Figlio del sole


Tratto da “Kratskog – Historier og skitser” (1903) – Knut Hamsun

Quella notte era arrivata la neve. Una bianca, spessa coltre ricopriva la terra. Si era destato con il piacevole ricordo di aver ricevuto delle lettere il giorno prima, un sorprendente e salubre messaggio, si sentiva giovane e felice e iniziò a canticchiare. Fu così che andò alla finestra, tirò su le tende e vide la neve. Il suo canto si ammutolì subito, uno sconsolato sentimento pervase la sua anima, le sue povere spalle curve tremarono.

Con l’inverno, seguiva sempre un brutto periodo per lui: una sofferenza come nessun’altra e che nessun altro capiva. La sola vista della neve gli urlava nelle orecchie morte e annientamento. Le lunghe notti giunsero con le loro tenebre e i loro stupidi e insignificanti silenzi; non riuscì più a lavorare nel suo atelier, la sua anima si rintanò rimase muta.

Un’estate aveva vissuto in una cittadina, in una casa con un ampio e luminoso salone dove la parte inferiore delle finestre era stata recentemente imbiancata. Quella passata di calce sui vetri gli ricordò il ghiaccio e non riuscì a vincere il suo dolore alla vista di ciò. Volle fare uno sforzo e soggiornò in quel salone per molti mesi e ogni giorno ripeteva a è stesso che anche il ghiaccio, per molti, aveva la sua bellezza e che l’inverno e l’estate erano entrambi espressioni di quella stessa eterna idea e appartenevano a Dio, – ma niente, nessun giovamento, non riusciva a toccare il suo lavoro e quel dolore quotidiano lo smagriva.

Poi, nella sua vita, gli capitò di vivere a Parigi. Quando la città aveva le sue allegre feste, lui usciva volentieri per i viali e osservava i giochi. Era la metà di una mite estate, la sera era afosa e dai grandi parchi proveniva un odore di fiori e foglie che invadeva tutta la città; le strade rilucevano sotto la luce dei lampioni, persone allegre e gioviali andavano su e giù per le strade, vociavano, cantavano e …lanciavano confetti, tutto era pura gioia. Riuscì a uscire con la più sincera intenzione di mischiarsi alla massa e gioirne, – ma già dopo mezz’ora di tempo aveva preso un taxi per tornare a casa. Perché? Un ricordo lontano si fece vivo: sotto la luce elettrica, i confetti cadevano giù come neve dinanzi ai suoi occhi e il suo piacere si interruppe bruscamente.

Questo si ripeteva anno dopo anno.

Dove la sua anima si sentiva a casa? Forse in un paese del sole, in un paese con le palme. Forse presso le rive del fiume Gange, dove il loto non appassiva mai.

***

Stanotte era arrivata la neve. Pensò a come gli uccelli dovessero tremare dal freddo nel bosco, a come le radici delle viole soffrissero nella terra prima di morire. E la lepre, di che aveva da vivere oggi?

Non riuscì più ad uscire. Per molti mesi fu sul punto di abbandonare la sua stanza, ma girovagò semplicemente per la stanza, si sedette a pensare. Nessuno capiva come si sentiva male in quella prigionia. Era abbastanza giovane per partecipare alla vita, non gli mancavano le forze per farlo; ma per via di un capriccio del gelo, un cambiamento di tempo casuale, si riduceva a sedere nella sua stanza a pensare! Non accadde neanche che sua moglie, durante questi periodi, lasciasse in credenza un po’ di frutta che, forse poteva aver comprato per i figli, perché altrimenti l’avrebbe presa e avrebbe messo dinanzi a sé un paio di mele o un grappolo d’uva spoglio: si rallegrava a lungo della vista di ciò, perché erano i frutti del Sud e dell’estate e lui li divorava tutti, fino alla fine.

