Epistola concernente il serpente marino (ophis archaios)


Tratto da “Nye Epistler” del 1912 di Nils Kjær

Non si parla ancora del serpente marino. Non si è fatto vedere per tutto questo caldo e torrido mese, sebbene questa è solita essere la sua stagione ideale. Non gli è stata mai una volta dedicata una notizia sui giornali, sul dove e come trascorre l’estate, e ciò – a poco a poco – compromette la sua fama.

Il serpente marino si è ritirato sul serio? Ha rinunciato al suo antico svago dei giorni di canicola: manifestarsi a testimoni credibili e prendere in giro la scienza? Non so come gli altri valutino la questione, ma non nascondo che, personalmente, il serpente marino mi ha deluso quest’anno. Non c’è estate vera senza serpente marino. E per estate vera intendo una lunga serie di straordinari giorni di sole, con il fiordo piatto e il caldo persistente, giorni i cui secondi, come innumerevoli punti di beatitudine, scorrono insieme verso un’unica dorata estensione di tempo immobile, giorni che abbondano di oziosi momenti e nella loro monotonia si cancellano spensierati dalla nostra memoria…un grande tonfo del serpente marino, in un tale giorno d’estate, è proprio quello di cui aneliamo. Esso scioglie l’incantesimo vegetativo della nostra mente e lega gli occhi ai cerchi d’acqua, che si accrescono sempre più, propagandosi dal punto di origine, prima che ci sia uno scoppio di urla di panico nell’ora meridiana.

Ma il serpente marino è un mostro capriccioso. Non ha la minima intenzione di lasciare la sua interessante carcassa in qualche museo. Emerge dal mare e sparisce nuovamente senza lasciare tracce e quando gli passa per la testa di lasciarsi vedere, accade all’improvviso, senza avvertire e prima che si riesca a convocare un comitato di professori. Si comporta in modo così canzonatorio e irriverente nei confronti degli zoologi, come l’anima nei confronti dei moderni psicologi: mentre questi ultimi siedono e sperimentano, di qua e di là, e faticosamente misurano i sentimenti nei loro laboratori, l’anima si tiene sempre alla larga e se ne va a spasso tra i poeti e i visionari, impassibile di fronte a quella situazione critica per la quale l’esistenza della stessa o non viene messa in dubbio o viene negata dagli esperti. Neanche al serpente marino fa’ impressione il fatto che la sua solida esistenza venga messa in dubbio dai dotti. Il mostro non ha bisogno di legittimarsi come un membro ordinario del regno animale, con tavola genealogica e nome latino. Si prende gioco dell’università e proprio nell’anno del giubileo, quando ogni forza vivente si infervora per sostenere la propria patria scienza[1].

Il mostro vive sul fondo e ha la casa nelle viscere dell’oceano, contorce il suo gigantesco corpo tra gli antri nascosti degli abissi, e nella fosforescenza del suo occhio cieco, baluginano dal profondo pallide paure. Se esercita un’inspiegabile spinta verso la superficie, accade quando – punto da potenti ondate di sole – si agita nell’oscurità profonda oppure quando la sua indolenza viene irritata. Quando il serpente marino si muove, allora viene rigurgitato dal baratro degli abissi e solleva la sua mostruosa testa, con le alghe per capelli, sul pelo dell’acqua, mentre i raggi di sole scintillano sul suo squamoso corpo serpeggiante e il mare viene frullato dalla sua coda. Come testimoni della sua esistenza prende al massimo un paio di pescatori creduloni, che remano per salvarsi la vita fino alla riva e affidano ai propri contemporanei un’audace descrizione della terrificante creatura.

