La ballata di Margit Hjukse (o Hjuxe) e il re della montagna

 

Ballate norvegesi – Margit Hjukse

Continua il filone degli “incantesimi della montagna”. L’espressione norvegese che indica il “rimanere incantato o subire un incantesimo” è “bergtatt” che letteralmente significa “essere preso/rapito dalla montagna”, questo perché nella tradizione popolare gli esseri sovrannaturali che abitavano le montagne erano i più maliziosi e che non esitavano ad avvicinarsi agli esseri umani per ingannarli, soggiogarli e ammaliarli. Vittime predilette dell’incantesimo alpestre erano le fanciulle, giovani e belle, che facilmente si perdevano nei boschi e altrettanto facilmente si lasciavano condurre nel ventre della montagna, ammaliate da promesse di ricchezza o di libertà. Le ragazze non andavano volentieri con esseri mostruosi, per cui era solo per mezzo di un potente incantesimo che si poteva ottenebrare la loro mente e una volta rapite, comprendevano la loro disgrazia: in alcune narrazioni, le vittime riescono a ottenere favori, in altre le vittime vengono ulteriormente “incantate” con pozioni che inducono l’oblio e dimenticano il loro passato. La particolarità della vicenda di Margit Hjukse è che la fanciulla non dimentica la sua provenienza, e ottiene il favore di rivedere il padre, ma resta ugualmente intrappolata nella montagna, devastata dalla scelta tra la vita presente e quella passata.

Origini della ballata

Arthur Rackham The Wooing Of Grimhilde The Mother Of Hagen From ...

corteggiamento del troll credits@Arthur Rackham

Margit Hjukse (o Margjit Hjuxse) è una ballata proveniente dal Telemark e appartiene, appunto, al gruppo della ballate mistico-sovrannaturali per la presenza di elementi magici e esseri fantastici. Un primo elemento che distingue Margit Hjukse dalle altre ballate simili è che la vicenda si svolge in un luogo ben preciso: Sauherad perché in questa località è stata trovata traccia della prima stesura. La trama originale si reputa sia proveniente dalla Svezia, perché Magnus Brostrup Landstad – colui che raccolse la “testimonianza” – scrisse la narrazione sul racconto di un’anziana donna di Hjartdal che conosceva molti dettagli del racconto.

Margit Hjukse è generalmente considerata una variante della norvegese e autoctona Liti Kjersti og Bergekongen perché la ballata di Margit è per molti aspetti simile, sebbene manchi un altro elemento importante: la bevanda che induce all’oblio la protagonista. Infatti, Margit ricorda il suo passato, la sua casa di infanzia e i genitori e lo stretto legame tra Margit e il padre è fortemente sottolineato, lo si evince dal fatto che quando la madre della giovane muore, Tor Hjukse, il padre della ragazza, invita Margit a sedersi “sulla sedia della madre”, un gesto simbolico che indicava nella figlia la nuova padrona di casa, ma prima che ciò potesse accadere, interviene il re della montagna per portarla via con sé.

Dal punto di vista musicale, anche in questo caso, vi sono delle differenze con la tradizione norvegese, perché la melodia delle varianti squisitamente svedesi e che si applica anche alla versione norvegese è molto più sofferente, lamentosa, trattiene una drammaticità rassegnata rispetto ai “guizzi” di ostinazione di Liti Kjersti (dopo ben tre tentativi, la bevanda dell’oblio fa effetto, mentre Margit non ha bisogno di nessuna bevanda per accettare rassegnata il suo destino di nuova coinquilina della montagna). La prima linea melodica fu scritta dallo svedese Axel Törneman (1880-1925). La ballata è molto lunga e ricca di dettagli, solitamente si cantano i primi versi e poi si prosegue la narrazione, ma nella maggior parte delle incisioni si saltano i versi ritenuti superflui ai fini del racconto. Le varianti musicali sono molte e, anche per questa versione, si segnala l’interpretazione “rock” eseguita dai Gåte.

File:Nå, hur är det med aptiten fortsatte trollmor.jpg - Wikimedia ...

Raffigurazione dell’incantesimo della montagna: il bergtatt. dipinto di John Bauer (1915)

La trama di Margit Hjukse

Margit vive con il padre nella fattoria Hjukse di Sauherad nel Telemark, una delle più rispettabili della contea. Un giorno, Margit era sulla via per andare in chiesa, ma prima che le campane suonino, dal bosco esce il Re della Montagna in persona e la rapisce. L’incantesimo e sortilegio durano a lungo perché la ragazza vive nella montagna per molti anni e partorisce molti figli del re. Dopo 14 anni, chiede al Re di poter far visita al padre e il re impone una condizione: di fare rientro entro un’ora o al massimo due. L’incontro con il padre è commovente e dura più del tempo imposto dal re che si presenta per riportarla via perché i suoi figli piangono e reclamano la madre. Sulla via del ritorno alla montagna, Margit piange più lacrime di quanti sono i crini del cavallo in groppa al quale sta facendo mestamente ritorno.

