Il Fantasma


Tratto da Kratskog, Historier og Skitser (1903). Questo racconto è contenuto nella mini- quadrilogia “Oplevede småting – episodio III”

Ho trascorso molti anni della mia infanzia con mio zio in canonica, nel Nordland. Fu un periodo difficile per me, molto lavoro, molte botte e, raramente o quasi mai, un’ora per il gioco e per il piacere. Mio zio mi trattava così severamente che – a poco a poco – la mia unica gioia divenne quella di nascondermi per restare da solo; se qualche rara volta riuscivo ad ottenere un’ora libera, mi recavo nel bosco o salivo su al cimitero e vagavo tra le croci e le lapidi: sognavo, pensavo e parlavo ad alta voce con me stesso.

La curia si trovava in una posizione estremamente bella, proprio vicino alla corrente marina del Glimma, forte ed estesa dalla quale si udiva lo scroscio giorno e notte, giorno e notte. Glimma ora andava verso sud e, ora, verso nord, a seconda dell’alta e bassa marea, ma sempre bisbigliando quell’ eterno canto e quell’ acqua scorreva via con la stessa irruenza sia in estate che in inverno, qualsiasi direzione prendesse.

In cima alla collina si ergeva la chiesa con il cimitero. La chiesa era di quelle antiche a pianta cruciforme, in legno, mentre il cimitero era spoglio e sempre senza fiori sulle tombe; ma proprio vicino al muro di pietra, di solito, crescevano i lamponi più rigogliosi, un frutto grande e succoso che cresceva lì traendo nutrimento dal grasso terriccio dei defunti. Conoscevo ogni tomba e ogni iscrizione e osservavo come le croci delle lapidi – anche quelle nuove – con il passare del tempo cominciavano ad inclinarsi e alla fine bastava una tempesta notturna per farle crollare.

Sebbene non ci fossero fiori sulle tombe, in estate, cresceva ovunque la gramigna. Era così alta e così irta. Io spesso mi sedevo ad ascoltare il vento che frusciava tra quell’orrida, ispida erba che mi arrivava quasi alla vita. Sopra a quel fruscio, la banderuola del vento sul campanile sventolava girando su se stessa e il suo cigolio di ferro arrugginito risuonava lamentevole su tutta la curia. Era come se quel pezzo di ferro digrignasse i denti l’uno contro l’altro.

Quando il becchino era al lavoro, molte volte, attaccavo discorso con lui. Era un uomo serio e sorrideva raramente, ma era molto amichevole con me e quando spalava il terriccio fuori da una tomba, mi avvertiva di spostarmi perché sulla vanga aveva un grosso femore o il teschio digrignante di un defunto. Sulle tombe, trovavo spesso delle ossa e delle ciocche di capelli dei cadaveri che io seppellivo nella terra come mi aveva insegnato il becchino. Ero così abituato a tutto ciò, che non provavo alcun orrore nell’imbattermi in questi resti umani. In fondo ad una delle estremità della chiesa, c’era un ossario dove giacevano ammonticchiati, ovunque, mucchi di ossa e in quell’ossario mi sedevo per poter intagliare qualcosa o disegnare figure sul pavimento con le ossa sgretolate.

Ma un giorno, trovai nel cimitero un dente.

Era un incisivo: bianco, splendente e forte. Senza rendermene conto, intascai il dente. Avevo intenzione di usarlo per ricavarne qualcosa, in un modo o nell’altro, limarlo e incastonarlo in una di quelle numerose cose strane che intagliavo nel legno. Portai il dente a casa.

Era autunno e diventava buio presto. Dovevo sbrigare altre cose e trascorsero forse un paio di ore prima che potessi recarmi nella stanza dei domestici per mettermi a lavoro sul dente. Nel frattempo era spuntata la luna: era mezza luna. Non c’era luce nella stanza ed ero completamente solo. Non osavo accendere la lampada prima che arrivassero i garzoni della fattoria; ma riuscivo ad illuminarmi con la luce filtrata dalla stufa quando mi riusciva di fare un buon fuoco. Perciò uscii nella legnaia. La legnaia era buia.

Mentre procedevo a tentoni tra la legna, avvertii un leggero colpo, come di un dito, sulla mia testa.

Mi voltai di scatto, ma non vidi nessuno.

Mi dimenai con le braccia, ma non sentii niente.

Chiesi se ci fosse qualcuno, ma non ottenni risposta.

Ero senza cappello, tastati il punto sulla testa che mi era stato toccato e sentii contro la mia mano un freddo gelido che allontanai immediatamente. Era così strano!, pensai. Toccai di nuovo i capelli: il freddo era andato via.

Pensai: «Forse è caduto qualcosa di freddo dal soffitto e mi è finito sulla testa?»

