per la città per svariati affari. Mamma Hansen non voleva mai sentirne di queste storie, faceva finta di niente. Altrettanto poco in considerazione prendeva i consigli dei vicini e delle amiche: non era possibile lasciare che i figli badassero a sé stessi – erano davvero scatenati – almeno portarli da un paio di “fittavoli” e che la pagassero. “No! No!”, rispondeva mamma Hansen “finché vivono con me, la polizia non li acciufferà mai, e poi…non sono del tutto perduti!”. Ecco: il punto era che i figli non scialacquassero, era il suo chiodo fisso. Si logorava di fatica, rimproverava e picchiava i figli quando tornavano tardi a casa, metteva in ordine i loro letti e dava loro un po’ di cibo, li teneva presso di sé – come meglio poteva. Mamma Hansen aveva provato di tutto nella sua vita e tutto l’aveva gradualmente portata verso il basso: da domestica a donna di servizio, giù fino alla lavandaia e infine, lì dove si trovava ora.

La mattina presto, prima che albeggiasse, giungeva in città su per Knippelsbro, con un pesante cesto per braccio. Fuori dai cesti spuntavano cavolfiori e ciuffi di carote; si poteva intuire che ne faceva un commercio quello di comprare ortaggi presso i contadini fuori a Amaker per rivenderli a Åpenrå e nei dintorni. Comunque, non era un commercio di ortaggi quello che mamma Hansen esercitava, bensì era una piccola carbonaia, divideva la metà di nascosto e in piccole porzioni con la gente povera come lei. A Åpenrå non si prestava molta attenzione a questa apparente discordanza; neanche l’agente di polizia Frode Hansen sembrava trovare qualcosa di sospetto negli affari di mamma Hansen. Quando la mattina la incontrava che trascinava a fatica i pesanti cesti, le domandava, anzi, amichevolmente: “Allora, signora Hansen…erano a buon mercato le rape oggi?” e se fosse stato il suo saluto meno amichevole, a giorno inoltrato, veniva comunque servito con mezza pinta. Questa era una spesa ingente per la signora Hansen e ne aveva anche un’altra: ogni sera comprava un pezzo di pane viennese con lo zucchero. Non lo mangiava e non era neanche per i figli, nessuno sapeva che cosa ne facesse di quel pane e non vi era nessuno che se ne curasse.

Se non vi erano mezze pinte in vista, l’agente di polizia Frode Hansen portava a spasso il suo coefficiente con dignità, su e giù per le strade. E se poi incontrava Fido o uno dei suoi amici a quattro zampe, si soffermava sempre a lungo per grattarlo dietro l’orecchio. Osservava la grande naturalezza con cui i cani si comportavano per strada, ma per lui era un vero piacere scagliarsi con severità contro uno sfortunato e annotare nome e indirizzo completo perché il malcapitato si era permesso di buttare una carta nel rigagnolo.

II

In autunno inoltrato, ci fu una cena dal Grossista; la famiglia si era trasferita dalla campagna da tempo. La conversazione scorreva piatta e a intervalli, finché all’improvviso si sciolse diventando un fiume in piena. In fondo, all’angolo del tavolo dove sedevala Signora, si pose la questione: se si poteva definire gentildonna – una gentildonna elegante – una certa signora la quale, sul battello a vapore in pubblico, aveva poggiato i piedi su uno sgabello, mostrando le scarpine e le calze ricamate. E, come se tutti in quella comitiva avessero passato metà della loro vita a riflettere su questa questione, esposero sul tavolo tutte le loro ferme e irremovibili opinioni, così salde che si contraddicevano, cadevano, si riprendevano e si riproponevano con crescente fervore. All’altro capo del tavolo non partecipavano a questa vivace conversazione. Vicino al padrone di casa sedevano gli uomini più anziani e quantunque desiderassero ardentemente dare alla questione delle loro signore la soluzione definitiva, pronunciando la propria ferma opinione, dovettero arrendersi perché al centro della tavolata vi erano seduti i giovani e la distanza era troppo grande per raggiungere la conversazione delle loro consorti.