Pin on polyphilo or the dark forest revisited

Å Hjuxe den stoltaste gard i Saudherad var,
-tidi fell meg longe
stolt Margit var dottri upå den gard.
-Det er eg som ber sorgi så tronge
Oh Hjukse! La più fiera delle dimore del Saudherad era
il tempo trascorre lento
e lì abitava la figlia del fattore, Margit l’altera
sono io quella che ha il più grande tormento
Stolt Margit hon reidde seg til kyrkja at gå,
-tidi fell meg longe,
så tok hon den vegin til fjølli låg.
-Det er eg som ber sorgi så tronge
Un dì, l’altera Margit in chiesa si recò
il tempo trascorre lento
e lungo un sentiero nel bosco si addentrò
sono io quella che ha il più grande tormento
Og som hon no kom fram med bergevegg,
-tidi fell meg longe,
da kom bergekongin med det lange kvite skegg.
-Det er eg som ber sorgi så tronge
E mentre passeggiava lungo la parete della montagna
il tempo trascorre lento
ecco sbucare la barba bianca del re della montagna
sono io quella che ha il più grande tormento
Og bergekongin tukkat ein sylvforgyllte stol
-tidi fell meg longe,
set deg her stolt Margit, og kvil din fot!
-Det er eg som ber sorgi så tronge
E il re della montagna le offrì un seggio di oro e argento
il tempo trascorre lento
«Siediti qui o Margit l’altera, riposa il tuo piede dallo stento»
sono io quella che ha il più grande tormento
Så gav han hennar dei raude stakkar tvo
-tidi fell meg longe,
og lauv uti bringa og sylvspente sko
-Det er eg som ber sorgi så tronge
Poi le regalò abiti color porpora nel numero di due
il tempo trascorre lento
e in grembo le pose calzature argentate nel numero di due
sono io quella che ha il più grande tormento
Og gentunne tolv dei reidde hennar hår
-tidi fell meg longe,
den trettande sette gullkrona på.
-Det er eg som ber sorgi så tronge
Dodici fanciulle la pettinarono, i lunghi capelli sciolse
il tempo trascorre lento
la tredicesima una corona sul capo le pose
sono io quella che ha il più grande tormento
Så skenkte han i af den klåraste vin,
-tidi fell meg longe,
du teke dettin honnid og drikk stolt Margit mi!
-Det er eg som ber sorgi så tronge
Poi, il re le versò una coppa di un vino più dolce del miele
il tempo scorre lento
«Prendi, mia bella Margit, e bevi questo idromele!»
Sono io quella che ha il più grande tormento
Så var hon i bergi i årinne ni,
-tida fell meg longe,
og hon fødde synir og døttar tri.
-Det er eg som ber sorgi så tronge
Nove anni ella trascorse nel montano ventre
il tempo scorre lento
e partorì figli e figlie nel numero di tre
sono io quella che ha il più grande tormento
Og hon fødde synir og døttar tri,
-tidi fell meg lange,
men Gud skal vite hot eg må lid!
-Det er eg som ber sorgi så tronge
Tre figli e figlie dovette partorire
il tempo trascorre lento
«ma Dio solo sa quanto ho dovuto soffrire!»
sono io quella che ha il più grande tormento
Og Margit hon sat med sin handtein og spann
-tidi fell meg longe,
då høyrde hon Bøherads kyrkjeklokkur klang
-Det er eg som ber sorgi så tronge
Margit sedeva al telaio a tessere e ordire
il tempo trascorre lento
quando un dì il suono delle campane della chiesa di Bøherad riuscì a sentire
sono io quella che ha il più grande tormento
Aa no hev eg vorid i bergi i fjortan år,
-tidi fell meg longe,
no lengist eg heim til min faders gård.
-Det er eg som ber sorgi så tronge
Oh sono oramai già 14 anni nella montagna trascorsi via
il tempo trascorre lento
di casa mia e della fattoria di mio padre ho tanta nostalgia
sono io quella che ha il più grande tormento
Stolt Margit hon talad til bergekongin så:
-tidi fell meg lange,
aa må eg no få lov til fader at gå?
-Det er eg som ber sorgi så tronge
Così, l’altera Margit si rivolse al re:
il tempo scorre lento
«Oh posso avere il permesso di recarmi da mio padre?»
sono io quella che ha il più grande tormento
Aa du må få lov til din fader at sjå,
-tidi fell meg longe,
men du må ‘ki vera burte att ern time hell tvo.
-Det er eg som ber sorgi så tronge
«O certo, hai il permesso di vedere tuo padre»
il tempo scorre lento
«ma non devi stare via più di una o due ore»
sono io quella che ha il più grande tormento
Stolt Margit hon gekk den vegin så lång,
-tidi fell meg longe,
då høyrde hon bergekongin kom etter med hov og tång.
-Det er eg som ber sorgi så tronge
L’altera Margit si avviò lungo il cammino tortuoso
il tempo scorre lento
ma sentì il re che la seguiva impetuoso
sono io quella che ha il più grande tormento
Aa då som hon kom der gangandes i gård
-tidi fell meg longe,
hennas sæle fadir ute for hennar står.
-Det er eg som ber sorgi så tronge
Oh, ma quando sulla soglia della fattoria giunse
il tempo scorre lento
il padre stesso stava ad attenderla e la raggiunse
sono io quella che ha il più grande tormento
Eg meinar det er stolt Margit, som eg ha’ så kær!
-tidi fell meg longe,
aa kære mi dotter, aa er du no der!
-Det er eg som ber sorgi så tronge
«Sei proprio tu, mia bella Margit, colei che tanto mi era cara!»
il tempo scorre lento
«oh, ora tu sei qui, sei tornata, o figlia mia cara!»
sono io quella che ha il più grande tormento
Og Thord Hjuxe han talad til dotter si så:
-tidi fell meg longe,
Aa no hev du vorid burte i fjortan år!
-Det er eg som ber sorgi så tronge
E Thord Hjuxe parlò così a sua figlia:
il tempo scorre lento
«son trascorsi ormai 14 anni da quando sei andata via!»
sono io quella che ha il più grande tormento
Og gentunne tolv dei reidde hennar hår
-tidi fell meg lange,
den trettande sette gullkrona på.
-Det er eg som ber sorgi så tronge
Dodici fanciulle ti pettinarono, i lunghi capelli sciolse
il tempo trascorre lento
la tredicesima una corona sul capo pose
sono io quella che ha il più grande tormento
No hev du vorid burte i fjortan år,
-tidi fell meg longe,
og me heve gratid fer deg så mang ei tår!
-Det er eg som ber sorgi så tronge
«ora sono 14 anni, il tempo è passato»
il tempo scorre lento
«e quante lacrime per te ho versato!»
sono io quella che ha il più grande tormento
Så leidde han in stolt Margit med glede og gråt,
-tidi fell meg longe,
så sette han hennar i sin moders stol
-Det er eg som ber sorgi så tronge
Poi abbracciò tra lacrime di gioia, Margit l’altera
il tempo scorre lento
e la invitò a sedersi sul seggio che di sua madre era
sono io quella che ha il più grande tormento
Men då kom bergekongin snegt som ein eld,
-tidi fell meg longe,
Aa kenne du ‘ki heimatt’ til boni i kveld?
-Det er eg som ber sorgi så tronge
Ma orbene il re della montagna si precipitò dentro casa come una fiera
il tempo scorre lento
«Non hai intenzione di tornare a casa dai tuoi figli questa sera?»
sono io quella che ha il più grande tormento
Fare no vel då alle i mit heim!
-tidi fell meg longe,
no kem eg alli til dikkon meir.
-Det er eg som ber sorgi så tronge
«Addio a voi tutti, addio casa mia!»
il tempo scorre lento
«d’ora in poi mai più tornerò a casa mia!»
sono io quella che ha il più grande tormento
Stolt Margit sette seg på gangaren grå,
-tidi fell meg longe,
hon gret fleire tårir hell hesten ha’ hår.
-Det er eg som ber sorgi så tronge
Margit l’altera, sul grigio destriero montò
il tempo scorre lento
più lacrime di quanti fossero i crini del cavallo versò
sono io quella che ha il più grande tormento
Hon pikkad på bergid med fingrane små:
-tidi fell meg longe,
Statt up mi eldste dotter, skreid loko ifrå!
-Det er eg som ber sorgi så tronge
Alla montagna bussò, con le esili dita:
il tempo scorre lento
«Alzati figlia mia maggiore e vieni ad aprire spedita!»
sono io quella che ha il più grande tormento
En versjon legger til dette verset:

Ja vidste eg no dæ, dæ va Moderen min
– tidi fell meg long’e,
saa hjartelig gjenne eg sko lukke dæg ind.
– Det er eg som ber sorgji så trong’e

Qui finisce la ballata, ma in una versione viene aggiunto il verso seguente[1]:
«Certo, se ti riconoscessi, come mia madre che chiede il rientro
il tempo scorre lento
«con tutto il cuore aprirei per rinchiuderti dentro»
sono io quella che ha il più grande tormento.

 

Fonte: MUSIKKROM traduzione © Annalisa Maurantonio

[1] È molto improbabile che questo verso aggiunto appartenga a una versione originale, si tratterebbe di una insolita “apertura” verso l’opportunità da parte di Margit di non farsi riconoscere dalla figlia e pertanto tentare l’affrancamento da quella situazione indesiderata. Ma non dimentichiamo che Margit torna a casa scortata dal Re della montagna che in ogni caso non permetterebbe una nuova opportunità di fuga e costringerebbe la figlia ad aprire la porta prima del suono delle campane della chiesa (si ricorda che nella tradizione popolare, se un essere del popolo invisibile non rientrava nel proprio regno prima del suono delle campane di una chiesa, sarebbe rimasto per sempre pietrificato: da qui proviene anche la credenza di identificare in alcune particolari formazioni rocciose, il volto o l’aspetto mostruoso di creature pietrificate).

Si propongono tre versioni della stessa ballata.

Versione classica

Versione di Halvor Håkanes

Versione rock dei Gåte

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La piccola Kjersti e il Re della montagna

«Liti Kjersti og Bergekongen –La piccola Kjersti e il Re della montagna» è una ballata del Telemark. È classificata come ballata medievale del sottogruppo mistico-naturalistico perché narra di un incontro con un essere sovrannaturale. La ballata ha elementi magici che la accomunano alle fiabe e la lunga tradizione orale l’ha resa molto popolare e pertanto la ballata si trova in numerose varianti anche in Danimarca, Svezia e nelle isole Fær Øyer. Esiste persino una versione scozzese (Hind Etin, Child n. 41 del catalogo delle ballate).

La melodia giunta fino ai nostri giorni è stata scritta da Olaf Olavsson Glosimot (1785 – 1858) proveniente da Seljord e fu trascritta da Lindemann. Il testo – nella versione più ricca di particolari e riportata di seguito – è tratto dalla raccolta Norske Folkedikting Visa contenuta nel volume “Danse Danse lett på foten” di Egil Bakka il cui mp3 si può ascoltare qui.

Come tutte le ballate prevede uno schema di canto abbinato a una danza. È una ballata molto lunga e spesso si cantano uno o due versi e si prosegue raccontando la storia piuttosto triste, alla fine, di questa fanciulla – una bimba in realtà – che viene data in sposa con l’inganno al re della montagna – un troll – il quale la conduce nel suo regno sotterraneo nelle viscere dei monti e le offre da bere una bevanda narcotica che le fa dimenticare il suo passato e da dove viene. La fanciulla non potrà, così, più tornare dai suoi genitori né a casa tra gli essere umani. Il padre di Kjersti è un fabbro e secondo una antica credenza popolare si riteneva che i fabbri e chiunque lavorasse i metalli avesse dei rapporti sommersi con i troll e gli esseri del popolo invisibile per avere accesso alle materie prime e ai tesori nascosti delle montagne.

I passi di danza che si eseguono sulla melodia della ballata sono i seguenti: si inizia con 4 passi in punta di piedi, con la mano si prende un’asta sorretta dal compagno e si gira in circolo come intorno al sole, prima a destra poi a sinistra di lato, a destra e a sinistra davanti. Due passi e un giro su se stessi. Si ripete senza l’asta, ma prendendo la mano del compagno.

La trama di Lite Kjersti

Rappresentazione del re della montagna che prende in sposa una giovane donna (credits @Legends of the north)

Kjersti è la giovane figlia di Pål il fabbro, il quale in cambio dei favori del troll, re della montagna, cede la figlia in sposa. La fanciulla inizialmente rifiuta, ma il re della montagna le promette grandi ricchezze, ma al suo rinnovato rifiuto, il Re della montagna la minaccia dicendo che se non lo segue con le buone, darà fuoco alla fattoria del padre. La fanciulla accetta a malincuore e segue il re nelle sue dimore montuose. Giunti nel nuovo regno, il re le offre da bere per tre volte una bevanda dell’oblio per farle dimenticare le proprie origini. Kjersti si lascia ingannare e beve la bevanda che le farà dimenticare tutto.

In un’altra variante, la piccola Kjersti viene indotta a sposare il Re della Montagna. Lui le promette qualsiasi cosa desideri se lo segue nel suo regno. Lei si lascia convincere e rimane presto incinta. Alcune varianti cominciano la storia con Kjersti che è già incinta e la madre se ne accorge solo quando comincia a perdere il latte dal seno. Dopo aver negato, ammette l’evidenza e chiama in soccorso il marito suonando una delle arpe magiche donatele. Il Re della Montagna arriva a cavallo per riportarla nel suo Regno a quel punto la madre chiede a Kjersti perché tra tanti uomini “cristiani”, ha scelto di sposare proprio un troll. Comunque, Kjersti ribadisce la sua scelta e si allontana a cavallo con il Re della Montagna. Giunti alla montagna, si aprono le porte del regno e il Re le offre da bere per tre volte una bevanda dell’oblio per far dimenticare a Kjersti le sue origini.

In altre versioni si narra che Kjersti tenta più volte di scappare per tornare alla casa dei genitori, abbandonando i figli nella montagna, ma lui la riporta indietro e le porge la bevanda dell’oblio, in altre invece, Kjersti riesce a ingannare il troll e tornare a casa. Nella maggior parte dei racconti, Kjersti non torna mai più a casa.

Ciò che accomuna tutte le versioni è il simbolismo: il cristianesimo contro il mondo mistico-magico, la ricorrenza del numero tre (i sorsi della bevanda) e del numero sette (i sette figli ci Kjersti e del Re) e il suono delle campane della chiesa per richiamare Kjersti e allontanare il troll.