Presi una fascina e rientrai nella stanza, accesi il fuoco nella stufa e aspettati fino a quando l’ambiente cominciò ad illuminarsi grazie allo spiraglio. Poi presi il dente per limarlo. Qualcosa bussò alla finestra. Alzai lo sguardo. Fuori dalla finestra, con il volto premuto contro il vetro, c’era un uomo. Era un estraneo per me, non lo conoscevo: eppure io conoscevo tutta la parrocchia. Aveva una folta barba rossa, una sciarpa di lana rossa al collo e un cappello in tela impermeabile in testa. Quello che non pensai allora, ma che mi venne in mente dopo fu: come poteva quella testa mostrarsi così chiaramente dinanzi a me nell’oscurità, per di più da un angolo della casa in cui mai una volta penetrava la luce della mezza luna? Vidi quel volto con spaventosa chiarezza: era pallido, quasi bianco e gli occhi mi fissavano.

Trascorse un minuto.

Poi quell’uomo cominciò a ridere. Non era una risata udibile e tuonante, ma la bocca era spalancata e gli occhi continuavano a fissarmi, come prima, eppure l’uomo rideva.

Lasciai cadere quello che avevo nelle mani e mi raggelai dalla testa ai piedi. In quel volto sguaiatamente ridente fuori dalla finestra, notai all’improvviso un buco nero nella dentatura – mancava un dente. Rimasi a fissarlo dritto dinanzi a me, con angoscia. Trascorse un altro minuto. Il volto cominciò ad assumere colori diversi: prima verde intenso, da lì divenne rosso acceso; ma il sorriso era fisso. Non persi i sensi, registravo tutto ciò che mi circondava. Il fuoco dallo spiraglio della stufa illuminava abbastanza chiaramente e scagliava un raggio di luce fino alla parete dove si trovava una scala. Sentivo, persino, dalla camera attigua il ticchettio dell’orologio sulla parete. Poi all’improvviso riuscii a vedere così chiaramente che notai persino che il cappello impermeabile che l’uomo fuori dalla finestra indossava, era nero e consunto alla calotta, e aveva la tesa di colore verde. Infine, l’uomo abbassò la testa sotto il vetro della finestra, lentamente verso il basso, sempre più giù, finché scomparve completamente sotto la finestra. Era come se scivolasse giù nella terra. Non lo vidi più. Il mio terrore era spaventoso, iniziai a tremare. Cercai sul pavimento il dente, senza mai osare di staccare gli occhi dalla finestra, nel caso il volto ricomparisse.

Una volta trovato il dente, desideravo riportarlo al cimitero, ma non osavo. Ero completamente solo e non riuscivo a muovermi. Sentii dei passi fuori in cortile, forse una delle domestiche che arrivava rumorosamente battendo gli zoccoli; non riuscii a chiamarla e i passi si allontanarono. Trascorse un’eternità. Il fuoco si stava spegnendo nella stufa, non c’era nessuna via di scampo.

Strinsi i denti e mi alzai. Aprii la porta procedendo a ritroso nella stanza sempre tenendo d’occhio la finestra da dove era sbucato l’uomo. Quando uscii in cortile, corsi a gambe levate verso la scuderia dove speravo che uno dei garzoni mi accompagnasse al cimitero. Ma i ragazzi non erano nella scuderia.

Nel frattempo, ritrovai coraggio all’aria aperta e decisi di andare da solo al cimitero; inoltre, volevo evitare di confidarmi con qualcuno per poi finire sotto le grinfie di mio zio per quella storia. Così andai da solo in cima alla collina. Portavo il dente nel mio fazzoletto. Mi fermai davanti all’ingresso del cimitero – il mio coraggio rifiutava di assistermi. A parte l’eterno mormorio del Glimma, per il resto tutto era tranquillo. Non c’erano cancelli all’ingresso del cimitero, ma solo un arco da attraversare; cercai di placare la mia angoscia e, cautamente, sporgo la testa in avanti oltre l’arco per vedere se sarei riuscito a proseguire. Caddi a bocconi, impietrito. Poco lontano dall’entrata, tra le tombe, si trovava il mio uomo con il cappello di tela impermeabile. Aveva sempre il volto bianco e lo sguardo rivolto verso di me, e mi indicava un punto preciso avanti nel cimitero. Lo intesi come un ordine, ma non riuscivo a muovermi. Rimasi a lungo ad osservare l’uomo, lo pregai e quello rimase immobile e taciturno. Allora accadde qualcosa che mi diede nuovamente un po’ di coraggio: sentii uno dei garzoni fischiettare mentre si recava a fare il suo lavoro nelle scuderie. Questo segno di vita intorno a me mi fece alzare. L’uomo cominciò ad allontanarsi lentamente, non camminava, ma scivolava sopra le tombe, indicando sempre in avanti. Superai l’arco di ingresso, l’uomo mi chiamò ancora. Avanzai di qualche passo e mi fermai; non ce la facevo più. Presi con la mano tremante il dente bianco dal fazzoletto e lo scagliai con tutta la mia forza nel cimitero. In quel momento, la banderuola di ferro ruotò su stessa sul campanile e il suo stridore lancinante mi penetrò fino al midollo. Scappai via, giù per la collina, a casa. Quando entrai in cucina, mi dissero che avevo il viso bianco come un lenzuolo…

