Il conquistatore


Tratto da “Kratskog – Historier og skitser” (1903) – Knut Hamsun

I

Una comitiva di giovani si stava dirigendo in barca verso un’isola. Uno dei gentiluomini sulla barca, alto e giovane, si alzò per declamare delle poesie; lo si poteva sentire da riva. Tutte le dame presenti lo ascoltavano, solo la più giovane di loro – una graziosa fanciulla dai capelli chiari e le narici mobili -, seguiva volentieri con gli occhi il bel rematore e gli sorrideva alle spalle.

Per questa ragione, il giovane declamatore rimase scontento e proclamò le sue poesie con voce ancor più stentorea, accendendosi in viso. All’improvviso si interruppe, volgendosi verso la bella distratta seduta dietro di lui e le dice:

– Ha ragione, le mie poesie non sono buone, Ma so raccontate anche altro e lo forse lo faccio meglio. Quando arriveremo a terra, sentirà.

E tutte le giovani donne applaudirono rallegrandosi all’idea che forse egli avrebbe raccontato dei suoi viaggi, poiché le sue avventure erano innumerevoli. Ma colei che non aveva voglia di ascoltare le sue poesie, non si entusiasmò neanche ora. E il giovane uomo si irritò ancora di più.

– Che cosa desidera, allora? – domandò esasperato.

– Cosa desidero, io? Non La capisco –  rispose stupita. – Mi chiamo Andrea. Non c’è nulla che non vada e sono semplicemente felice di aver potuto prender parte alla gita.

E sembrava veramente intendere quello che diceva… la furfante.

Giunti a riva, stapparono il vino, lo versarono nei bicchieri fino all’orlo e bevvero. Ma lontano, oltre i bassi cespugli lungo la riva, Andrea e il rematore dovevano essere andati a cercare uova di uccelli di mare, poiché il vento – di tanto in tanto – portava alla comitiva le loro risate.

– Dunque, raccontate! – qualcuno esclamò.

– Fateli venire tutti, anche Andrea – rispose. Poi salì su una pietra e chiamò Andrea con voce calda e invocante.

E Andrea arrivò. Rimase a fissarlo con sguardo interrogativo.

– Mia cara signorina, è per Lei che racconto – diss’egli affinché tutti lo ascoltassero – Lei sta lì come una croce d’argento al sole. Non è solola Suabellezza così grande, mala Suagiovinezza, la sua deliziosa giovinezza. Con ciò Lei mi inebria e io ne impazzisco. Guardate, dunque, le sue braccia: come scorre il sangue sotto la pelle. Oh sì!, è solo per Lei che mi accingo a raccontare –

Andrea, intimidita e a disagio, guardò la comitiva e si sedette.

Poi egli iniziò a raccontare.

Andò avanti per mezz’ora. Quella voce non smetteva, sembrava in preda ad un selvaggio e magnifico entusiasmo; il compagno di viaggio di cui raccontava aveva vissuto cose incredibili.

– Vi annoiate? – chiese.

– No, no, – risposero in coro gentiluomini e dame.

Andrea non rispose. Le domandò:

– Perché non risponde? È per lei che sto raccontando. Aspetti, devo ancora dire che quell’uomo di cui avete sentito tutto ciò, non era affatto felice. Tutto andava bene, vinceva negli scontri, trionfava nelle avventure galanti; ma un giorno fu colto dall’amore grande e permanente e…allora perse –

– Bravo! – disse Andrea con lo sguardo basso – Raccontate di questo!

Ma il “conquistatore” rimase confuso da quella calma, sì, la freddezza di lei lo privò della serenità d’animo e, in verità, combatté da vero uomo per farla soccombere. Le altre giovani signore lo lasciarono fare poiché molte di loro lo conoscevano bene, soprattutto il suo cuore instabile. Oggi capita a una, domani a un’altra, ogni volta che la sua anima si infervora per una sconosciuta.

Andrea ripeté:

– Raccontate di questo!

– Perché dovrei? – rispose lui –La Suafreddezza mi fa raggelare. Signori e signore, è giunta la sera.

Tutti tornarono a casa. Nel viaggio di ritorno, egli diede un sonoro ceffone al rematore, senza alcun motivo, e prese i remi. Non parlava più, non sentiva nulla, remava come un orso inferocito.

Giunti a riva, Andrea lo affiancò. Egli la afferrò per il braccio e le disse pallidissimo e tremante:

– Non mi torturi più, non lo sopporto, smettiamola ora. Non ho mai amato nessuno come Lei; mi dica cosa devo fare: vivere o morire –

– Vivere! – rispose esultante – io ti ho amato dal principio, dal primo momento che ti ho visto. Perché credi che ti abbia torturato, oggi? Oh, ma io mi sono tormentata di più e ho sofferto come mai prima d’ora in vita mia –  e lo guardò con meravigliosi occhi grandi e lo chiamò “suo Principe” e “suo dio”…

Per alcuni giorni la loro felicità fu perfetta. La conquista era stata dolce e ne fu soddisfatto come tutte le volte precedenti. Poi, ricomparve la sua antica infelicità, ritornò la noia, la spossatezza dopo la battaglia, la maledizione. Si allontanò da casa alla chetichella, scomparve, si recò nella città più vicina e non scrisse, né spedì alcun messaggio, né tornò mai.