Il Re della Montagna rappresenta il mondo ultraterreno e misterioso popolato da troll ed esseri sovrannaturali i quali hanno il potere di unirsi agli esseri umani; soprattutto le giovani donne si lasciano sedurre da ricchi doni, promesse di benessere per affrancarsi dai vincoli familiari. Le morali che se ne possono trarre sono molte: un ammonimento alle giovani donne di non lasciarsi abbindolare da uomini che promettono ori e ricchezze, di non abbandonare il tetto paterno e di non lasciarsi ingravidare. Allo stesso tempo, il Re della Montagna rappresenta lo “straniero” che offre a Kjersti la possibilità di lasciare la casa di origine, sciogliere i vincoli per creare una propria famiglia. Sotto questo aspetto lui è interpretato come un “liberatore”, ma alla fine lei resta delusa perché il vincolo e il giogo del matrimonio è più pesante di quello dei suoi genitori, e resta per sempre divisa tra l’amore per i figli e quello per i genitori.

Nella versione più antica, si capisce che Kjersti non accetta volentieri di diventare la moglie del Re della Montagna, perché è stata promessa dal padre, Pål il fabbro, in cambio dei favori del troll. In quasi tutte le versioni, però, si mette Kjersti dinanzi una scelta: tra i genitori e la nuova vita da sposa del Re, tra la vita da ragazza e quella di madre, tra il passato e il futuro, tra l’amore per i figli e quello per i genitori e la famiglia di origine, tra la ricchezza e la condizione modesta. In altre parole, la vera morale è che la ballata narra delle scelte della vita.

Liti Kjersti ho var seg so lite eit viv,
– brunfolen løyper lett -,
ho kunde ‘kje råda sitt unge liv.
Med det regner og det blæs.
For langt nord i fjellom djupt under hellom der leikar det.
La piccola Kjersti era una così tenera fanciulla
– il puledro marrone veloce corre sulla radura-
non era ancora in grado di decider per sé
Ma fuori piove e il vento ulula
lassù a nord sulla montagna oscura
qualcuno suona per te.
Bergekongen kom seg ridand’ i gård
– Brunfolen løyper lett –
Pål gullsmed ute for honom står.
Med det regner og det blæs.
For langt nord i fjellom djupt under hellom der leikar det
Il Re della montagna cavalca verso la fattoria
– il puledro marrone veloce corre sulla radura-
Pål il fabbro aspetta davanti la sua fattoria
Ma fuori piove e il vento ulula
lassù a nord sulla montagna oscura
qualcuno suona una melodia
«Velkommen, bergekongen, heim til min,
No hev eg bryggja og blanda vin.»
«Eg er ‘kje um anten brygg ell’ bland,
Eg er meir um liti Kjersti, det liljevand[1]
«Benvenuto, o Re della montagna, a casa mia
il vino buono ho appena fermentato e versato
«non sono venuto qui per il vino fermentato
sono qui per la piccola Kjersti, gioia mia»
«Liti Kjersti ho er berre barnet endå,
Ho kann ikkje vera si moder ifrå.»
Liti Kjersti ho seg inn um døri steig,
Bergekongen tykte at soli skein.
«Kjersti è poco più che una bambina,
non può vivere senza la madre»
Kjersti dall’uscio della porta si avvicina
il Re della montagna come un sole appare
Bergekongen klappa på høyendi blå:
«Kom her, liti Kjersti, og set deg på!»
«Eg vil ikkje sitja, eg kann vel stå,
Seg meg ditt ærend, so vil eg gå.»
Il Re della montagna la invita a entrare
«vieni qui, piccola Kjersti, e mettiti a sedere
«Non voglio sedermi, in piedi voglio restare
Dimmi cosa pretendi e poi posso andare»
«Å kjære mi dotter, du tala ‘kje so,
Det er no den festarmann du skal få.»
«Her er so mang ein kristen mann,
Du tarv meg ‘kje gjeva eit troll uti hand.»
«Oh figlia mia amata, non parlare così
presto sarà il tuo sposo»
«Ci sono così tanti uomini cristiani qui
non dovevi concedere la mia mano a un essere mostruoso»
«Må eg deg ikkje med godom få,
So vil eg lata elden gjenom farsgarden gå.»
«Fyrr elden skal gjenom farsgarden gå,
Fyrr lyt du no meg med godom få.»
«Se non verrai con me con le buone
brucerò la fattoria di tuo padre»
«Prima che tu bruci la fattoria di mio padre
verrò, dunque, con te con le buone
Bergekongen ha’ seg ein gangare spak,
Han sette liti Kjersti på hans bak.
So reid dei seg gjeom djupe dal,
Liti Kjersti ho gret og bergekongen kvad.
Il re della montagna era giunto a cavallo
e pose Kjersti sul dorso del suo destriero
Poi cavalcarono lungo il profondo vallo
Kjerst piangeva, il Re cantava fiero
So reid dei berget tri gonger ikring,
Og berget det opnast so dei kom der inn.
Dei sette liti Kjersti på sylvarstol,
Dei gav henne drikke sylvarskål.
Tre giri intorno alla montagna fecero
e il monte si aprì per farli entrare
pose Kjersti su un trono di argento vero
e da un calice d’argento la fece dissetare
Den fyste drykken liti KJersti ho drakk,
Dei kristne landi ho endå gat.
«Kvar er du fødd, og kvar er du bori?
Og kvar er dine jomfruklæde skorne?[2]»
La piccola Kjersti, dopo il primo sorso
ricordava ancora la terra dei cristiani
«Dove sei nata e dove abiti in corso?
Dove sono stati cuciti i tuoi abiti virginali?
«I Noreg er eg fødd, og der er eg bori,
Og der er mine jomfruklæde skorne.»
Den andre drykken liti Kjersti ho drakk,
Dei kristne landi ho endå gat.
«In Norvegia sono nata, lì io abito
e li i miei abiti confezionarono»
al secondo sorso, Kjersti subito
della terra dei cristiani si rimembrò
Di gav henne drikke av raude gullhorn,
Dei slepte der nedi tri villarkorn.
Den tridje drykken liti Kjersti ho drakk,
Dei kristne landi ho aldri mer gat.
Le porse allora un corno d’oro rosso
tre semi di fior di loto dentro riversò
la piccola Kjersti al terzo sorso
la terra dei cristiani per sempre dimenticò
«Kvar er du fødd, og kvar er du bori?
Og kvar er dine jomfruklæde skorne?»
«I berget er eg fødd, og der er eg bori,
Og der er mine jomfruklæde skorne.»
«Dove sei nata e dove vivi?