Le sue idee mutavano in un modo estremamente rapido. In genere, era contrario a rispondere alle lettere, ma ora si affrettò al suo tavolo e scrisse un mucchio di lettere, persino a coloro a cui non doveva nulla e ai quali domandò qualcosa o diede delle informazioni su cose indifferenti. Tra l’altro aveva l’oscuro presentimento che la fine, la morte, stessero avanzando e che egli – con tutte quelle lettere a nord e a sud – ancora per breve tempo, fosse in grado di mantenere il legame con la vita. Anche in altri sensi accadevano dei cambiamenti in lui: la sua vita mentale veniva sconvolta, piangeva ogni tanto in solitudine e il suo sonno la notte era spesso un unico lungo torpore con gli occhi chiusi.

Quell’uomo, che era così gracile e imperfetto nella sua costituzione fisica, aveva in estate un carattere più disinvolto. Ma durante gli oscuri giorni invernali veniva sopraffatto da un terribile cedimento. Tutti i suoi mutamenti erano bruschi e violenti come il temporale; di tanto in tanto cadeva in ginocchio dinanzi al figlio più giovane e pregava Dio per lui con calde lacrime. Il suo desiderio era che il ragazzo non diventasse mai un “uomo pubblico” come lui. In tutti gli uomini pubblici le sorgenti dell’anima venivano intorpidite. Le persone “pubbliche” venivano rovinate e logorate dalla fama, dall’essere pubblicamente riconosciuti tra la moltitudine, e nel sentire gli altri parlare sempre di loro. Che sguardi, passi e atteggiamenti falsi assumevano in questa eterna fiera! Ma suo figlio, no, avrebbe dovuto seminare e mietere. Niente era come seminare la terra e mietere. Si sarebbe anche risparmiato di calpestare mai terra straniera. Come si cerca invano un posto confortevole, una casa, un rifugio in una terra straniera! Non si capivano le parole che pronunciavano né gli sguardi né i sorrisi. Il cielo era diverso, le stelle andavano nella direzione opposta tanto che non si riconoscevano. Persino i fiori avevano sfumature straniere, anche gli uccelli, spesso, non erano gli stessi. E non c’era la stessa bandiera sull’asta.

Egli stesso sentiva istintivamente di essere stato strappato dal suo contesto naturale; forse un tempo, in un lontano passato, egli era appartenuto a un mondo caldo e straniero, molto lontano.

***

-32° centigradi.

Percepisce con terrore che il freddo aumenta e che tutti gli esseri viventi nei campi muoiono. La sua finestra si affaccia sul bosco e sull’ampio viale che la gente attraversa per andare e tornare dalla città. Non si muove una foglia, gli aghi dei pini sono come punteruoli e la brina riveste ogni albero. Un giorno magnifico per la plebaglia sportiva. Una povera cincia ha ancora le forze per muovere le ali; laddove è volata ha lasciato una sottile scia di vapore. La natura non ha respiro, tutto è fermo  e freddo, non c’è vento, tutto è rigido e bianco come il sego. Tintinnano dei campanelli giù per la strada, una slitta sfreccia; sulla slitta siedono un signore e una signora. Sul cavallo e sulle due persone nella slitta aleggia, per tutto il tempo, una nuvola che si rinnova incessantemente. Quel signore e quella signora non hanno mai visto in vita loro maturare un grappolo di uva, forse non l’hanno neanche mai assaggiata. Nei loro occhi nessun dispiacere per quel tempo gelido. Si dirigono lontano per le loro faccende e, di tanto in tanto, urlano qualcosa al cavallo quando a loro sembra che rallenti la sua corsa attraverso quel meraviglioso sego. Un uomo proveniente dai paesi del sole morirebbe dal ridere nel vederli. Gli occhi del signore e della signora, spalancati e senza meraviglia, osservano l’enigma di questo terribile freddo che li circonda da tutte le parti, ma non ci badano affatto perché essi stessi sono figli della neve e sono cresciuti nella neve. Assomigliano a delle foche sedute. La barba dell’uomo è deformata dal ghiaccio…