“ Non mi sembra di vedere l’enorme bestia fulva, oggi!” disse il giudice Viggo Hansen nel suo solito tono scontroso.

“No, purtroppo! Fido non è qui oggi. Povero ragazzo! Sono stato costretto a pregarlo di farmi uno sgradevole servizio”. Il Grossista parlava sempre di Fido come di uno stimato socio d’affari.

“Mi incuriosisce molto. Dov’è dunque il dolce animale?”

“Oh mia cara signora – è certo una storia incresciosa. Perché…vede a Kristianshavn, la nostra riserva di carbone è stata rubata”

“Oh misericordia!, rubata?!”

“Probabilmente i furti si sono perpetuati per un periodo di tempo più lungo”.

“Allora ha notato che il depositato era diminuito?”

A quel punto il Grossista dovette ridere, il ché lo faceva raramente:

“No!, Carissimo signor Giudice, mi scusi se rido, ma lei è veramente ingenuo. Lì fuori ci sono ben oltre 100 mila barili di carbone, quindi Lei capirà bene che ci sarà qualcos’altro che…”

“Si dovrebbe rubare da mattina a sera con due cavalli”, interruppe un giovane uomo d’affari pieno di spirito. Il Grossista proseguì quando ebbe finito di ridere:

“No –  vede!, il furto è stato scoperto perché ieri è caduta un po’ di neve”.

“Cosa, prego? Neve, ieri! Non ne so nulla”

“Non è accaduto durante il giorno, quando eravamo svegli, signora! Ma ieri mattina molto presto è nevicato un po’. E quando la mia gente si è recata al deposito hanno scoperto le tracce del ladro o dei ladri. Si è scoperto, poi, che dalla staccionata sono stati divelti un paio di paletti, ma erano legati in modo così ingegnoso che nessuno lo avrebbe potuto notare, e per di là si susseguono notte dopo notte i furti…non è rivoltante?”

“Ma il signor Grossista non possiede nessun cane da guardia?”

“Certo, ma è un animale giovane e inoltre di razza prodigiosa – mezzo bracco – e come diavolo fanno questi mascalzoni ad entrare!, sembra che abbiano del cibo amichevole per l’animale, poiché hanno trovato le tracce del cane in mezzo a quelle dei piedi del ladro”

“E’ certo molto curioso; e ora Fido dovrà provare…”

“Sì, proprio così: oggi ho mandato Fido fuori, dovrà acciuffarmi le canaglie”

“Non si potrebbero inchiodare ben saldi i paletti divelti?”

“certo che si potrebbe signor giudice Hansen! Ma io voglio le mettere le mani su quei tipi, avranno il loro ben servito; il mio senso della giustizia è ferito nel profondo”.

“Sarà facile con un animale così fedele”

“Sì, ma signor Grossista! Fido è anche una perla. È senza paragone il cane più bello di tutta…”

“Costantinopoli!” sbottò il giudice Hansen.

“E’ una vecchi battuta del giudice Hansen”, spiegò il Grossista “Egli ha ribattezzato l’Atene del Nord in Costantinopoli del nord perché a lui sembra che qui vi siano troppi cani”.

“E’ un bene per la tassa sui cani!” sostenne uno.

“Sì, se la tassa sui cani non fosse distribuita così iniquamente”, ringhiò il giudice Hansen “Non vi è alcun senso che un’anziana signora per bene, che porta il cane in un cestino da lavoro, debba pagare tanto quanto uno che ama infastidire i suoi concittadini con l’essere proprietario di una bestia mezzo selvaggia grande come un piccolo leone”.

“E come – se posso osare di chiedere – il signor giudice vorrebbe che fosse calcolata la tassa sui cani?”

“Ovviamente in base al peso!”, rispose il giudice Viggo Hansen  senza esitazione.

