KAREN


Da “To novelletter fra Danmark” (1882) – di Alexander  Kielland

 C’era una volta, nell’osteria di Krarup, una ragazza che si chiamava Karen.

Era sola al servizio, perché a moglie dell’oste se ne andava quasi sempre in giro a cercare le sue chiavi. In molti giungevano alla locanda di Krarup – sia gente dei dintorni, che appena calava la notte nelle sere d’autunno, si riuniva nella sala dell’osteria a bere caffè-punch, come al solito e senza alcuno scopo preciso, sia viaggiatori e viandanti che irrompevano, lividi e sferzati dal vento, per procurarsi un po’ di calore che li potesse tenere in vita fino all’osteria successiva.

Ma Karen riusciva a cavarsela comunque, sebbene si muovesse tranquilla e non desse mai l’impressione di aver fretta. Era esile e minuta, piuttosto giovane, seria e taciturna, cosicché i commessi viaggiatori non avevano di che svagarsi con lei; ma la gente per bene, che andava in osteria con serietà e che apprezzava che il caffè fosse servito con rapidità e caldo bollente, voleva bene a Karen. E quando si districava tra gli ospiti con il suo vassoio, questi spostavano i loro pesanti corpi rivestiti in pesanti abiti di bigello, con insolita rapidità, per darle strada e la conversazione si interrompeva per un istante: tutti dovevano guardarla, era così graziosa.

Gli occhi di Karen erano grandi e grigi e sembravano guardare lontano, molto lontano; le sopracciglia era inarcate come in un perenne sguardo di stupore; per questo i forestieri credevano che lei proprio non capisse quello che le ordinavano. Ma capiva bene e non sbagliava. C’era solo qualcosa di strano in lei, come se…guardasse lontano, o ascoltasse o aspettasse o sognasse.

Il vento veniva da ovest sulle basse pianure e si era scagliato sulla costa con lunghe e pesanti onde dall’Atlantico, salato e schiumoso. Sulle dune, rivestite dalla alta ammofila, il vento si faceva secco, pieno di sabbia e debole tanto che quando raggiungeva l’osteria di Krarup, a malapena, riusciva ad aprire le porte delle scuderie. Ma questa volta, le porte si spalancarono e il vento travolse la sala, penetrò attraverso la porta della cucina, che era socchiusa. Ci fu una tale corrente d’aria che anche le porte dall’altro lato della stalla si spalancarono, ed ora il vento dell’ovest passava trionfalmente da una parte all’altra, facendo oscillare la lanterna che pendeva dal soffitto, prese il berretto dello stalliere e lo fece ruzzolare fuori nell’oscurità, soffiò via le coperte sui dorsi dei cavalli, spazzò via una gallina bianca dal ballatoio sull’abbeveratoio. E il gallo lanciò un richiamo terribile, e l’uomo bestemmiò e i polli schiamazzarono e in cucina si soffocava per via del fumo e i cavalli divennero irrequieti, scalpitando da far scintille; persino le anatre che si erano riunite presso la mangiatoia per essere le prime a beccare il grano, presero a starnazzare; il vento imperversò con frastuono infernale, finché un paio di uomini uscì dalla sala dell’osteria per andare a chiudere le porte premendo le loro schiene contro di esse, mentre tra la barba turbinavano le scintille delle loro pipe.

Dopo tali prodezze, il vento si scagliò sull’erica, corse lungo i profondi fossati e si aggrappò al tetto della corriera postate che aveva incontrato a mezzo miglio di distanza dall’osteria.

– Ha sempre una fretta del diavolo quando deve andare all’osteria di Krarup – ringhiò il conducente Anders e percosse i cavalli sudati. Era certamente la ventesima volta che il direttore delle poste aveva abbassato il finestrino per urlargli di affrettarsi ancora una volta.

Prima fu un invito amichevole per un caffè al punch all’osteria, ma man mano il richiamo divenne sempre meno cordiale e in finestrino veniva tirato giù con uno schiocco nervoso e seguivano alcune brevi osservazioni sia sui cavalli che sul vetturino, le quali in ogni caso, ad Anders, non avrebbe fatto piacere ascoltare.

Intanto, il vento strisciava a pelo d’erba e sibilava in modo strano fra i cespugli secchi di erica. Era una notte di luna piena, ma era molto nuvoloso cosicché si stendeva una foschia biancastra sulla notte.

Sul retro dell’osteria di Krarup, si trovava una torbiera, nera come la nera torba tagliata e profonde buche pericolose. Tra le montagnole di erica serpeggiava una striscia d’erba come un sentiero, ma non vi era alcun sentiero, poiché questo si arrestava proprio sul margine di una fossa per la torba, più grande e più profonda delle altre.

