Olav e Kari – una ballata norvegese


”Olav og Kari” è una ballata norvegese medievale, conosciuta in molte varianti diverse anche negli altri paesi scandinavi. La vicenda si ispira ad un antico racconto francese.

La trama

La ballata narra di Olav e Kari due promessi sposi, ma intuiamo subito che la madre di Olav non è favorevole a queste nozze. Dopo nove anni di lontananza, Olav torna a casa e la madre gli racconta che la sua sposa, Kari, è una fattucchiera e si adopera in arti magiche. Olav non vuole credere alla madre che, invece, insiste nell’accusare Kari. Olav corre immediatamente da Kari e le racconta cosa gli ha detto la madre sul suo conto e furioso picchia Kari a sangue. Kari, in fin di vita, implora Olav di andare dalla madre di lei con un brandello della sua veste insanguinata e di raccomandarle di non far sposare più le altre sue figlie. Kari muore e giunge in Paradiso dove incontra la Vergine Maria. Kari chiede che ne sarà del destino di Olav e di sua madre e la Vergine Maria risponde che Olav la raggiungerà in Paradiso, mentre la madre no.

L’interpretazione di questa vicenda getta luce sull’etica e la morale medievale nordica: il fatto che Olav – pur avendo ucciso Kari – andrà in Paradiso, mentre sua madre istigatrice del delitto non sarà ricompensata con il Paradiso si spiega con il fatto che è ritenuta una colpa peggiore accusare ingiustamente di stregoneria una innocente piuttosto che uccidere giustamente una presunta strega.

La ballata di Olav e Kari è nota anche in Danimarca e Svezia, ma in forma ridotta. Nella versione danese la protagonista si chiama Piccola Kjerstin e il dialogo si svolge tra lei e la madre. Kjerstin prega suo marito di andare a far visita ai suoi genitori, poi parte e non ritorna più.

In Svezia la ballata è nota con il titolo di «Herren Båld». Si ritrovano delle analogie anche nella ballata “Helene” rinvenuta sia in Scozia che in Portogallo.

La matrice francese

La ballata di Olav e Kari si ispira alla leggenda francese della principessa Clotilde figlia di Clodoveo che visse intorno al 500 d.C. Dopo la morte del padre, nel 526 fu promessa in sposa al re dei visigoti Amalarico. Quest’ultimo era un fervente testimone dell’arianesimo, mentre Clotilde era cattolica. Secondo la leggenda, Clotilde era regolarmente picchiata da Amalarico per questa ragione, finché un giorno la picchiò a sangue e poi inviò la veste insanguinata a casa del fratello di Clotilde, Childeberto. Il fratello, alla notizia, si affrettò a partire per vendicare la sorella; combattè contro Amalarico e vinse. Childeberto decise di riportare Clotilde a casa in Francia, ma lungo la via del ritorno lei morì per le ferite. Clotilde fu considerata una martire della lotta tra i cattolici e gli ariani.

In Norvegia, la gente non era a conoscenza delle dispute tra ariani e cattolici, per cui il racconto fu adattato alla contrapposizione tra paganesimo e stregoneria.

Struttura della ballata Olav e Kari

Questa ballata ebbe ampia diffusione in tutto il Nord Europa, ma fu proprio in Norvegia che assunse la sua peculiare tonalità poetica.

La prima quartina presenta due versi e due ritornelli, il ritornello rivela che la ballata si eseguiva all’aperto. I versi sono suddivisi in 4 strofe:

I° strofa: coppie di versi in rima baciata nei quali si introducono i protagonisti: Olav, Kari e la madre di Olav.

II° strofa: otto versi a rima baciata con il dialogo tra Olav e sua madre.

III° strofa: sedici versi a rima baciata con il dialogo tra Olav e Kari

IV° strofa: sette versi a rima baciata con il dialogo tra Kari e la Vergine Maria.

Alcuni elementi tratti dalla mitologia norrena rivelano che la ballata ha origini ancor più antiche in Norvegia ed è per questo considerata una delle ballate più caratteristiche e brillanti della letteratura norvegese.

Olav og Kari

I

Per otto anni Olav rimase lontano dalla sua terra madre

–      Non accalcatevi, vi prego, gente bella –

Prima di desiderar di rivedere sua madre

–      Nella corte danza mia pulzella! –

Il nono anno decise di tornare

E verso la casa materna prese a cavalcare

II

« Ascolta Olav, figlio mio:

quanto ami la tua sposa, dimmi oh?»

« Amo tanto la mia sposa adorata

Come bere vino e idromele in una sorsata

Amo tanto la sposa mia onesta

Come brindare in un giorno di festa »

« Io l’ho vista la tua bella Kari

Cavalcare lungo il fiume ieri

Ma non un cavallo montava

Bensì quell’orso bianco che più amava

E null’altro avea per redini infernali

Che delle serpi micidiali »

«Sul suo conto dici solo menzogne

Dio ci scampi dal creder in simil fandonie»

«Come può l’erba crescere rigogliosa

Quando un figlio più non crede alla madre amorosa? »

III

Olav sul suo grigio destriero monta in sella

E frettolosamente corre dalla sua bella

Kari scruta lontano oltre il rio

E infine vede Olav cavalcar giù dal pendio

Pallido e spettrale cangiò il volto:

«Vedo il mio Olav così stravolto!»