Gli anziani commercianti e i rappresentanti comunali presenti risero forte all’idea di pesare i cani, tanto che dall’altro capo del tavolo – dove ancora di dibatteva – lo notarono e lasciarono cadere la propria discussione per seguire la conversazione sui cani. E la questione se si poteva chiamare una gentildonna elegante e fine colei che aveva poggiato i suoi piedi su una sgabello del battello a vapore, lasciando intravedere scarpine e calze, rimase irrisolta anche questa volta.

“Sembra essere proprio un nemico dei cani sciolti, signor giudice” – disse la sua vicina di tavolo, ancora ridendo.

“Le dirò signora Hansen!” esclamò un dottore di fronte “Egli ha una paura folle dei cani”

“Ma una cosa”, proseguì la signora Hansen “una cosa la deve ammettere, signor giudice! Che i cani sono da sempre i più fedeli amici dell’uomo!”

“Sì, è vero, signora! E le posso raccontare sia cosa il cane ha imparato dall’uomo, che l’uomo dal cane”

“Oh racconti, racconti!”, si esclamò da diversi angoli.

“Con piacere! – per prima cosa l’uomo ha insegnato al cane a scodinzolare!”

“Oh bella!, certo è assai strano!” esclamò l’anziana nonna.

“ In seguito, il cane si è appropriato di tutte le qualità che rendono gli uomini meschini e vili: false lusinghe davanti e brutalità e disprezzo alle spalle; il legame più stretto verso il proprio bene e infedeltà e inimicizia verso tutto il resto. Il nobile animale è sì ben addomesticabile che è giunto a capire la pure arte umana: giudicare la gente dagli abiti: la gente ben vestita la lascia andare, ma quella cenciosa la azzanna ai polpacci.”

A questo punto il giudice fu interrotto da un brusìo di disapprovazione, la signorina Thyra, amareggiata, stringeva la sua manina intorno al coltellino da frutta. Ma ci fu qualcuno che volle sentire, dunque, cosa l’uomo ha imparato dal cane e il giudice Viggo Hansen proseguì, con più slancio e sarcasmo:

“L’uomo ha imparato dal cane ad apprezzare il culto smodato e immeritato. Quando né ingiustizia né maltrattamenti hanno incontrato altro che una coda scodinzolante, lo stomaco strisciante e la lingua a penzoloni, allora finisce che il padrone crede di essere un individuo magnifico e che tutta quella devozione sia giustamente attribuita. E di conseguenza trasferisce le proprie esperienze dal cane agli esseri umani aspettandosi si incontrare code scodinzolanti e lingue a penzoloni. E se poi lo si delude, allora disprezza l’essere umano e si rivolge al cane con alti elogi”.

Nuovamente fu interrotto. Qualcuno rise, ma la maggior parte ne fu scandalizzata. Viggo Hansen proseguì, come colto da ispirazione, e con la sua voce stridula e sottile sovrastò il brusìo e continuò a parlare.

“E dal momento che stiamo parlando del Cane, mi sia concesso illustrare una mia straordinaria, profonda riflessione. Non c’è qualcosa di peculiare – per il nostro carattere nazionale – in tutto ciò e cioè che proprio noi abbiamo creato quel nobile cane di razza, il famigerato, autentico cane danese? Questo animale dal possente, ampio torace, dalle zampe robuste, le fauci nere e i terribili denti, eppure così docile, inoffensivo, adorabile – non ci ricorda forse quella famosa, incorruttibile lealtà danese per la quale sia l’ingiustizia che i soprusi non hanno trovato altro code scodinzolanti, ventri striscianti e lingue a penzoloni? E quando ammiriamo questo animale, creato a nostra immagine, non è forse una sorta di triste elogio di sé quando lo accarezziamo sulla testa e diciamo: sei proprio buono, fedele, proprio un gran bel tipo!”

“Ascolti, giudice Hansen! Non posso fare a meno di ricordarle che in casa mia, ci sono certe cose che…”

Il padrone di casa era infuriato, ma un bonario parente si affrettò ad intervenire:

“Io sono proprietario terriero e dovrà certo convenire, signor giudice, che un buon cane da guardia è per noi una pura necessità, eh?”