E dove sono stati cuciti i tuoi vestiti?»
«Nella montagna sono nata e abito ivi
e qua sono stati cuciti i miei vestiti»

I berget vil eg leva, og der vil eg døy.
– Brunfolen løyper lett –
«Og der er eg kongens festarmøy.»
Hu! det regner og det blæs.
For langt nord i fjellom djupt under hellom,
Der leikar det.
«Nella montagna vivo e qui morirò
-il puledro marrone veloce corre nella radura-
«E la diletta sposa sono del re»

Oh! Piove e il vento ulula
lassù a nord sulla montagna oscura
qualcuno suona per te.

[1] Liljevand è un termine composto da lilje – giglio (fiore sinonimo di purezza e giovinezza) e vand/vånd un termine arcaico per indicare una ragazza molto avvenente. La locuzione sta per “bella come un giglio”. Nella traduzione per mantenere la rima e alludere alle “proprietà” del Re della montagna che colleziona gioielli e pietre preziose si è optato per l’espressione “gioia mia” che ugualmente allude alla perfezione della fanciulla. [n.d.t.]

[2] Gli abiti tradizionali norvegesi si distinguono per alcuni dettagli tra abiti per donne sposate e per giovani non sposate

Si riporta il brano dei Gåte che riprende il testo riportato sopra (sebbene ridotto nelle strofe)

Per apprezzare tutte le principali variazioni sul tema sia testuali che musicali si riportano anche i brani della versione 4 del catalogo TSB e la versione Lite Kjersti og Elvekongen – La piccola Kjersti e il re delle acque (o nøkk, un altro essere soprannaturale che popola i racconti favolistici scandinavi)

Versione 4 di Lite Kjersti

Lite Kjersti og Elvekongen

Moeri tala til dotteri si:
ti lillil hugen min –
Kvi renn’e det mjølk utor brjosto di?
Dei leika så lett gjennom lunden.

Det er inkje mjølk om det synest så,
det er av den mjøden eg drakk igjår.

Det nyttar kje lenger å dylje for deg:
elevekongen hev lokka meg.

Han gav meg ei horpe av gull
til slå når eg var sutefull.

Elvekongjen kom seg ridand i gård,
liti Kjersti ute fyr honom står.

Elvekongjen ha’ seg ein gangare spak,
han lyfte liti Kjersti opp på hass bak. –

Elvekongjen tala til dotteri si:
Du tappe i ei konne med vin.

Den fysste drykk ho av konna drakk,
då gløymde ho bort kven henne ha’ skapt.

I bergjet er eg fødd, i bergjet vil eg døy,
i bergjet vil eg vera elvekongens møy

Fonte: MUSIKKROM – Trad. © Annalisa Maurantonio

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Il giovane Knut e il Re

La ballataKnut Liten og Kongjen” è nota anche con altri nomi come ”Knut Liten og Sylvelin – Il giovane Knut e Sylvelin” oppure “Grønnevoldvisa – La ballata del Grønnevold” o ancora più comunemente “Iselilja” dal nome della principessa protagonista, anche se in realtà il protagonista vero è l’eroe maschile che si guadagna l’amore della nobile ragazza. “Iselilja” è anche il titolo di un album dei Gåte, la band di musica folkloristica norvegese. Iselilja e Sylvelin sono nomi sinonimi e nella stessa ballata sono usati entrambi.

Il protagonista, Knut Liten, è giovane di età e all’apparenza inesperto e anche piccolo di statura, da qui il soprannome di “Liten – piccolo”. La storia ha origini nel Telemark dove la si ritrova in oltre 43 varianti, sebbene il nucleo principale è quello riportato di seguito e fu  trascritto per la prima volta nel 1861 da L. M. Lindemann. La melodia solitamente applicata nelle versioni più “moderne” è stata scritta da Olea Crøger da Nissedal che fu anche la prima a cantarla per Lindemann.

spartito della ballata “Knut Liten og Kongjen”

La trama

Viking Chief - Modelling … | Nordisk mytologi, Mytologi, VikingerIl giovane Knut siede alla tavola del Re, padre di Iselilja o Sylvelin che dir si voglia, e della quale il giovane è innamorato. In realtà, si capirà nel corso della ballata che i due ragazzi già si conoscono e “frequentano” all’insaputa del re. Durante il pranzo, il re sfida il giovane chiedendo cosa vorrebbe in cambio del suo bel destriero, e Knut coglie la palla al balzo per chiedere la figlia in sposa. Il re rifiuta di dare in moglie sua figlia in cambio di un cavallo. Knut abbandona la sala dicendo che presto rimpiangerà le sue parole e si ricrederà sulle capacità del suo cavallo. Il tempo di finire il pasto e giunge al re, la notizia che Knut ha trascorso molto tempo nella stanza di sua figlia, la cui dimora dista lontano dalla reggia. Colto di sorpresa e irato, il re si reca alla dimora della figlia e ordina al suo esercito di seguirlo per catturare il giovane Knut. Giunto nel cortile si rende conto che sul serio il giovane è stato un abile cavaliere nel raggiungere in breve tempo sua figlia; mentre l’esercito irrompe nella stanza e Knut è pronto a fronteggiarli tutti, uccidendone molti, il re ordina di fermarsi e riconosce a Knut l’ingegno e il coraggio, meritevole di prendere in sposa sua figlia.