Mani e piedi copre lesta

E al suo signore ansiosa s’appresta:

«Ascolta Olav, messer mio:

cosa ti ha raccontato tua madre, dimmi oh? »

«Mi ha detto che ti ha visto Kari

Cavalcare lungo il fiume ieri

E null’altro cavallo montavi

Che quell’orso bianco che amavi

E che null’altro avevi per redini infernali

Che delle serpi micidiali »

«Sul mio conto son solo menzogne

Dio ci scampi dal creder in simil fandonie!»

«Come può l’erba crescere rigogliosa

Quando un figlio più non crede alla madre amorosa?»

Con rami di rovo la vitupera

La pelle le strazia, la veste le lacera.

Con rami spinosi la oltraggia

Le scarnifica la pelle, la veste le straccia.

«Olav, Olav, più non picchiare!

Sento il mio cuore venir a mancare »

Prese Kari in braccio

E su un letto di seta la distese adagio

« Prendi i brandelli di questa veste insanguinata

E consegnali alla mia madre addolorata

Ti prego, dille senza esitare

Che non deve più le figlie maritare»

IV

Alle porte del cielo giunse Kari

E la Vergine Maria la invitò a entrare.

La Vergine Maria una sedia le porse radiosa:

« Accomodati, piccola Kari, il tuo piede riposa »

«Non chiedere di sedere dinanzi a te

Non posso che restare in piedi dinanzi a te

Non sono stanca, in piedi posso restare

Ma Olav, potrà lui nel Paradiso entrare? »

«Siediti, piccola Kari, riposati ora

Olav entrerà nel Paradiso alla sua ora! »

«Non sono stanca, in piedi posso restare,

ma la madre di Olav potrà lei nel Paradiso entrare? »

La Vergine Maria le rispose così:

–      Non accalcatevi, vi prego, gente bella! –

« La madre di Olav non meriterà il Paradiso così »

–      Nella corte danza mia pulzella!

VERSIONE ORIGINALE IN NORVEGESE

Olav sat heime i åtte år,
– Trø meg inkje for nære! –
fyrr han ville si mo’eri sjå,
– På vollen dansar mi jomfru. –

Det niende tek’e til lide,
han ville til si mo’eri ride.

II

«Høyrer du Olav, sonen min:
hosse likar du gifta di?»

«Sosso likar eg gifta mi,
som eg drikk’e bå’ mjø’ og vin.

Sosso likar eg gifta god,
som kvòr den dagjen å drikke jol.»

«Eg såg henne Kari ride
i gjår med elveside.

Ho ha’e kje anna til hest,
hell kvite bjønnen ho lika best.

Ho ha’e kje anna til beisle-ring,
hell frånarormen ho slengde ikring.»

«Det mune dei på henne ljuge –
Gud nå’e den som slikt trudde!»

«Hosse kan graset på jordi gro,
når sonen må inkje mo’eri tru?»

III

Olav han spring på gangaren grå,
så hastig ri’e han derifrå.

Kari ho ser seg ut så vide,
så ser ho ‘n Olav etter halline ride.

Ho gjordest bå’ blå og bleik:
«No ser eg Olav at han er vreid!»

Ho skodde si hònd, ho skodde sin fot,
så gjekk ho sin herren syrgjeleg imot:

«Høyrer du Olav, herren min:
hot tidend fekk du hjå mo’eri di?»

«Ho sa, ho såg deg ride
i gjår med elveside.

Du ha’e kje anna til hest,
hell kvite bjønnen du lika best.
Du ha’e kje anna til beisle-ring,
hell frånarormen du slengde ikring.»

«Det mune dei på meg ljuge
Gud nå’e den som slikt trudde!»

«Hosse kan graset på jordi gro,
når sonen må inkje mo’eri tru?»

Han la til henne med tynnyrtein,
serkjen rivna, og holdet seig.

Han la til henne med tynnyrkvast,
serkjen rivna, og holdet brast.

«Olav, Olav, slå inkje leng’!
No hev eg fengji min hjartespreng.»

Han tok ‘a Kari i sitt fang,
så bar han henne på silkjeseng.

«Du dreg’e serkjen utor blodet,
du sender han til mi mo’er!

Du bed, ho tvær han rein’e
og gifter kje døttar fleire!»

IV

Kari kom seg til himmeriks dør,
Jomfru Mari sleppte ‘a innafyr.

Jomfru Mari tukka fram ein stol:
«Sit, liti Kari, og kvil din fot!»

«Du tar inkje rydje sess fyr meg,
eg er inkje for god til stande fyr deg.

Eg er inkje trøytt, eg kan vel stå,
men må Olav himmerikje få?»

«Sit, liti Kari, og kvil deg på –
Olav han skò himmerikje få!»

«Eg er inkje trøytt, eg kan vel stå:
men må Olavs mo’er hinimerikje få?»

Jomfru Mari ho svara så:
– Trø meg inkje for nære! –
«Olavs mo’er kan kje himmerikje få.»
– På vollen dansar mi jomfru. –

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