II

Era giunto in quell’albergo turistico, dove solo poche persone vi soggiornano, un paio di giorni prima. In città, tutto era maledettamente noioso, non accadeva nulla, il suo cuore era fiacco e tranquillo.

Poi, un pomeriggio, incontra una bella signora per le scale. Lei scendeva e lui saliva. Si levò il cappello e la saluto quando le passò accanto. Lei scomparve nel giardino, L’albergatore lo informò che era appena giunta in hotel ed era insieme al padre.

Un lungo vestito di panno verde, un ampio cappello nero a falde larghe e un frustino – per questo si era fermato sulle scale, tramortito. Lei lo aveva visto a malapena, solo un secondo, con uno sguardo obliquo e tagliente, poi aveva sollevato un lembo del suo vestito con una mano ed era andata oltre.

Egli la seguì nel giardino. Erano le sette, cominciava a calare la rugiada.

– Sta calando l’umidità – disse lui schietto avanzando verso di lei.

Lei guardò stupita l’impertinente giovanotto.

Indicò le scarpe. Lei si voltò e fece per andarsene.

– Mi scusi – insistette – non l’ho affatto seguita per poter parlare con Lei, ma sta calando l’umidità ed è già bagnato per terra e per i sentieri. Volevo dirLe solo questo perché Lei forse non è del posto.

– Sì grazie, lo vedo che sta calando l’umidità – rispose.

– L’ho salutata per le scale poco fa – continuò lui – ero io. Quello sguardo sfuggente che Lei mi ha lanciato ha provocato qualcosa in me.

Allora lei chiese:

– Ma insomma, cosa desidera?

Il suo cuore cominciò a martellare, perse l’equilibrio ed esclamò:

– Guardi, prenda ciò che desidera, Le do’ tutto quello che ho se Lei crede che io Le debba qualcosa. Vorrei solo starLe davanti e osservarLa un po’, poiché deve ammettere che Lei è straordinariamente bella.

– Non ho mai sentito nulla di simile! – esclamò lei fredda e offesa.

– Va bene, va bene, mi scusi – mormorò lui e lasciò perdere tutto.

Lei distolse lo sguardo e fissò un’aiuola di fiori, gli diede le spalle. Lui volle continuare la sua recita e colse l’occasione per dirle:

– Sì, pensi c’è un sussurro tra quelle rose che Lei sta a guardare. L’ho sentito. È come se parlassero tra di loro, quel sospiro è la loro lingua. Ascolti come, forse, dicano qualcosa di…-

Se ne stava andando.

– Era sbagliata anche quest’ultima cosa che ho detto? – domandò avvilito.

–  Non sono affatto rose…sono papaveri – rispose lei.

– Oh papaveri, dunque… – proseguì – e se quel sussurro tra i petali fosse un dialogo tra loro?

Se ne era andata. Prima ancora di riuscire a finire la frase, il saliscendi del cancello del giardino si richiuse.

Bene.

Si allontanò in uno stato d’animo particolare e andò a sedersi su una panchina. La sorprendente bellezza della straniera, all’improvviso, la aveva travolto. Quando fu l’ora di cena, si alzò ed entrò nella sala da pranzo in preda ad una grande emozione. Che cosa sarebbe accaduto se lei fosse entrata in quel momento e si fosse seduta lì accanto? E cosa se lui la salutasse!

Entrò. Portava ancora il frustino in mano. Il padre la seguiva, un bell’uomo anziano dall’aspetto di un ufficiale.

Si trattava, ora, di saperci fare: inchinarsi e sedersi proprio di fronte ai due. Ora lo faccio! – pensò. E lo fece. La bella arrossì fortemente! Il padre e la figlia parlarono del viaggio del giorno seguente; l’anziano uomo chiese – all’altro capo del tavolo – informazioni sulla strada, le vie e gli alberghi. E il povero dongiovanni, che mai prima di allora aveva conosciuto le strade e le vie, riuscì alla svelta a raccogliere le idee e diede ottimi consigli. Quando il pasto finì, egli si avvicinò e si presentò a entrambi.

Magnifico, magnifico, ora conoscevano il suo nome.

Mentre si avviavano, all’improvviso egli trattenne la figlia dell’ufficiale e disse:

– Permetta una sola parola, signorina: non parta domani. Rimandi. Le mostrerò i panorami – se qui ve ne sono – la cascata, i cantieri navali. Domani sera mi getterò dinanzi ai Suoi piedi e La ringrazierò.

La giovane e bella donna non proseguì, ma rimase ad ascoltarlo paziente. Allora, egli aggiunse:

– La mia vita è nelle Sue mani!

Sorrise:

– Per evitare ogni malinteso, Le vorrei far notare che sono in viaggio per andare dal mio fidanzato e che domani parto – disse.

