Caprifoglio


Tratto da “Hvetebrødsdager” (Luna di miele) del 1948” – Johan Borgen

Fiore di Caprifoglio - Lonicera JaponicaIl ragazzo era rimasto seduto tutto il lungo pomeriggio estivo ad aspettare che accadesse qualcosa. Si era accovacciato dietro un cespuglio di ribes che già da tempo si era stancato di raccogliere. Alle sue spalle spira il Solitario tra i tigli; lassù la brezza del sud aleggia sulla casa, ma le chiome degli alberi sono venerabili e si sfiorano sapientemente: si lasciano accarezzare da una parte, prima di tirarsi su lentamente e aspettare la successiva carezza del mite vento.

Nel giardino c’è calma in ogni filo d’erba, dei calabroni si arrampicano sul bianco trifoglio. Davanti a lui c’è la casa, bianca, grande, piena di segreti. Quando la luce del giorno comincia a diminuire e la parete grigio-bianca assume una tonalità azzurrognola, i segreti iniziano ad uscire. Trapelano dalle finestre che all’improvviso diventano trasparenti come acqua e dalle lucide tegole nere del tetto che arde alla fine della giornata tanto che l’aria tremola al di sopra di esso. Ma soprattutto i segreti trapelano dai caprifogli che emanano il loro profumo inebriante appena l’aria si rinfresca e il sole cala all’orizzonte dietro una nuvola bianco-latte. Quella è anche l’ora del riposo pomeridiano nella casa. Al pied à terre le tende sono tirate, gli altri bambini corrono giù per le scale con i costumi da bagno tra le mani e strillano come gabbiani su un banco di sardine. È quella l’ora dei segreti: quando gli adulti riposano perché p vacanza, quando i pescatori vanno al largo e i pescherecci si allineano in fondo alla baia e le voci,, che si rincorrono da una parte all’altra, si odono da lunghe distanze, quando i bambini e i giovani abbronzati si tuffano dagli scogli e nuotano a stile libero come sommergibili a mezza immersione verso l’orizzonte, per poi adagiarsi tranquilli sulla calda acqua pomeridiana con la pancia in su, come pesci boccheggianti.

Il ragazzo siede accovacciato e aspetta. Poiché nessun altro conosce quell’ora meglio di lui. Almeno ché gli altri non vogliano dormire, pescare, nuotare, gridare. Essi non sanno che le foglie del cespuglio di ribes si piegano dinanzi alla frescura che verrà; non vedono le larve gialle esitare sulla foglia prima di osare il passaggio su un sottile ramo spoglio; non ascoltano il silenzio che incombe prima del mistero e non sentono quel fresco ruscello di ansia e attesa che scorre sotto la pelle di colui che siede accovacciato e aspetta che tutto piombi nel silenzio, affinché tutto possa avere un inizio.

Il vento non spira più sopra le fronde dei tigli, ma sussurra solamente. Su di loro c’è solo il bagliore del sole, solo in cima, non più giù per la collina. È in questo momento che avviene il cambiamento, soprattutto negli odori: il verde odora di verde, dalla casa proviene un olezzo di vernice secca, un odore di pece bruciata proviene dalle ante della cantina, di terra fresca da sotto il cespuglio di ribes, di urina di formiche nel ceppo che fa da zoccolo al tavolo con il ripiano marcio. Ma soprattutto, l’odore del caprifoglio che si arrampica sulla parete, in abbondanza, con i suoi petali che si torcono come le foglie di vetro del lampadario veneziano nel salone, e il suo odore è agrodolce e penetra fin dentro i sensi e una volta – tempo fa – l’odore aveva dato modo al ragazzo di inventare una parola: « dolore ».

Dunque, tutto era tranquillo. Il ragazzo esce dal fresco odore di verde del cespuglio di ribes ed entra in quello del caprifoglio che si inerpica sulla parete di casa. La scia del profumo del caprifoglio è così forte e intensa che è come essere imprigionati in una rete. Sì, è così che si deve sentire un pesce quando la rete lo avvolge senza che quello capisca che le maglie sopra la sua testa si stringeranno su di lui. Il caprifoglio si inerpica lungo un reticolato di asticelle verdi sulla parete della villa. A questo reticolato vengono aggiunte, di anno in anno, altre aste affinché, in futuro, il caprifoglio possa raggiungere il tetto. Non gli manca molto: per il momento ha raggiunto la grondaia sotto la veranda del primo piano. Fin lì arriva l’estremità più lunga del reticolato. Al di sopra di quello ci sono alcuni solitari “musetti” di caprifoglio che annusano incerti l’aria proprio lì dove non hanno più un appoggio. E questa è la méta del ragazzo oggi: andare lassù. Provare ad appendersi alla grondaia sotto la veranda e, in un modo o nell’altro, slanciare una gamba e saltare oltre la veranda dove c’è la finestra aperta della stanza da letto dei genitori. Poi, aspettare lì fino a quando non si fossero alzati dopo il loro riposino pomeridiano e sgattaiolare via alle loro spalle…e aver fatto, così, un’impresa.