Kongjen og Knut Liten dei sat ivi bord,
– Iselilja
Dei tala så mange dei skjemtande ord.
– Så såre syrgjer Sylvelinn fyr lisle Knut i Løyndom
Il Re e il giovane Knut siedono al desco
– O Iselilja
parlano molto con parole e fare burlesco
– soffrirai molto per il giovane Knut di Løyndom, O Sylvelin
“Høyrer du Knut liten, hot eg spør`e deg:
lyster du skifte dei folar med meg?”
«Ascolta giovane Knut, cosa sto per chiederti: il tuo destriero scambiar con me vorresti?»
“Ja, skò eg skifte dei folar med deg:
Så vil eg hava dotter di i bytte, eg”
«Certo, il mio destriero ti darò, lo sai:
se tu in cambio tua figlia in sposa mi darai»
“Skò kje mi dotter bli be`re gift,
hell ho skò gange i hesteskift.”
«non darò certo mia figlia in sposa
per uno scambio di destriero, come si osa!»
Knut liten seg reiser frå kongjens bord:
“Å visseleg skò eg hevne dei ord!”
Il giovane Knut si alza dalla mensa del re:
«O certamente rimpiangerai le tue parole, re»
Han klappa på dynni med hanskar på hand:
“Du kjenner vel Knut liten, din festarmann?”
Monta a cavallo e con il guanto lo incalza:
«Certo non conosci il giovane Knut, Altezza»
“Her sit´e du kongje drikk`e mjød og vin,
Knut liten han søv`e med dotteri di.”
«O Sire, mentre tu pasteggi e bevi vino,
con tua figlia giace, Knut il giovin»
Kongjen let ropa ivi heile sin gård:
“Kle dikkon, hovmenn, i brynjune blå.”
Il Re irato si precipita fuori dalla sua dimora:
«Guardie, uomini, all’armi senza remora»
Knut liten hoggje til han gjordest mod,
til blodet det sto ivi sylspente sko.
Il giovane Knut si batté con ardimento
fino a coprire di sangue i suoi stivali d’argento
Knut liten han kom seg ri`and i gård,
kongjen ute fyr honom står.
Il giovane Knut corse fuori in cortile
e trovò dinanzi a sé il Re ostile
“Knut liten, du stiller ditt sylvbugne sverd,
eg gjeve deg mi dotter, du er henne verd.”
«Giovane Knut, riponi la tua spada valente
mia figlia ti do, l’hai meritata indubbiamente»

Fonte: MUSIKKROM – Trad. © Annalisa Maurantonio

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Il discorso di Re Harald V di Norvegia

Ogni anno, il Re di Norvegia organizza il 1° settembre una “festa” nei giardini del Parco Reale per i membri del Governo per augurare un buon anno di lavoro a tutti. La festa si apre con il consueto discorso del re Harald V di Norvegia. Uno dei discorsi del re che ha maggiormente colpito l’opinione pubblica norvegese e ha suscitato anche l’attenzione e la commozione mondiale è il discorso del 1° settembre 2016: il Re descrive il suo Paese come un paese di aperture sociali e mentali, di valori semplici e saldi, di diritti e di doveri, ma soprattutto un paese fatto di persone, per le persone e con le persone indipendentemente dalla razza, la religione, l’orientamento sessuale. Il discorso oltre a ottenere il plauso del mondo, ha reso il re ancora più vicino alla sua popolazione e soprattutto i giovani norvegesi hanno riscoperto la semplicità e l’efficacia del loro Re.

Ecco il discorso del Re Harald V di Norvegia del 1° settembre 2016, nella sua interezza:

Cari

Presidente del Parlamento

Presidente del Consiglio

e Magistrati della Corte di Giustizia

e a tutti i presenti, dopo aver viaggiato per anni in gran parte del Paese, è davvero un piacere ospitare i rappresentanti provenienti da tutta la Norvegia!

Un carissimo benvenuto a voi tutti!

Voi che siete qui riuniti rappresentate ciò che la Norvegia è oggi.

Già, ma cosa è la Norvegia?

La Norvegia è montagne alte e fiordi profondi. È arcipelaghi e baie, isole e isolotti. È campi fertili e morbide alture.

L’oceano lambisce il paese a nord, a ovest e a sud.

La Norvegia è il sole di mezzanotte e lunghe notti invernali. È sia inverni miti che aspri. Ma è anche estati sia calde che fredde.

La Norvegia è popolata da nord a sud.

Ma la Norvegia è soprattutto fatta di persone.

I norvegesi sono gli abitanti del Nordland, del Trøndelag e del Sørland e gli abitanti di tutte le altre regioni. I norvegesi sono anche gli immigrati dall’Afghanistan, Pakistan, Polonia, Svezia, Somalia e Siria. I miei nonni emigrarono dalla Danimarca e dall’Inghilterra 110 anni fa. Non è sempre facile dire da dove proveniamo, a quale nazionalità apparteniamo. Quella che chiamiamo “casa” è lì dove si trova il cuore e non lo si può sempre circoscrivere dentro dei confini.

I norvegesi sono giovani e anziani, alti e bassi, normodotati e portatori di disabilità. Sempre più persone superano i cento anni di età. I norvegesi sono ricchi, poveri e di classe media. I norvegesi amano il calcio e la palla a mano, scalano le montagne e navigano nei mari – mentre altri preferiscono il divano.

Alcuni hanno una buona autostima, mentre altri faticano a credere di essere bravi per quello che sono.

I norvegesi lavorano nei negozi, negli ospedali, sulle piattaforme petrolifere. I norvegesi lavorano per la sicurezza, lavorano per mantenere il paese privo di spazzatura e cercano soluzioni per un futuro più “verde”. I norvegesi coltivano la terra e allevano i pesci. I norvegesi sono ricercatori e viaggiano lontano.

I norvegesi sono giovani impegnati e anziani ricchi di esperienza. I  Norvegesi sono single, separati, figli di famiglia e anziane coppie sposate. I Norvegesi sono ragazze che amano ragazze, ragazzi che amano ragazzi e ragazzi e ragazze che si amano.

I norvegesi credono in Dio, Allah, in Tutto e in Niente.

I Norvegesi amano Grieg e Kygo, Hellbilies e Kari Bremnes[1].

In altre parole: la Norvegia siete voi.

La Norvegia siamo noi.

Quando cantiamo il nostro inno “Sì, amiamo questo Paese”, ricordiamoci anche che stiamo cantando l’uno per l’altro. Perché siamo noi che facciamo questo paese. Per questo il nostro inno nazionale è anche una dichiarazione di amore per il popolo norvegese.

La mia più grande speranza per la Norvegia è che riusciamo a prenderci cura gli uni degli altri. Che continueremo a costruire questo Paese sulla fiducia, la fratellanza e la solidarietà.

Che riconosciamo – nonostante tutte le differenze – di essere un popolo e una nazione.

Che la Norvegia è una.

Rinnovo il mio affettuoso benvenuto a voi tutti – auguro di trascorrere tutti insieme un bel momento di convivialità![2]

[1] Grieg è un compositore (15 giugno 1843 – 4 settembre 1907) e Kygo (11 settembre 1991) è un giovane disk-jockey, pianista e musicista. Hellbillies è un gruppo musicale rock e Kari Bremnes (9 dicembre 1956) è una raffinata cantante jazz [n.d.t.]