– No! – urlò lui cadendo in ginocchio. Le prese la mano, la strinse con forza e la baciò.

Lei si divincolò con la forza, alzò lo scudiscio e gli diede una sonora frustata sul viso. Lui rientrò subito in sé e si rialzò. Una stria rosso sangue comparve sulla sua guancia sinistra. Lei lo osservò un istante e lasciò cadere il frustino.

– Mi ha picchiato – disse – ma non importa. Lo faccia ancora, ogni volta sarà un piacere per me.

Ma lei con il capo chino e gli occhi bassi, si precipitò correndo su per le scale fino in camera sua…

Il giorno dopo lei non partì. Vide i panorami, visitò la cascata, i cantieri navali. Come era cambiato il mondo e il cuore di lei all’improvviso si era colmato della più deliziosa follia. No, non avrebbe mai voluto fare quel triste viaggio verso sud per quell’uomo che lei non amava più, se non fosse per il padre ufficiale che glielo aveva imposto. Ma sarebbe ritornata, sarebbe stata subito di ritorno. E promise la sua mano al conquistatore.

– Vengo con te – egli disse – Vi accompagnerò domani stesso. Bene ritrovato, mio unico amore!

III

Ora, seguì – come tutte le volte precedenti – un breve periodo, alcune ore in cui egli girovagava in uno stato d’animo di impareggiabile ebbrezza, non vedeva né ascoltava altri che la sua amata. Ella telegrafò con un intervallo di poche ore e scrisse una lettera, due lettere su carta profumata. Egli lesse quelle belle parole con veemente piacere e vagava con una vitale profusione nel suo intimo.

Le ore scorrevano. Perché, dunque, non partì subito dopo di lei? In quello stato d’estasi non badò a lasciare l’albergo per recarsi altrove. Due giorni dopo non se ne era ancora andato perché non aveva il coraggio di abbandonare quelle seducenti lettere che continuavano ad arrivare puntualmente. Del resto, perché ne arrivavano così tante? Le prime erano le più care. Naturalmente, erano tutte come delle piccole rose per il suo cuore, ma divennero così troppo frequenti.

Una sera lasciò stare la lettera della sua bella senza aprirla fino al mattino. Pensate!, non l’aprì neanche con dita trepidanti! Anzi, la lesse con calma il mattino seguente, poi si vestì e scese.

Nella sala da pranzo incontrò una donna con abiti da viaggio. Lei e il suo seguito erano appena arrivati, era un’artista, una brillante e sensibile fanciulla alla sua prima tournée, ilare, calorosa e spumeggiante negli atteggiamenti. Era sorvegliata da sua madre.

La salutò. Lei sorrise e ricambiò il saluto con un cenno del capo. Il suo sorriso era rosso.

Proprio oggi lui aveva deciso di partire, ma non partì. Era il destino? Colse la prima occasione per offrire alla giovane artista i suoi servigi, voleva mostrarle le attrazioni turistiche, esserle utile in qualche modo.

Stabilirono un’ora in cui egli avrebbe dovuto accompagnarla ai cantieri navali.

Egli arrivò con un’ora di anticipo. Pioveva e aspettò stoicamente. Non importa – disse tra sé e sé – sono felice come un dio perché sono bagnato e stanco per lei.

Rimase lì due ora, non sentì e non vide nulla di lei. Finalmente arrivò sua madre. Aveva un messaggio: la figlia si scusava, non poteva venire, doveva necessariamente far visita ad alcuni amici in città. E l’anziana madre non gli domandò neanche se avesse aspettato a lungo, se si fosse bagnato, raffreddato.

Ritornò in albergo. Camminava su e giù da un posto all’altro di quel noioso albergo, in preda alla peggior impazienza. Quanto tempo si poteva stare dagli amici! Che cosa diamine poteva aver da fare un’artista con i suoi amici per tutto quel tempo?!

Si era fatto tardi. Era notte, doveva andare a letto senza averla vista. Non riusciva a dormire. Accese le due candele e le lasciò bruciare. Come era pesante e offuscata la sua mente!, e i suoi occhi come fissavano penosamente i disegni della carta da parati!

Sentì aprirsi una porta e aspettò un istante, poi balzò giù dal letto e si vestì. Aveva scoperto qual era la stanza dell’artista e vi si recò. Era rientrata, l’aveva sentita muoversi all’interno; poco dopo, le braccia nude di lei, con un paio di scarpe in mano, si sporsero fuori dalla porta, poi la porta si richiuse e diede dei colpi di chiave.

Buona notte lì dentro, buona e serena notte, a te meravigliosa! Si inginocchiò e baciò le due scarpine come un folle e un matto. Giurò a se stesso che il giorno dopo avrebbe posto fine a ciò e le avrebbe fatto la dichiarazione: vincere o morire.

Ma il giorno dopo, la giovane donna e il suo seguito partirono. Si informò della strada e scoprì che era diretto a nord, verso la città più vicina.

Quello stesso giorno, la figlia dell’ufficiale aveva scritto: vieni a sud! Ora qui è tutto in fiore!

E partì, a spron battuto…verso nord.

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