Tutto ciò era illecito per il semplice motivo che il reticolato sul quale crescono le piante rampicanti è esile e non adatto alle “scalate”. Quante volte lo avevano colto in quell’insolito divertimento? Quanti metodi avevano provato per farlo desistere: rabbia, minacce, spiegazioni sul rischio, con le buone e con il frustino, fino a potare il caprifoglio affinché non vi si arrampicasse?

Non era indisciplinato lui, e neanche coraggioso. Soffriva di vertigini. Oggi i ragazzi avevano deciso di tuffarsi dal gradino più alto dello scoglio. Aveva buoni motivi per astenersi. Si tuffa a mala pena dal penultimo gradino quando è necessario, ma non da quello più alto. Neanche morto. Ha le vertigini, non può farne a meno. È una vergogna, ma non può farne a meno. Doveva fare un esame, ma doveva essere bocciato affinché non avesse più le vertigini. Aveva fatto un patto con Dio, infatti: avrebbe preferito non superare l’esame a condizione che non avesse più sofferto di vertigini. Ma Dio non ha voluto che fosse bocciato.

Quando la sorellina si ammalò, in inverno, ci fu una grande battaglia interiore in lui: non sapeva se preferire che la sorella guarisse presto e lui continuasse a soffrire di vertigini per l’eternità, oppure che la malattia si prolungasse ancora per una settimana –  e se poi moriva? – ma in cambio non avere mai più le vertigini…

Il ragazzo si arrampicò sui primi quattro quadri del reticolato e subito guardò giù e intorno. Non era molto alto, non raggiungeva neanche la sua altezza. Si arrampicò per altri quattro quadri o raggiunse l’altezza della prima metà della finestra del pied à terre. Allora guardò giù, percepì un piccolo voluttuoso piacere. Il caprifoglio lo accarezzava da tutte le parti e gli dava una vaga, ebbra sensazione di lontananza. Questo era solo l’inizio di ciò che si era prefisso di raggiungere. Le cose accadono a tempo e luogo. Si inerpicò per altri quattro riquadri ed era all’estremità dell’alta finestra del primo piano. Qui il caprifoglio era cresciuto più fitto e doveva cercare con i piedi un posto per non calpestare i fiori e le foglie. Si ritrovò nel mezzo della parete, tra il pied à terre e il primo piano. Le aste di legno su cui poggiava scricchiolavano seccamente e sapeva di una che aveva ceduto al peso. Si spostò di lato e giunse sotto l’angolo della veranda nella direzione in cui il reticolato andava più in alto. Quando salì di altri sei riquadri, sentì con le mani di essere arrivato all’asta che era stata aggiunta la primavera precedente. Era sicuramente più solida delle altre, non così esili. Penzoloni con le gambe, poteva sostenersi solo con le braccia. Guardò in basso e percepì la vertigine come un piacere. Sotto di lui c’erano le aiuole circolari delle pratoline che aveva evitato di calpestare per non lasciare tracce. La parete dietro il caprifoglio era fredda, coperta dal verde come lo era stata tutto il giorno. I fiori stessi erano freschi e, in un certo senso, in movimento, come lui stesso mentre si arrampicava sempre più in alto. Dei moscerini uscirono dalle foglie e si posarono sul viso e sui polpacci senza che lui potesse fare nulla per cacciarli. Ora, il profumo del caprifoglio lo avvolgeva, ondate di profumo che lo trascinavano e lo imprigionavano. Pensò di nuovo ai pesci nella rete: vi sono entrati come per incantesimo, senza sospettare nulla, poi si sono sentiti circondati da qualcosa e volevano scappare. Poi le branchie scorrevano lungo le maglie della rete che si stringeva. Doveva essere proprio così. Il reticolato verde davanti a lui e sotto di lui e al di sopra delle sue ani che afferravano il reticolato divenne come una rete. Non riusciva a liberarsi? Bene – lo avevano catturato. Era imprigionato in quella rete di caprifoglio, in un profumo sul quale si adagiava e dal quale non riusciva a liberarsi. Il piacere aumentava in lui e si estendeva dai centri dell’olfatto fino alla pelle e sul corpo; ora lo sapeva: il profumo del caprifoglio si poteva avvertire con le mani e con le ginocchia. Riusciva a sentire l’odore con tutto il corpo e percepire il profumo del caprifoglio che si avvinghiava con dolcezza ai muscoli, sotto la pelle e serrarsi in un felice crampo. Questa era angoscia i autocontrollo allo stesso tempo, inafferrabile profumo e dolce contatto, vertigine e attesa della caduta contemporaneamente con la sicurezza di essere sostenuto. Sapeva che poteva adagiarsi sulle spalle e riposare su quell’oscuro profumo di caprifoglio e forse essere trasportato via al di sopra dei tigli. Egli era dentro il mistero. Da lassù guardò di nuovo in basso il giardino, così lontano, poi le alte case, proprio sotto il tetto bassissimo; e aumentava la spinta verso quel volo. I grandi alberi erano suoi colleghi e amici, quelli più piccoli erano sottomessi. Si sentiva un vincitore sull’orlo di una sconfitta alla quale aspirava. Poi delle voci dal basso, dal giardino, urlavano e altre rispondevano dalla casa. L’incantesimo era rotto.