Il povero pittore freddoloso osserva dalle finestre la sua figlioletta giocare in cortile. Indossa pesanti abiti di lana che la ricoprono dalla testa ai piedi, sotto le doppie calze di lana caprina c’è solo una suola di cuoio. I suoi passi scricchiolano penosamente nella neve quando trascina lo slittino. Le spalle di lui tremano e chiude gli occhi come se fosse esausto, la sua strana sofferenza stilla sudore freddo dalla fronte. La bimba lo chiama: volge verso l’alto il suo sguardo aperto, il suo viso con le gote rosse e si lagna perché la cordicella del suo slittino si è spezzata. Egli si precipita, scende subito giù e riannoda la cordicella, non ha il cappello, né abiti pesanti. Non hai freddo?, chiede la bimba. No, non aveva freddo, le sue mani erano calde, ma quell’aria gelida gli procurò un dolore pungente alla gola. Ma lui non aveva mai freddo.

Si accorge che la vecchia, grande betulla alla porta di ingresso ha cambiato aspetto – il tronco è screpolato. Questo, dunque, ha fatto il freddo! Pensò con anima trepidante…

Durante la notte il tempo cambiò. Si sedette sul letto e aspettò il tempo mite, sebbene sapesse che l’inverno sarebbe tornato per durare ancora a lungo. Eppure, era come una speranza che si accese in lui.

***

Il freddo diminuì costantemente finché cominciò a gocciolare dai tetti e fuori, lo spazio limpida gorgogliava come se ci fossero immensi laghi.

Girovagava con una speranza sempre più grande nel cuore, quel brusìo nell’aria lo pervadeva come una musica – forse era la primavera che toccava i suoi tamburi d’oro.

Una notte udì un suono scrosciante fuori dalla finestra, si alzò e si mise in ascolto: era la pioggia! Una gioia immensa lo attraversò, si gettò addosso dei vestiti, si precipitò nel suo atelier e accese tutte le lampade. La sua nostalgia dell’estate si manifestò come una vampata, tutte le sue forze legate si sciolsero e quella stessa notte si lanciò anima e corpo sul suo lavoro. Visioni e voci di paesi caldi lo rincorrevano da lontano e lo colmavano: un paesaggio si stendeva con una strana e deliziosa chiarezza di visione dinanzi ai suoi occhi, una valle fiabesca, e in mezzo alla valle c’era l’ “uomo”, quella giovane meraviglia appena nata e che, per la prima volta, rivolgeva il suo sguardo al mondo esterno.

Una divinità, un vincitore che si ergeva nel mattino della vita. La vegetazione è mista e rigogliosa intorno a lui, ci sono palme e piante tropicali, piante rampicanti con grandi foglie rosse come la carne e sembrano respirare, alberi indaco, distese di segale, granoturco e vigneti. In fondo alla valle ci sono gli animali; l’uomo è vicino a loro e li sente mangiare; in cima alla rupe, uno stormo di grandi uccelli barbuglianti, le loro piume sono rigide come spade e i loro occhi sono di un verde fiammeggiante. In fondo, ancora palme che si perdono in lontananza. Su questo paesaggio fa’ capolino il primo bel raggio di sole mattutino e illumina l’uomo dalla testa ai piedi…

Il pittore lavora fino al mattino. Dorme un’ora e ricomincia. Nulla può fermarlo, rapito da un’insolita forza. In cinque giorni di pioggia, realizzò il bozzetto del dipinto “Figlio del sole”.

***

Un ometto cupo e poco appariscente, senza barba e dalla fronte calva e fredda. Si siede silenzioso sulla sedia e lascia parlare gli altri. Ogni tanto tossisce e si porta la mano alla bocca, imbarazzato. Qualcuno gli rivolge la parola, egli sobbalza nervosamente e fissa un momento il suo interlocutore. Rimane seduto dov’è per tutta la sera; il suo portamento è così impacciato e la sua persona così poco appariscente che nessuno si interessa di rivolgergli la parola. Sembra come se fosse entrato in quella società di uomini famosi per puro caso.

Alcune settimane dopo, quello stesso uomo espone un dipinto, e da quel giorno tutti lo conoscono.

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