Beltevisa – La Ballata della cintura


dettaglio di una cintura del costume tradizionale del Nordmøre

La “Beltevisa” o “Ballata della cintura” appartiene al gruppo delle ballate umoristiche e la si ritrova in Svezia, Danimarca e Islanda. Nella tradizione, la “Beltevisa” fu a lungo sovrapposta al “Draumkvedet”: in comune hanno la struttura e il prologo. Inizialmente gli studiosi pensavano che – nel corso degli anni con il tramandarsi della tradizione – il contenuto serio fosse andato perduto e trasformato in qualcosa di comico. Ma studiosi come Olav Solberg sono del parere che la versione comica e quella seria abbiano viaggiato parallelamente nel tempo, fino a potersi influenzare a vicenda.

Ma perché una ballata su una cintura? Nella tradizione norvegese, la cintura era uno degli elementi dell’abbigliamento più vistoso e che permetteva di definire a colpo d’occhio il ceto di chi la indossava: più era preziosa e riccamente decorata più si dimostrava di essere benestanti. Tra gli accessori degli abiti tradizionali, la cintura e il copricapo erano gli elementi distintivi dello status civile e del grado di benessere. Il luogo migliore in cui poter sfoggiare la propria ricchezza era il raduno settimanale in chiesa.

La trama

Un giorno, un giovanotto (ma in alcune versioni la protagonista è una ragazza) entra in chiesa indossando una splendida cintura, talmente bella da far interrompere la funzione. Splendeva e riluceva talmente tanto che il prete smise di parlare e la comunità radunata smise di cantare. Tutti vogliono comprare quella cintura splendente senza badare al costo: sono disposti a pagare ogni cosa pur di averla. Il giovanotto che indossa la cintura è tra l’altro a tutti noto per essere un poveraccio e nessuno si capacita del fatto che sia riuscito a entrare in possesso di tale meraviglia. Una cintura così riccamente decorata mostra la ricchezza del possessore e non è certo strano che nobili e possidenti facessero a gara per ottenerla. Sì, persino il re promise in cambio sua figlia e metà del regno per quella cintura! Ma l’unica risposta che tutti ricevettero fu sempre e solo “no!”. La cosa più strana è che il giorno dopo, il ragazzo diede via la cintura in cambio di un paio di vecchi guanti, dicendo che valevano più di quella cinta. In fondo era fatta di canapa e conchiglie, nulla di così costoso; eppure la cinta riluceva talmente tanto da ingannare tutta la gente e far credere che fosse più preziosa di quello che era in realtà. Ma è qui la morale della favola: la soddisfazione più grande del giovane è stata quella di poter dire no a tutti i potenti e ai ricchi del paese.

Si propongono due versioni della stessa ballata: “Beltevisa som Arbeidssang” (versione popolare) e “Beltevisa som ballade” (la versione letteraria), con lo spartito.

beltevisa-1

BELTEVISA SOM ARBEIDSSANG

Då spretta eg på beltet mitt, og sverdet ved mi sie (Un dì indossai la mia cintura, e la spada infoderai)

Då eg kom eit stykke på veg, så møtte eg meg ein bonde (per un tratto camminai, poi sulla via un contadino incontrai)

Då han fekk sjå beltet mitt, han trudde det var den vonde (quando vide la mia cintura, credette che fosser guai)

Då eg kom til kyrkja inn, der sat no gamle og unge (Quando in chiesa entrai, giovani e anziani eran tutti riuniti)

Men då dei fekk sjå beltet mitt, dei glemte burt lesa og sjunge (ma quando videro la mia cintura, smisero di leggere e cantare, e dimenticarono i riti)

Presten ned for alteret sto, han ba dei på kne å falle (Il prete allora dall’altare scese e ordinò di inginocchiarsi a tutti)

Men då han fekk sjå beltet mitt, han gløymde burt Gud og alle (ma quando vide la mia cintura, dimenticò Dio e tutti)

Kongen baud meg dattera si og det halve av sitt rike (persino il re mi offrì sua figlia e metà del suo regno)

Det kunne eg fått for beltet mitt, men eg tykte det var for lite (questo era il prezzo per la mia cintura, ma rifiutai perché il dono non era degno)

Kongen baud meg dei hesta tolv og alle så var dei kvite (allora il Re mi offrì dodici cavalli e tutto ciò che desideravo)