Ma questa descrizione non è esatta, dichiarano i “professoribus”. Apparteneva aii pesci con scheletro cartilagineo o osseo? Aveva la bocca sotto il mento come lo squalo, e dove era propriamente collocata la pinna anale? Respirava palesemente con le branchie e partoriva i piccoli già formati? I testimoni non sanno cosa rispondere e si crea una lacuna nella loro credibilità, alla quale non verrà mai posto rimedio. Nel migliore dei casi, di conseguenza, vengono considerati dei tipi originali. Una volta conobbi un uomo che andò in rovina e che finì i suoi giorni con la cassa di assistenza ai bisognosi solo perché aveva visto il serpente marino. Ma la sua descrizione dell’aspetto del mostro poteva ben competere con le fantastiche deformità delle figure dell’apocalissi: « Era gigantesco come una canna di una sega a vapore », raccontò « E la testa come quella di un rospo. E ridacchiava con la sua boccaccia e aveva le zanne come le corna di un bue. Sulla lingua si trovano i denti pigiati e in fila come quelli di un erpice. E il suo occhio era come una medusa rosso sotto un groviglio di alghe. Rizzava il pelo e il pelo era irto di pezzi di ghiaccio, tanto era freddo laggiù sul fondo…» – « Ero sulla riva del mare », scriveva Giovanni da Patos « e vidi una bestia feroce emergere dal mare. Aveva dieci corna e sette teste e sulle sue corna dieci diademi. E la bestia era come un leopardo nell’aspetto e le sue zampe erano come quelle dell’orso e le sue fauci come quelle del leone ».

A chi credere ora? Certo, non c’è un’eccessiva differenza. Se il mio pescatore avesse avuto la conoscenza di diademi e leopardi, avrebbe a mala pena tratto le sue metafore dalle corna del bue e dalle punte degli erpici. Ma questa concitata serie di avvistamenti, che man mano si dispongono secondo un certo ordine nella fantasia, è certo solo un’arbitraria interpretazione dell’inspiegabile angoscia: l’uomo solitario che si trova dinanzi alla eterna sorprendente natura. “Non fissare a lungo”, dice l’oceano, dicono i boschi “altrimenti ti rivelo il mio volto” e Pan fa’ una smorfia cosicché il girovago solitario viene colto da una paura mortale.

È fuor di dubbio che un uomo che non ha mai visto il serpente marino avrà di gran lunga molte più condizioni favorevoli ad avere successo come naturalista, rispetto a uno che, invece, lo ha visto. Ed è ugualmente fuori di dubbio che uno psicologo – che personalmente non ha mai conosciuto la sua o l’altrui anima – a lungo andare, trarrà maggior profitto dalla psicologia rispetto ad un visionario per il quale la realtà dell’anima è il primo tra gli assiomi. Ma non di meno, vorrei osare di supporre che colui il quale ha visto il serpente marino sappia qualcosa di natura che i dotti neanche se lo sognano. Costui ha vissuto qualcosa con il quale quelli non potranno mai avere a che fare; costui è giunto sulla riva si un’isola che la scienza non  potraà mai giungere a considerare se non come un vuoto miraggio.

Io stesso non mi sono mai potuto rassegnare a rifiutare il serpente marino. Tra le, più o meno, lontane rovine della mia credulità infantile, il mostro marino non è mai stato una sicura scappatoia, qualora accertato il suo credito, doveva essere sciupato dai diversi modi di pensare. Tutta la sprezzante scienza dice che mi rimbalza sul lato notturno del mio essere. Ma certo ho rinunciato a combattere la battaglia per la sua – del mostro – esistenza, per esempio scattandogli una foto.

Questo è ciò che i gesuiti o altri teologi chiamano pia fraus e che consiste nel servirsi di un piccolo trucco per sostenere una preziosa verità. In un mondo in cui si è circondati da tutte le parti da scettici e agnostici, una cosa del genere non dovrebbe essere inammissibile. Quando gli spiritisti si sono persuasi che lo spirito dei morti, sotto circostanze favorevoli, riesce a materializzarsi, per loro diventa abbastanza facile estendere questa convinzione a individui influenzabili in una stanza buia e gravida di spiriti. Ma il mondo scettico dichiara, senza ulteriori apparizioni di spiriti, che si tratta di visioni soggettive, e qui stanno gli spiritisti! Per contro, fotografano una donna anemica avvolta in una veste drappeggiata impregnata di fosforo, cosicché la scienza stessa deve cominciare ad agire e si solleva la discussione e molti possono essere indotti al riconoscimento di un mondo soprasensibile.