Fra la striscia d’erba, la volpe giaceva accovacciata in agguato e la lepre saltellava lesta sull’erica. Era facile per la volpe calcolare il percorso della lepre, quella tarda sera: fece capolino, cauta, con la punta del muso e fece i suoi rapidi calcoli, mentre si allontanava furtiva, seguendo il vento per trovare un buon posto di osservazione e vedere dove la lepre si sarebbe fermata; accovacciata, pensò, auto compiaciuta, come le volpi diventavano sempre più sagge, mentre le lepri sempre più stupide.

Nell’osteria c’era un’insolita attività; un paio di commessi viaggiatori aveva ordinato dell’arrosto di lepre, l’oste era ad un’asta a Thilsted e la signora era abituata a badare solo alla cucina. Ma la sfortuna volle che l’avvocato proprio quel giorno doveva incontrare l’oste, ma non essendo quest’ultimo in casa, la signora ricevette una lunga istruzione su quello che doveva fare e una lettera estremamente importante, e questo imprevisto la confondeva completamente. Presso la stufa vi era un forestiero in abiti di cerata che aspettava una bottiglia di acqua di soda; due compratori di pesce avevano richiesto già tre volte del cognac nel caffè; il garzone dell’oste stava in piedi con una lanterna vuota e aspettava una candela; un contadino alto e asciutto seguiva ansiosamente con gli occhi Karen, aspettava ancora il resto di 63 centesimi di una corona.

Ma Karen andava e veniva senza precipitarsi e senza confondersi. Difficilmente si crederebbe che riuscisse a mantenere l’ordine in tutto ciò. I grandi occhi e le sopracciglia arcuate in eterno stupore erano tesi ad aspettare, la piccola testa graziosa era irrigidita come se non volesse essere disturbata, con tutto quello che aveva da pensare. Il suo vestito di draghetto blu era divenuto troppo stretto per lei, a tal punto che il girocollo le stringeva un po’, facendole una piccola piega sulla pelle del collo sotto i capelli.

– Le ragazze di Agger hanno la carnagione così chiara – disse uno dei compratori di pesce – erano giovani e parlavano di Karen da intenditori.

Presso la finestra, c’era un uomo che guardò l’orologio ed esclamò:

– La posta arriva presto stasera! –

Ci un rumoreggiare sul selciato, fuori; la porta della stalla si spalancò e il vento scosse nuovamente tutte le porte e sbatté il fumo fuori dalle stufe. Karen scivolò fuori dalla cucina, contemporaneamente la porta dell’osteria si aprì. Il postiglione fece il suo ingresso e diede la buona sera.

Era un uomo alto, bello, con gli occhi scuri, la barba ricciuta e una piccola testa crespa. Il lungo e ricco mantello, di un magnifico panno color rosso re di Danimarca, era ornato con un ampio colletto di astrakan rivoltato in fuori sulle spalle. Tutta la fioca luce delle due lampade a petrolio che pendevano sul tavolo dell’osteria sembrava riversarsi amorevolmente sul mantello rosso in forte contrasto con il grigio e il nero dell’osteria. E la figura alta, dalla testa piccola e crespa, il colletto rivoltato e le lunghe pieghe rosso porpora, diveniva – mentre attraversava il meschino e affumicato salone dell’osteria – un prodigio di bellezza e di magnificenza.

Karen entrò rapidamente dalla cucina con il suo vassoio; chinò la testa cosicché non le si potesse vedere il viso, mentre si affrettava a servire gli ospiti. Posò l’arrosto di lepre proprio davanti ai due comparatori di pesce, dopodiché portò una bottiglia di acqua e soda ai due commessi viaggiatori, i quali sedevano nella sala interna. Poi diede una candela di sego al contadino preoccupato e mentre si allontanava nuovamente, fece scivolare i 63 centesimi nella mano del forestiero seduto presso la stufa.

La moglie dell’oste era proprio disperata: aveva inaspettatamente ritrovato le chiavi, ma subito dopo aveva perso la lettera dell’avvocato. Ora tutta l’osteria era in subbuglio: nessuno aveva ricevuto quello che aveva ordinato e tutti gridavano l’uno contro l’altro: i commessi viaggiatori suonavano incessantemente il campanello da tavolo, i compratori di pesce morivano dal ridere per la lepre nel piatto davanti a loro, a zampe larghe, il contadino preoccupato bussava sulla spalla della signora con la sua candela di sego: fremeva per i suoi 63 centesimi. E in tutta questa confusione, Karen era sparita senza lasciare traccia.

Il conducente Anders sedeva a cassetta, il garzone del’oste era pronto ad aprire le porte, i due viaggiatori nella carrozza persero la pazienza, anche i cavalli, certo, non vedevano l’ora di partire e il vento imperversava e gemeva nelle scuderie. Finalmente giunse il postiglione per il quale essi erano in attesa. Portava il suo grande mantello sul braccio quando si avvicinò alla carrozza e porse le sue scuse per l’attesa. La lanterna gli illuminò il viso, sembrava essere molto accaldato e lo disse con un sorriso mentre si mise il mantello e montò a cassetta vicino al vetturino. Le porte di aprirono e il postale partì rumoreggiando. Anders lasciò andare i cavalli adagio, tanto non vi era più alcuna fretta. Ogni tanto dava un’occhiata al postiglione accanto a sé: sedeva ancora sorridendo tra sé e sé, lasciando che il vento gli scompigliasse i capelli.