Sono passati molti anni da allora, ma ricordo tutto: mi vedo ancora accasciato in ginocchio presso l’entrata del cimitero e rivedo quell’uomo con la barba rossa. Non saprei indicare in alcun modo la sua età. Poteva avere venti anni, ne poteva avere quaranta. Quantunque non fosse stata l’ultima volta che lo vidi, solo più tardi mi venne in mente quella domanda, ma ancora oggi non saprei dire nulla sulla sua età…

Per molte sere e molte notti, quell’uomo ritornò. Appariva, rideva con la sua enorme bocca con un dente mancante e svaniva. Era arrivata la neve, non potevo più recarmi al cimitero per seppellire il dente. E l’uomo continuava ad apparire, ma ad intervalli sempre più lunghi, per tutto l’inverno. La mia angoscia e la paura di lui svanirono; ma la sua comparsa rese i miei giorni dolorosamente infelici, sì, infelici fino all’eccesso. In quei giorni, per me era quasi una consolazione ed una gioia il pensiero che avrei potuto porre fine al mio dolore lanciandomi nel Glimma durante l’alta marea.

Poi venne la primavera, e l’uomo sparì del tutto.

Del tutto? No, non completamente, ma per tutta l’estate. L’inverno successivo mi imbattei nuovamente in lui. Solo una volta lo incontrai, poi si allontanò per un lungo periodo. Tre anni dopo il mio primo incontro con lui, lasciai il Nordland e mancai per un anno. Quando ritornai ero cresimato e mi sembrava di essere diventato grande e adulto. Non andai più a vivere presso mio zio in canonica, ma andai a casa dai miei genitori.

Una sera d’autunno, mi ero appena disteso sul letto per dormire, sentii una fredda mano posarsi sulla mia fronte. Spalancai gli occhi e quell’uomo era davanti a me. Era seduto sul mio letto e mi fissava. Non ero solo nella camera, c’erano anche i miei fratelli: eppure non avvisai nessuno di loro. Quando avvertii la fredda pressione sulla mia fronte, allontanai quella mano e dissi: « No, vattene! », i miei fratelli mi chiesero dai loro letti con chi stessi parlando.

L’uomo rimase seduto un momento immobile, poi iniziò a dondolare avanti e indietro con il busto. In seguito a questo movimento, crebbe in altezza, oscillò finché raggiunse quasi il soffitto e quando sembrò non potersi più allungare oltre, si alzò e si mosse silenziosamente dal mio letto verso la stufa, dove sparì. Lo seguii per tutto il tempo con gli occhi…

Non era mai stato così vicino come quella volta; vidi chiaramente il suo volto. Il suo sguardo era vuoto e spento, mi guardava come se mi scrutasse davanti, poi attraverso e, infine, fin nell’altro mondo. Notai che aveva gli occhi grigi. Non muoveva il viso e non rideva. Quando respinsi la sua mano dalla mia fronte, dicendo “No, vattene!”, egli ritirò la sua mano lentamente. Per tutti quei minuti che rimase seduto sul mio letto, non batté ciglio…

Alcuni mesi dopo, quando giunse l’inverno e nuovamente partii da casa, mi trovai presso un certo commerciante W., presso il quale davo una mano in negozio e nell’ufficio. Qui avrei dovuto incontrare per l’ultima volta il mio uomo: una sera mi ritirai nella mia stanza, accesi la luce e mi spogliai. Come al solito, misi fuori le scarpe per la cameriera, ma mentre stavo aprendo la porta, ecco!, che proprio dinanzi a me, nel corridoio comparve l’uomo dalla barba rossa. Brontolo ad alta voce: – Sei di nuovo qui! -, subito dopo l’uomo aprì la sua grande bocca e cominciò a ridere. Non mi faceva più alcuna impressione, ma quella volta notai qualcosa di nuovo: il dente mancante era tornato al suo posto. Forse era stato seppellito da qualcuno. Oppure, in quegli anni, aveva avuto il tempo di frantumarsi, di dissolversi nella polvere per ricongiungersi con il resto della polvere dal quale era stato separato – Dio solo lo sa.

L’uomo richiuse la bocca, io rimasi ancora sulla porta, lui si girò e scese le scale dove sparì verso il basso. Da allora non l’ho più rivisto. E ora sono trascorsi molti anni di Nostro Signore…

Quell’uomo, quel messaggio dalla terra dei morti, con la barba rossa, con quell’indescrivibile terrore che aveva introdotto nella mia infanzia, mi fece molto male.

Da allora ebbi più di una visione, più di uno strano impatto con l’ Inesplicabile, ma nulla mi sorprese e spaventò così duramente come quella apparizione; eppure, forse, non mi ha fatto solo del male. Ho pensato spesso a questo: l’apparizione è stata una delle prime cose nella vita dalla quale ho imparato a stringere i denti e ad essere forte. Più avanti negli anni, di tanto in tanto, ne ho avuto bisogno.

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