“Oh sì! Un bastardino che sa abbaiare cosicché il servo si svegli è sufficiente!”

“No, grazie! Dobbiamo avere assolutamente un cane superiore, che sappia prendere le canaglie per il collo. Io ho un magnifico bracco”

“E quando, allora, accorre un brav’uomo per informarla che c’è un incendio nell’edificio posteriore e il suo magnifico bracco lo azzanna alla gola, cosa succede allora?”

“Bèh! È sfortunato!”, rise il proprietario terriero e anche gli altri risero.

Il giudice Viggo Hansen era così preso a rispondere da tutte le parti con i paradossi più assurdi che soprattutto i giovani si divertivano piacevolmente a stuzzicarlo, senza badare troppo al rancore.

“Ma i cani da guardia, i cani da guardia! Quelli ce li vorrà lasciar tenere, signor giudice?”, esclamò ridendo un carbonaio.

“Assolutamente no! Non c’è niente di più ingiusto di un pover’uomo senza carbone il quale viene a riempire il suo sacco presso una delle vostre riserve che viene dilaniato da un animale selvaggio e indomato. Tra un così piccolo errore e una pena sì terribile non c’è assolutamente alcun rapporto sensato”.

“Non potremmo sapere come difenderebbe la sua riserva di carbone, se ne avesse una?”

“Costruirei una solida staccionata e se fossi molto apprensivo, assumerei un guardiano che cordialmente, ma con decisione, dica a colui che viene con il sacco: – Mi scusi!, ma io mio padrone ci tiene molto alla sua riserva, non può riempire il suo sacco; deve andarsene immediatamente”

Tra la risata generale che seguì quest’ultimo paradosso, un rispettabile rappresentante del clero parlò dal fondo, dove erano sedute le signore:

“Mi pare che manchi qualcosa in questa discussione, qualcosa che vorrei chiamare il senso etico. Non è forse vero che noi tutti qui riuniti abbiamo, in cuor nostro, un’idea chiara e precisa di quella sconcertante forma di delinquenza che chiamiamo furto?”

Generale e calda approvazione.

“E non crede di indignarci oltremodo nel definire quel delitto – che sia nella legge umana che divina si cita come uno dei peggiori – sia ridotto a un modesto e insignificante “errore”? Non crede, dunque, che questo possa sembrare enormemente sovversivo e deleterio?”

“Mi permetta”, rispose prontamente il giudice Hansen “di sostenere un altro punto etico. Non è forse vero che gli innumerevoli – che non sono qui seduti – abbiano in cuor loro un’altrettanto chiara e precisa idea di quella forma di delinquenza ugualmente sconcertante e iniqua che chiamiamo “ricchezza”? E non crede di indignarli oltremodo – coloro che non possiedono carbone, ma solo un sacco vuoto – quando vedono uno che si permette il lusso di possedere due o trecento mila barili di carbone e che, per di più, pone a guardia del suo deposito un animale selvaggio e se ne possa andare a letto dopo aver lasciato un cartello sul cancello con la scritta: cani da guardia liberi dall’imbrunire. Non crede, dunque, che questo possa sembrare altrettanto disgustoso e sovversivo?”

“Ah buon Dio, padre del cielo! È certo un sanculotto!”, esclamò l’anziana nonna.

La maggior parte mormorò scontenta; era andato oltre, non era più divertente. Solo qualcuno riusciva ancora a ridere: “Non intende una parola di quello che dice; è solo il suo modo di fare. Alla salute, Hansen!”.

Ma il padrone di casa la prese seriamente, pensava a sé stesso e pensava a Fido. Con sinistra cortesia iniziò:

“Oso chiedere, innanzitutto, cosa il signor giudice intende per sensato ed equo rapporto tra delitti e pene?”