[2] La pandemia generata dal contagio del COVID19 ha colpito anche la Norvegia, ma risulta tra i Paesi europei con il più basso tasso di contagi e di ricoverati in terapia intensiva grazie alle tempestive misure di sicurezza adottate per la protezione della salute pubblica. L’8 Aprile 2020, una task force di medici norvegesi è atterrata in Italia per apportare il proprio contributo all’Italia – in particolare negli ospedali di Bergamo e Milano. L’Italia – contrariamente alla Norvegia – è stato, invece, il paese più duramente colpito dal contagio.

 

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Volkswagen e A-ha sono “Partners in Reinvention”

Il 16 giugno 2020 Volkswagen ha presentato la “ri-edizione” del leggendario Camper van “Caravelle” (la ABT e-Caravelle 6.1) tramite un docu-film che affianca l’iconico mezzo di trasporto con l’altrettanto iconica band norvegese A-HA. Il cortometraggio dal titolo “Partners in Reinvention” è stato realizzato dal regista Toby Dye insieme all’agenzia Grabarz&Partner e mette in relazione la storia della band con il brand automobilistico tedesco. Il sottofondo musicale è lo storico brano “Take on me” in versione acustica e la narrazione si svolge durante un viaggio a bordo del Camper VW completamente elettrico lungo le suggestive strade del sud della Norvegia. I membri della band riflettono sul significato di “essere iconici”, sul futuro, sull’importanza di rinnovarsi e reinventarsi e sul loro essere da sempre dei grandi sostenitori della mobilità sostenibile[1].

Come si legge nell’esteso comunicato stampa del brand automobilistico ciò che accomuna la band a VW è il non aver mai smesso di reinventarsi:

Morten Harket si trova di fronte a un veicolo commerciale Volkswagen.

Morten Harket il cantante del gruppo a-ha davanti al nuovo e-Caravelle 6.1 (foto credits @Volkswagen)

«Con oltre 80 milioni di dischi venduti, i musicisti norvegesi Pål Waaktaar-Savoy (59), Magne Furuholmen (58) e Morten Harket (60) dal timbro di voce inconfondibile sono indubbiamente iconici per i loro grandi classici: Take on me, The Sun Always Shines on TV, Stay On These Roads, Crying in the Rain e The Living Daylights, la colonna sonora dell’omonimo film della saga di James Bond. VW ha avuto l’opportunità unica di incontrare queste icone del pop per parlare del loro passato e di come affrontano il futuro reinventandosi in modi nuovi e divenendo fonte di ispirazione per altri musicisti. Questa è la pretesa del nuovo Bulli elettrico, un’icona nel suo campo e d’ora in poi a emissioni “0”.

Pål Waaktar-Savoy

Pål Waaktaar-Savoy, chitarrista e cantautore del gruppo a-ha. Foto credits @Volkswagen

La cornice dell’incontro non poteva essere migliore: il paesaggio fiabesco norvegese, attraverso foreste mistiche, nei pressi della città di Kristiansand, i suoi pittoreschi dintorni, il Kristiansfjord e il Topdalsfjord. Attraversando la regione sud-orientale costiera, il percorso segue strade tortuose lungo il mare. Le tipiche case in legno punteggiano il paesaggio lungo il nostro percorso e le tradizionali pescherie vendono il loro prodotti. In questo ambiente familiare ai componenti della band, i tre raccontano e approfondiscono aspetti della loro storia di successo meritevoli di essere conosciuti. Il documentario è arricchito di documenti inediti privati che dimostrano come la classe e il segreto del successo stanno nel reinventarsi e reinterpretare costantemente se stessi.

“Eravamo solo tre ragazzi che adoravano fare musica insieme” (Morten Harket).” Sempre alla ricerca del suono che crea immediatamente momenti “wow” da pelle d’oca”, così il chitarrista Pål introduce la conversazione. Alla domanda su come diventare un’icona, il sorriso sognante e malinconico è già la risposta di Morten: “Non si crea nulla di grande o iconico, pianificandolo. È qualcosa che capita”.

Magne Furuholmen esce da un veicolo commerciale Volkswagen

Magne Furuholmen, il tastierista della band iconica norvegese. Foto credits @Volkswagen

La musica degli a-ha non solo è sempre stata in anticipo sui tempi, ma è anche unica e inconfondibile. Questa magia è creata dalla voce dolce e malinconica di Morten, generata da riff e melodie orecchiabili del chitarrista Pål e del tastierista Magne. I successi senza tempo della band ci accompagnano ancora oggi con fascino immutato. Magne spiega: “Non ci siamo mai adagiati sugli allori, abbiamo affrontato le sfide ogni volta come fosse la prima volta reinventandoci costantemente – abbiamo sempre voluto dare al pubblico qualcosa di nuovo, eccitante e ambizioso”. Morten: “Reinventarci è un must per noi. Il minivan è chiaramente un’icona e il fatto che ora sia completamente elettrico è un’enorme attestazione. Rappresenta il cambiamento di mentalità che è essenziale per il futuro. La natura si re-inventa. Noi siamo la natura”.

Il nostro viaggio sta per volgere al termine, il sole tramonta dietro gli alberi all’orizzonte. Mentre i tre musicisti della band salutano noi e il veicolo, non perdere l’occasione di guardare al passato per iniziare a guardare lontano, un futuro nuovo e eccitante».

Il video promozionale è stato girato nell’autunno 2019, poco prima che la band cominciasse la seconda parte del tour mondiale 2019-2020 “Hunting High and Low Tour” per festeggiare i 35 anni dall’album di debutto.

Non è la prima volta che Volkswagen chiede “aiuto” alla band norvegese per una campagna pubblicitaria: era il 2014, “Feeling Carefree” era il nome della campagna in cui la band era indirettamente protagonista. La pubblicità ironizzava sull’avventura a fumetti ispirata al videoclip di Take on me, e alla fine dello spot, si intuisce che i fumetti sono in realtà frutto dell’immaginazione di un impiegato sorpreso a canticchiare il brano distrattamente durante un importante meeting di lavoro e quando esce dall’ufficio si dirige compiaciuto verso la propria Volkswagen.

 

[1] Sin dal 1991, quando Morten Harket  – il cantante del gruppo – insieme a Fredric Hauge (Bellona) entrò nel centro di Oslo (il cui accesso era vietato alle auto) guidando una Panda modificata elettrica.

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I giganti di Dovre

Home - Dovrefjell Design

DovreFjell con il logo del bue muschiato simbolo della regione

Dovrefjell è un massiccio montuoso delle Alpi Scandinave che si stende nelle regioni dell’Innlandet, Møre e Romsdal, Trøndelag. Il massiccio segna il confine tra la Norvegia orientale dal Trøndelag, il cui capoluogo di regione è Trondheim.