Anche Anders sorrideva a modo suo: cominciava a capire. Il vento seguì la carrozza fin dove la via svoltava, poi si lanciò sulla pianura, gemeva e sospirava in modo strano tra i cespugli di erica. La volpe era accucciata al suo posto, tutto procedeva secondo i calcoli: tra poco la lepre sarebbe arrivata lì.

Nell’osteria era finalmente rispuntata Karen e la confusione andava man mano sedandosi. Il contadino preoccupato si sbarazzò della candela di sego e ottenne i suoi 63 centesimi e i commessi viaggiatori si fiondarono sul loro arrosto. La signora piagnucolava un po’, ma non si lamentava mai di Karen, non c’era persona al mondo che potesse rimproverare Karen.

Tranquilla e senza fretta, andava e veniva, e quella tranquillità interiore che la seguiva sempre, si diffondeva nella tiepida e buia sala dell’osteria. Ma i due compratori di pesce che avevano ricevuto uno e due cognac nel caffè erano assolutamente affascinati da lei. Aveva preso colore sulle guance e un piccolo malcelato accenno di sorriso; quando talvolta sollevava lo sguardo, un brivido li scuoteva per tutto il corpo. Quando sentì che i loro occhi la seguivano, entrò nella sala dove sedevano a mangiare i commessi viaggiatori e si mise a pulire alcuni cucchiaini nella credenza.

– Ha osservato il postiglione? – domandò uno dei viaggiatori.

– No, l’ho solo intravisto; è sicuramente già andato via –  rispose l’altro con la bocca piena di cibo.

– Diavolo che bell’uomo! Io ho persino ballato al suo matrimonio.

– Allora è sposato!

– Sì, certamente!, sua moglie abita a Lemvig, avranno almeno due figli. Lei era la figlia dell’oste di Ulstrup ed io andai la sera delle nozze. È stata una serata piacevole, mi creda!

Karen lasciò cader i cucchiaini ed uscì. Non sentì quello che le urlavano dalla sala; attraversò il cortile per andare in camera sua, chiuse la porta e cominciò a mettere in ordine le coperte, come in trance. I suoi occhi erano fissi nell’oscurità, afferrò la testa, si toccò il petto – ansimava, non capiva, – non capiva…

Ma quando sentì la signora che gridava lamentosa: Karen! Dannata Karen! – allora, si diresse fuori nel cortile, poi nel retro della casa, fuori –  fuori nella landa.

Nella penombra la piccola striscia d’erba serpeggiava tra l’erica, come un sentiero, ma non vi era alcun sentiero, nessuno doveva credere che vi fosse una qualche via, perché questa portava proprio al margine della grande fossa per la torba.

La lepre sobbalzò. Aveva sentito un tonfo. Corse via impazzita, con lunghi balzi: tutta raccolta con le zampe sotto di sé e il dorso ricurvo, ora distesa straordinariamente tesa – come una fisarmonica volante – saltellava sull’erica. La volpe fece capolino con la punta del muso e fissò stupefatta la lepre. Lei non aveva sentito alcun tonfo. Aveva eseguito tutto a regola d’arte, scivolando sul fondo di un profondo fossato, e poiché non si era affatto sbagliata, non riusciva a capacitarsi della fuga della lepre. La volpe rimase a lungo con la testa alzata, con la parte posteriore del corpo piegata e la grande e folta coda nascosta nell’erica; e cominciò a meditare se fossero le lepri a diventare più sagge oppure le volpi più stupide.

Quando il vento dell’ovest ebbe percorso un lungo tratto, divenne vento del nord, poi vento dell’est, poi vento del sud e infine tornò nuovamente sul mare come vento dell’ovest; si scagliava sulle dune, sospirava e gemeva in modo strano tra i cespugli dell’erica.

Infine, vennero a mancare i due sorprendenti occhi grigi nell’osteria di Krarup e un vestito di draghetto blu, divenuto troppo stretto. E la moglie dell’oste piagnucolava più che mai: non riusciva a capirlo, nessuno riusciva a capirlo, all’infuori del vetturino Anders… e di qualcun altro.

***

Ora, quando gli anziani volevano dare ai giovani un monito molto severo, solevano cominciare in questo modo: « C’era una volta nell’osteria di Krarup una ragazza che si chiamava Karen…»

Trad. di Annalisa Maurantonio

One thought on “KAREN

  1. LouiseB scrive:

    Non conoscevo questi autori e i loro racconti. Grazie!, non finirai mai di stupirmi😉

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