“Per esempio”, rispose Viggo Hansen scagliandosi con veemenza “se sentissi di un grossista che possiede due o trecento mila barili di carbone e che – avendo negato ad un povero diavolo il permesso di riempire il proprio sacco –  venga sbranato da un animale selvaggio, ecco! Allora ci sarebbe qualcosa di adeguato, poiché tra una così grande insensibilità e una punizione così crudele c’è sicuramente un rapporto sensato!”

“Signori e signore! La mia consorte ed io vi preghiamo di congedarci. Addio!”

Ci fu un sommesso bisbiglìo, un parlottare e un intenso vociare tra gli ospiti, mentre si sparpagliavano nel salone. Il padrone di casa gironzolava con un sorriso teso e appena fu pronto per augurare a tutti un semplice saluto di commiato, andò a cercare il giudice Hansen e, con parole inequivocabili, mostrargli la porta di casa, per sempre…

Ma non fu necessario: il giudice Viggo Hansen l’aveva già trovata.

III

Riguardo alla neve era proprio come aveva raccontato il grossista.

Sebbene fossero ancora i primi giorni dell’inverno, la mattina presto cadeva il nevischio, poi si trasformava in pioggerella al sorgere del sole. Ed era quasi l’unico segno del sole che sorgeva, poiché per tutto il giorno non diventava né più luminoso, né più caldo. L’aria era densa di nebbia – non quella nebbia marina grigio-bianca, ma quella nebbia russa, grigio-bruna, spessa e spenta che non si alleggeriva neanche passando perla Svezia! Giunse con il vento dell’est che la spinse e la compresse saldamente contro le case di Copenaghen. Sotto gli alberi lungo il fossato del castello e a Grønningen era completamente buio. Per le strade e sui tetti delle case si stendeva uno spesso strato di neve bianca. Era ancora tutto tranquillo su a Burmeister & Wain; il nero fumo mattutino si sollevava dai comignoli e il vento dell’est lo spingeva in basso, sui tetti bianchi, cosicché diventava ancora più buio, e poi lo spandeva sul porto fra gli alberi maestri delle navi che giacevano tristi e nere all’alba, con delle bianche striature di neve lungo i bordi. Alla dogana, i bracchi sarebbero stati presto rinchiusi all’interno e le porte di ferro si sarebbero spalancate. Il vento dell’est era pesante e rovesciava le onde contro le banchine e le frangeva in una schiuma grigio-verde tra le rocce viscose, con quelle lunghe ondate che penetravano nel porto; il mare sciabordava sotto il magazzino doganale, il vento srotolava – giù dal pennone della sede della marina – grandi insegne, nomi e ricordi e laggiù giacevano le tre fregate disarmate in tutta la loro imponente inutilità.

Il porto era ancora pieno di navi, sui moli e nei magazzini giacevano le merci accatastate. Nessuno sapeva che tipo di inverno sarebbe stato: se ci si sarebbe dovuti isolare dal resto del mondo per mesi e mesi, oppure se l’avrebbe avuta vinta la nebbia e la neve sciolta. Giacevano in fila i barili di petrolio, che insieme alle enormi montagne di carbone, era in attesa di un inverno rigido; c’erano pipe, caratelli e botti con vino e cognac che aspettavano pazientemente delle nuove sofisticazioni; olio di balena e talco, sughero e ferro, tutto giaceva in attesa, ognuno al proprio posto. Soprattutto era a riposo e in attesa il lavoro: lavoro pesante, lavoro grave e lavoro raffinato, dal fondo delle enormi carboniere inglesi fin sopra alle tre cupole dorate della nuova chiesa dell’imperatore di Russia, a Bredgate. Non c’era nessuno che cominciava a lavorare. La città dormiva ancora. L’aria era così pesante, l’inverno era alle porte; nelle strade c’era così tanto silenzio che si poteva sentire l’acqua scorrere nelle grondaie con un cupo gloglotto, come se le grandi case di pietra singhiozzassero nel dormiveglia. Una sonnolente campanella rintoccò a Holmen, qui e lì si apriva una porta e un cane usciva per abbaiare. A poco a poco la città si svegliava, si tiravano le tende e si aprivano le finestre. Una cameriera gironzolava e faceva le pulizie alla sola luce della candela, la cui fiamma si agitava al vento; presso la finestra di un palazzo si trovava un lacchè gallonato e si metteva le mani nel naso di buon mattino.