Il ragazzo rimane incollato alla parete e ascolta. Stanno chiamando lui. Ora la voce cambia posto. Qualcuno risponde dalla finestra: no, non è dentro. Contemporaneamente voci di ragazzi provengono dal basso, quelli che sono stati al mare. No, non era neanche lì.

Il ragazzo ascolta i passi allontanarsi. Agile come una scimmia si arrampica per altri quattro riquadri, verso l’alto, obliquamente. Ora è proprio sotto la grondaia e può salvarsi con un disperato slancio oltre la sporgenza sotto la veranda e poi su e infine dentro. Si affaccia qualcuno sulla veranda: è una voce profonda, quella voce di cui ha paura. Si spinge dentro il caprifoglio dove è più rigoglioso e le piante, quelle più in alto che ricadono pendenti, lo nascondono. La voce profonda si allontana dalla veranda. Ma sente un’altra voce provenire dal basso, la voce limpida, quella di cui si vergogna ogni volta che compie qualcosa di sbagliato. Con una presa riunisce alcuni rami sotto di è e si spinge ancora più dentro al verde. Resta in assoluto silenzio sul reticolato all’altezza del primo piano. Ma ora ha la barchetta di un fiore di caprifoglio proprio sotto al naso: i rematori sono ritti sull’oscillante rosso pallido della gondola e si avvicinano al suo viso e diventano grandi come uomini ritti in una barca. Il profumo del fiore non scorre più lungo braccia e gambe e non concentra la sua dolcezza sulla pelle del suo corpo. Si inspira nel naso e lo stordisce direttamente e completamente: non sa più dove si trova. I taglienti bordi dei riquadri, attraverso le consunte scarpe da ginnastica, fanno dolorare i piedi e le mani sopra la sua testa. Ma non riesce a liberarsi; e ora – mentre sa che uno sguardo dal basso è fisso su quella parete – avviene una trasformazione in lui: diventa caprifoglio. Così intenso è il suo desiderio di diventare una cosa sola con le piante, così dominante è il profumo che lo avvelena e cambia la condizione da “dolore” a “pericolo”, che percepisce come un obbligo il girare la testa per bagnare il collo nella freschezza dei fiori. Ma non deve voltare la testa, perché non ha la forza di ascoltare la costernazione delusa della voce limpida e di tutto quello che segue. Non riesce a capire che sta lì come un insetto e il perché continua ad arrampicarsi lassù. Poi quella fugace sorpresa passa, ed è di nuovo caprifoglio – e questa volta, totalmente – perché il dolore alle mani e ai piedi finisce nell’impercettibile. Non prova neanche più la stanchezza, può rimanere lì, in quella posizione di arrampicata per sempre, ora; è ha la sensazione di essere sempre stato lì. Il profumo del caprifoglio lo ha inebetito, cosicché la realtà scivola via e si allontana. Ora, non conosce il “pericolo”. No, è la rete in cui è entrato, la rete di caprifoglio che lo sta imprigionando. E non potrà mai liberarsi dalla sua metamorfosi. La voce limpida nel giardino muore in lontananza. È andata via oppure è perché tutto è finito – in quella parte di mondo!? Oppure non è mai esistito? È sempre stato caprifoglio, ma di tanto in tanto – per brevi attimi – sull’orlo di diventare essere umano?…