Det kunne eg fått for beltet mitt, men eg tykte det var for lite (in cambio della mia cintura, ma risposi che per così poco non mi degnavo)

Det var ein søndagsmorgon det falt meg så tungt i tankar (Era una domenica mattina, fui colto da pensieri cupi e contriti)

Så bytte eg burt beltet mitt i eit par fillehanskar (e così scambiai la mia cintura con un paio di guanti sgualciti)

BELTEVISA SOM BALLADE

Deð var den heilage páskedagsmorguneg sille til kyrkja riðe,sá sprette eg pá meg mit sprotabelte,

deð glimað i veðri sá viðe.

– I Róðelunden der kenne dei meg.

 

Som eg kom at kyrkjeleði

eg studde meg in at stette,

sá mange som pá mit belte ság

dei lyfte pá hatt og hette.

 

Som eg meg i kyrkja kom

dá folkið pá kne mone falle,

sá mange som pá mit belte ság

dei glöymde pá Guð at kalle.

 

Presten fram fer altari stoð

alt með si lærðe tunge,

dá han vart vari belte mit

han glöymde báð lesa og syngje.

 

Dei bauð meg tvo stútar

og báðe sá var dei kvite,

eg vilde ‘ki selje mit belte burt,

eg totte deð var fer litið.

 

Dei bauð meg tvo folar

og báðe sá var dei bróne,

eg vilde inki mit belte selje,

eg totte dei var for tunne.

 

Dei bauð meg fjósið sit

með kvorjum kú i bási,

eg vilde inki mit belte selje

eg totte deð var stor háð.

 

Dei bauð meg sá mykið gull

og mælte deð up i skálir,

men dá eg inki mit belte selde

dá gjorðe eg som ein dáre.

 

Som eg heimatt’ or kyrkja kom,

eg vart i sá galne tankar,

sá bytte eg burt belte mit

fekk att’ eit fille par hanskar.

 

Belte mit var inki sá mæt

som deð var sjáande pá,

hakanne var af sikebeins-kjakar

og beltið af langhalmstrá.

 

Belte mit var inki sá mæt

som deð glimað i veðri sá viðe,

deð var gjort af sildeflús

og smöygt með rughalmen friðe.

Era una santa domenica mattinae alla chiesa mi recaila mia bella cintura indossai,

splendente e rilucente, così carina

–      A Róðelunden, là mi conoscono.

 

Appena entrai nella Casa del Signore

Avanzai tra lo stupore

Di quanti videro il mio cinturon

I cappelli e i copricapo con rispetto si levaron

 

Appena entrai nella casa del Signore

Mentre si inginocchiava la gente

Coloro che videro la cintura splendente

Dimenticarono di pregare il Signore.

 

Il prete che dinanzi all’altare stava

A predicare con erudizione

Quando la mia cinta ad ammirar si apprestava

Dimenticò il canto, la preghiera e ogni lezione

 

Allora mi implorarono di cederla

Per due buoi bianchi,

ma io non volevo affatto venderla

e dissi che eran troppo pochi.

 

Allora mi implorarono di cederla

Per due puledri neri,

ma io non volevo affatto venderla

e dissi che non eran proprio leggeri.

 

Allora mi implorarono di cederla

Per un vitello robusto

Ma io non volevo affatto venderla

E dissi che vi era gran trambusto

 

Allora mi implorarono di cederla

Per tutti i calici ricolmi d’oro che volessi

Ma io non volevo affatto venderla

E feci una cosa da fessi

 

Quando ritornai dopo la chiesa a casa mia

Ero pieno di pensieri intristiti

E perciò la mia cintura decisi di dar via

Per un paio di guanti sgualciti

 

La mia cintura non era poi così preziosa

come sembrava all’apparenza

Di gusci di conchiglie era rivestita, poca cosa

Su una striscia di canapa grezza

 

La mia cintura non era poi così preziosa

solo alla vista splendente

Era fatta di lische di pesce, poca cosa

E con la farina conciata e rilucente.

Fonte: MUSIKKROM – Trad. © Annalisa Maurantonio

Per l’ascolto dell’Mp3 eseguito dalla soprano Siri Randem visita la pagina MusikkRom (Mp3) oppure ascolta la variante

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