La nebbia si stendeva sul porto e pendeva come un velo dagli alberi delle grandi navi come in un bosco; la pioggia e i fiocchi di neve umidi si facevano sempre più spessi e pesanti; ora il vento dell’est premeva contro le case e sferzava piazza Amalienborg, Federico V sedeva avvolto nella nebbia, volgendo spensierato il fiero naso in direzione della chiesa ancora in costruzione. Le campane cominciavano a suonare: una sirena antinebbia emise un fischio assordante. Nelle bettole dove “si apre prima del rintocco dell’orologio” si serviva già la colazione con caffè caldo e grappa; le ragazze con i capelli sciolti sulle spalle – dopo una notte selvaggia – uscivano dalla case dei marinai a Nyhavn e insonnolite si misero al lavoro, a lucidare le finestre.

Era molto buio e chi doveva recarsi a Piazza Nuova del Re, si affrettava passando indifferenti davanti alla statua di Øhlenschläger che si ergeva senza cappello fuori dal Teatro, con i risvolti pieni della neve che si scioglieva, scorrendo lungo il girocollo aperto. Ora, giunsero i lunghi, inesorabili fischi della sirena a vapore delle fabbriche intorno alla città, e al porto accorrevano i piccoli battelli e fischiavano per niente. Il lavoro, che finora era rimasto a riposo ad aspettare, iniziò a inghiottire le numerose figure scure che insonnolite e infreddolite si muovevano per tutta la città. Un normale brulicare nelle strade: alcuni correvano, altri si ritiravano, sia quelli che sarebbero scesi ella carboniere sia quelli che sarebbero salito in alto a indorare le cupole del’imperatore di Russia e migliaia di altri che sarebbe stati inghiottiti da ogni sorta di lavoro. E le carrozze cominciavano a rumoreggiare, i banditori a urlare, le macchine sollevavano le loro spalle oleate e tornivano, roboanti, delle ruote; a poco a poco, la spessa pesante coltre di nebbia si sollevò verso l’alto nella smorzato brusìo di migliaia di lavori umani; il giorno era cominciato, l’allegra Copenaghen era sveglia.

L’agente di polizia Frode Hansen si gelò fin dentro il suo coefficiente, aveva dovuto fare un’insolita guardia e camminava impaziente su e giù per Åpenrå, in attesa di mamma Hansen. Era solita arrivare a quell’ora o anche prima e oggi era proprio intenzionato a scroccarle mezza pinta o una tazza di caffè caldo. Ma mamma Hansen non arrivava e cominciò a pensare se non fosse suo dovere denunciarla: era andata troppo oltre; non poteva continuare a lungo questa commedia delle foglie di cavolo e il commercio clandestino di carbone.

Anche Thyra e Valdemar avevano sbirciato nella cucina nel caso in cui la madre fosse tornata e avesse messo su il caffè. Ma era nero sotto la caldaia, l’aria era così buia e fredda che si rinfilarono nel letto, scivolarono sotto la paglia e si divertivano a prendersi a calci nello stomaco.

Quando aprirono i grandi cancelli della riserva di carbone del grossista Hansen a Kristianshavn, Fido sedeva lì, pieno di vergogna, guardando con la coda dell’occhio: era proprio un lavoro rivoltante quello che gli avevano incaricato. In fondo, in un angolo, trovarono – tra due cesti vuoti – un fagotto di stracci che gemeva flebilmente; sulla neve c’erano tracce di sangue e proprio a fianco giaceva integro un pezzo di pane viennese con lo zucchero sopra.