Incoraggiato da questo esempio, una volta proposi ad uno dei miei amici pittori di disegnare il serpente marino in base al mio ricordo e di inserirlo in uno scorcio tra i fiordi, che in seguito avremmo fotografato, dopodichè avremmo spedito il dipinto agli esperti. Se la fotografia non fosse stata dichiarata autentica presso qualche facoltà, avrei avuto comunque una bella illustrazione per questa breve epistola. Ma l’idea è stata mandata all’aria per mancanza di una macchina fotografica.

E per finire, vorrei raccontare una storia che sentii, a suo tempo, da un pio uomo della bianca Mogador, dove ogni sorta di favola fantastica si gode in silenzioso raccoglimento e il fumo dei narghilé si contorce in fluttuanti immagini di spiriti sull’immobilità delle nostre gambe incrociate. Riuscii ad avere tutto ciò per un soldo d’argento e lo cito qui senza commenti: C’era una volta un mostro marino che aveva vissuto a lungo in una buca sotto la costa di Lanzarote ed era completamente deperito per via di una alimentazione povera. Nei lontani giorni pagani, si era nutrito abbondantemente degli stregoni del posto, i quali venivano buttati in mare ogni volta che le loro previsioni atmosferiche non si rivelavano esatte. Ora, invece, viveva solo di sama e di bambini che si facevano il bagno, ma per il suo benessere aveva bisogno, ogni anno, di un sacerdote grasso. Ma i sacerdoti non si facevano mai il bagno presso quell’isola, né in nessun altro luogo, e il mostro deperiva, mentre i sacerdoti a suo dispetto, ingrassavano in quella terra povera e arida. Perciò alla fine, il mostro voltò le spalle all’incredulità e nuotò fino al Maghreb. Lì si adagiò nei pressi della spiaggia e aspetto i fedeli. Un giorno giunse sulla spiaggia un povero pescatore, fece la sua preghiera, lanciò la rete in mare e catturò il mostro marino, il quale si era talmente rattrappito a causa della fame che assomigliava, in tutto e per tutto, a un comune polipo. Il pescatore portò la sua preda al mercato e la vendette a un ricco commerciante. Ora, accadde che quello stesso commerciante aveva appena fatto visita a un saggio che proveniva dalla lontana Tetuan, e quando il saggio riuscì a vedere il mostro dichiarò che si trattava di una bestia rara e sacra, che non si poteva mangiare per nessun motivo. Tutta l’ignorante Mogador lo derise, ma il saggio impose la sua volontà e portò il mostro con sé in una conca con acqua salata e si diresse a Fez per regalare la meraviglia al sole della fede. Ma lungo la strada, la sua carovana fu assalita dai predoni e quando i banditi scoprirono il mostro, costrinsero, con la tortura, il saggio a divorarlo vivo, dopodichè gli tagliarono un orecchio e lo sciarono correre senza ingiuriare oltre la sua persona. Ma il mostro aveva previsto tutto ciò e la sua cattiveria si ringalluzzì nello stomaco del saggio. Andò così che scambiò la sua anima con quella del saggio, la cui propria anima originaria lo aveva abbandonato in un soffio. Con l’anima del mostro nel suo corpo, il saggio tornò a Tetuan e sbalordì tutti con la sua scienza. Conosceva tutto, ma aveva dimenticato il Corano e la sua propria anima, e inoltre, negò l’esistenza dei mostri marini. Insegnò che quelli non erano niente altro che polipi e che avevano un sapore migliore mangiati crudi. Ma Allah è grande.

Trad. Annalisa Maurantonio

Serpente marino avvistato da Hans Egede nel 1734 in Groenlandia.


[1] Scritto nel 1911.

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