È avvenuto un cambiamento nella luce. La villa ha assunto una tonalità azzurra come quella della sera. L’alone dorato è sfiorato dalle chiome dei tigli che, semplicemente, oscillano sotto una brezza che impercettibile scivola fino a terra. E gli uomini sono rientrati! Non lo cercano più lì: grazie a Dio!, e comunque il ragazzo non è tra i caprifogli. Le aiuole di pratoline circondano il basamento della casa in graziosi e precisi archi. Nella casa c’è movimento di adulti e giovani. Una radio preannuncia il tempo di domani. Il sibilo della rondine di mare fende l’aria del mare. Il fanciullo ciondola avvinghiato al reticolato. I piedi sono scivolati dentro al reticolato, intrappolati tra questo e la parete della casa, fino ai popliti insanguinati. Le mani legate saldamente un po’ più in alto sulla testa, in una presa che non si può sciogliere. Il corpo pende in preda ai crampi tra questi quattro punti saldi, crocefisso con la schiena verso l’esterno. Due fiori di caprifoglio si sono infilati dentro le sue narici e riempiono tutto il suo sistema nervoso con un profumo narcotizzante. Sente il dolore, vuole liberarsi, ma non ha più le forze. La rete a maglie si è stretta intorno al pesce e non da’ via di scampo. Conosce la situazione, ma non la comprende. Comincia a piovere, le foglie di caprifoglio crepitano sotto il ticchettare delle gocce e i suoi fiori si raccolgono in una nuova ondata di profumo in quella notte di estate.

Qualcuno apre una finestra, proprio sotto di lui, un po’ di sbieco. È la voce profonda che dice che piove ed esclama: «Oh Senti che profumo di caprifoglio!». La voce limpida nella stanza è irrequieta e non riesce a capire perché il ragazzo non è rientrato: «E per di più piove», e subito dopo: «Chiudi la finestra, sii gentile. Il profumo dei caprifogli stordisce non poco».

Ora, la pioggia scroscia intorno a lui. È acqua. Egli è il pesce imprigionato in una rete di profumi. Percepisce una forte e tranquilla solitudine che ha sempre intuito: a intuito che la solitudine è come un anello invisibile che circonda gli uomini, ma che questi si danno da fare per non conoscerla e fanno come se non ci fosse, per timore che nessuno venga in aiuto. Nessuno può aiutarlo, qui dove si trova legato, in alto, su una parete della villa, mentre tutti i suoi cari si trovano in casa. E ora sa anche che cosa è quel profumo: non è né “dolore” né “pericolo”, quella è “solitudine”. Lo deve ben sapere la mosca prima di cadere nella ragnatela. È così che ci si sente quando non c’è più via di scampo. Tutti. Sotto il fardello della sua spossatezza capisce tutto ciò. Non è più caprifoglio. Non più pesce. Egli è tutti. Egli possiede la conoscenza di tutti sull’infinito e sulla sua impotenza. Percepisce questa nuova esperienza come una conferma di quello che ha sempre dovuto sapere: primo, un vertiginoso piacere al limite con l’angoscia che è propria del corpo; secondo, un abbandono senza confini che è dello spirito. E mentre questo diventa chiaro per lui, spunta la luna. La pioggia è finita. La luna riveste d’argento le fronde dei tigli e mette un tocco di verde-argento sugli alberi sotto di lui nel giardino. La sua testa ricade all’indietro per la stanchezza e, per un attimo, osserva il cielo che è pallido con due stelle come capocchie di spillo. In quell’istante comincia a capire qualcosa sulla posizione rischiosa dell’essere umano nella totalità.

Poi è la voce profonda proprio sopra di lui sulla veranda: « Non capisco dove si sia cacciato il ragazzo!» Irrequietudine e irritazione, uno sguardo rassegnato lungo i prati umidi che sprizzano argento al chiaro di luna. E finalmente uno sguardo proprio sotto di lui, in direzione del caprifoglio. E un urlo atterrito, e poi ancora, voci profonde, dal basso. Una scala a pioli viene issata. Voci si avvicinano. Voci su di lui e intorno a lui. E aria fresca, aria senza odori! Domande e un cauto zittire. E la coscienza che lentamente ritorna, si chiude in sé fino a comprendere tutti, dai fiori, ai pesci, all’acqua, a un fanciullo in un letto che si sveglia dopo la febbre e intuisce la sua solitudine.

trad. Annalisa Maurantonio

One thought on “Caprifoglio

  1. Isabella scrive:

    E’ un sito molto istruttivo per me. Mi piace molto. continua così

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