Quando il caposquadra capì la situazione, si rivolse a Fido per lodarlo, ma Fido era già andato via, per lui era stato troppo spiacevole. Poi, sollevarono la donna e così com’era – bagnata e sporca – il capo decise che l’avrebbe accompagnata al primo vagoncino di trasporto carbone che sarebbe andato in città e poi si sarebbe fermato all’ospedale per farla visitare dal professore e vedere se fosse valsa la pena “risistemarla”.

Alle dieci circa, la famiglia del grossista cominciò a riunirsi intorno al tavolo della colazione.

Thyra arrivò per prima. Si precipitò su Fido, lo accarezzò e lo baciò e lo ricoprì di parole affettuose. Ma Fido non si mosse, sollevò appena gli occhi e rimase a leccarsi le zampe annerite dal carbone.

“Oddio! Madre buona!” – esclamò la signorina Thyra “Fido deve essere malato, si è certamente raffreddato questa notte. È stato abominevole da parte tua, papà!”

Ma quando giunse Valdemar, dichiarò con aria da intenditore che Fido non era malato, bensì offeso. Allora tutti e tre lo circondarono con scuse, suppliche e buone parole; ma Fido li guardò con freddezza: era chiaro che Valdemar aveva ragione. Thyra uscì dalla stanza insieme al padre e il grossista ritornò serio: gli avevano appena raccontato al telefono dall’ufficio come se l’era cavata bene Fido, per questo si inginocchiò sul tappeto del camino dinanzi a Fido e lo ringraziò commosso per il gran servizio reso. Il gesto addolcì un po’ Fido. Il grossista raccontò, dunque, alla famiglia – mentre era in ginocchio con la zampa di Fido nella sua mano, cos’era successo quella notte. La ladra era una sfacciata, poco di buono – tra l’altro una delle peggiori – pensate che addirittura aveva esercitato un notevole commercio di carbone rubato. Era stata così sfrontata da corrompere il giovane cane da guardia con un pezzo di pane dolce; ma ovviamente, il trucco non ha funzionato con Fido:

“E questo mi porta a pensare a quante volte una certa persona, di cui non voglio fare il nome – si sia espresso con tali sciocchezze, dileggiando il fatto che un cane fosse capace di rifiutare un po’ di pane, per la qual cosa, ora, più di una persona dovrebbe ringraziarlo. Non lo vediamo ora a cosa è servito? Proprio per quella sua – hmm – per quella sua caratteristica, Fido è stato capace di svelare un abominevole crimine e contribuire alla giusta punizione del misfatto; è stato utile per noi e per la società”

“Ascolta papà!” esclamò Thyra “Mi prometti una cosa?”

“Cosa?, bambina cara”

“Che non chiederai mai più a Fido di fare una cosa del genere. Piuttosto, lasciali rubare un po’”

“Te lo prometto Thyra! E lo prometto anche a te, mio coraggioso Fido”, disse il grossista rialzandosi con dignità.

“Fido ha fame!”, intervenne Valdemar con aria da intenditore.

“Oddio, Thyra! Porta qui le sue polpette!”

Thyra si stava dirigendo in cucina, ma in quello stesso istante, Stine le portò ansimante.

"La menina" di Velazquez - alano in primo piano

***

Il professore dell’ospedale, presumibilmente, deve aver ritenuto che non valesse la pena dare una “aggiustatina” a mamma Hansen, poiché non si  più ripresa da quel giorno e i figli si sono dati completamente ai vizi. Non so che ne è stato di loro.


[1] I nomi dei protagonisti sono simbolici e con un doppio significato. Thyra è il nome di una regina di una saga islandese.

[2] Valdemar è il nome di un mitico re danese.

[3] Si potrebbe tradurre in Prospero Giovanni, l’idea di un personaggio rubicondo e giovale, ma anche poco ligio al dovere.

[4] I figli di mamma Hansen si chiamano come quelli del benestante commerciante di carbone: è il classico gioco degli opposti speculari kiellandiano.

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