:Enig og Tro til Dovre falder

Cartolina per il centenario dell’indipendenza dalla Danimarca

Il massiccio di Dovre è protagonista di leggende, storie avventurose, ballate ed è spesso considerato il simbolo della Norvegia stessa, del suo stoicismo e resistenza al punto che nel 1914 per i festeggiamenti del centenario dell’indipendenza fu coniato un francobollo e commissionata una cartolina patriottica da parte del dipartimento dell’unità nazionale per la fratellanza. Sulla cartolina campeggiava il motto: Enige og tro inntil Dovre falder che significa “Uniti e leali finché Dovre resiste” (letteralmente “finché Dovre non cade”). La cartolina propagandistica e nazionalista per il centenario dell’indipendenza riportava il motto e i ritratti di Christian Magnus Falsen, Wilhelm Frimann Koren Christie e dell’allora neo-eletto re Christian Frederik.

L’imponente massiccio montuoso è simbolo di solidità e robustezza, per cui si auspicava al popolo norvegese di essere altrettanto solidi, uniti e compatti per gli ideali comuni. Il motto era anche noto come il “Giuramento di Eidsvoll” del 20 maggio 1814. Secondo quanto riferisce Nicolai Wergeland, quando si raggiunse l’accordo sull’indipendenza della Norvegia, i rappresentanti presenti al giuramento propiziarono il buon augurio della nascente nazione ponendo le mani une sulle altre in gesto di fratellanza e urlando il motto “Uniti e leali finché Dovre resiste”. Le cronache dell’epoca riportano che l’unità e la fratellanza non erano “complete”, perché due dei rappresentanti che avevano contribuito al raggiungimento dell’accordo non erano presenti per “malattia” – nella versione ufficiale -, ma ufficiosamente perché non volevano esporsi agli attacchi delle opposizioni politiche. Si trattava, infatti, di due esponenti del cosiddetto partito unionista: Herman Wedel Jarlsberg e Severin Løvenskiold.

Il motto, nel tempo, ha assunto sempre meno connotazioni politiche e patriottiche, ma è rimasto il simbolo dell’unità e dell’appartenenza. Da sempre il massiccio di Dovre ha una importante connotazione identitaria perché rappresenta l’inalterabilità nel tempo, l’eternità, la solidità, la sicurezza e le fondamenta ben radicate. Nella tradizione letteraria (saghe, racconti folkloristici, ballate), il monte Dovre viene rappresentato come un grande vecchio, e luogo magico. Nella favola “En aften i nabogården –  Una sera nella fattoria del vicino” tratta dalla raccolta di favole di Asbjørnsen e Moe del 1845 si legge: «sul monte Dovre tutti i giorni si svolgono ovviamente numerosi incontri tra troll e giganti come a Blokberg». Lo stesso Henrik Ibsen scelse il nome di Dovregubben – Vecchio Sciocco per la sua caricatura del norvegese tipico bonaccione, ma dalla mentalità ristretta e un po’ bigotta per uno dei personaggi del suo popolare poema Peer Gynt (1867).

L’imponenza del massiccio lo rende la “dimora” ideale dei giganti, personaggi della fantasia talvolta amichevoli e protettivi, talvolta irruenti e capaci di scatenare terribili guerre fratricide che si palesano agli occhi degli esseri umani come enormi catastrofi naturali: terremoti, alluvioni, tempeste, tormente di neve, caduta di massi, come i cavalieri giganti della ballata.

La caratteristica principale delle ballate è che narrano una vicenda più o meno storica o leggendaria. Nel caso della ballata dei Giganti di Dovre si elencano e si presentano 12 fratelli dai grandi poteri magici: uno che comanda i venti e i mari, un altro che ha poteri divinatori, e l’altro che sa cosa accade nelle altre parti del mondo e così via. Il ritornello, invece, assume i toni nostalgici di un tempo che non tornerà più, l’era dei giganti che scompare.

La ballata si è diffusa in Norvegia grazie alla raccolta “Kjempeviseboka – il libro delle ballate dei giganti” a cura di Peder Syv. Le melodie applicate a questa ballata sono numerose e in diverse varianti, ma la più nota è quella elaborata da Rolf Myklebust ispirata a sua volta a quella di Brita Bratland. Questa versione più nota è, infatti, cantata anche in Danimarca e nel folklore delle Færøyer.

Lo spartito seguente è una trascrizione del 1980 di Ingrid Gjertsen sull’originale di Brita Bratland.

spartito Dovrefjell Kjempene

spartito della ballata i Giganti di Dovre

På Dovrefjell i Norge lå der kjemper uten sorg
dronning Ingeborgs brødre alle tolv.
– men hvem skal føre våre runer om vi selv ei må?
A Dovre in Norvegia, riposano dei campioni senza pari
della regina Ingeborg sono i dodici fratelli compari
– chi divinerà le rune se noi non possiamo
Den første kunne vende været med sin hånd
Den andre kunne stille det rinnende vann-men hvem skal føre våre runer om vi det selv ei må?
il primo riusciva a comandare con una mano il tempo tumultuoso
il secondo a calmare il mare tempestoso
– chi divinerà le rune se noi non possiamo
Den tredje han for under vannet som en fisk
den fjarde fattes aldrig mat på disk
Den femte han kunne gullharpa slå
så alle de dansede som hørte der på.
il terzo come un pesce nell’acqua nuotava
il quarto non faceva mai mancare cibo alla sua tavola
il quinto suonare l’arpa d’oro sapeva
e chiunque lo ascoltava, danzar doveva
Den sjette han blåst i ein forgyllande lur
så alle de det hørte måtte grues derfor
il sesto un corno d‘oro suonava
e doveva preoccuparsi chiunque lo ascoltava
Den sjuande kunn under jorden gå
den åttande kunde på bølgetoppen stå
Il settimo sotto terra riusciva a stare
l’ottavo la cresta dell’onda poteva cavalcare
Den niande batt alle dyrene i skog

den tiande kunn aldri sømenen få

il nono comandava a tutti gli animali del bosco
al decimo non sfuggiva mai nulla di losco
Den elevte batt lindormen i gresset den lå
og meget mer den kunne formå
l’undicesimo il drago domò
e molto più di questo completò
Den tolvte var no så vis en mann
han visste hva hendte i fremmende land
il dodicesimo era un tale saggio severo
che conosceva tutto ciò che accadeva all’estero
Ja, det siger jeg for visst og sant deres lige fantes ikke i Norges land
– men hvem skal føre våre runer om vi det selv ei må?
Sì, lo posso dire con certezza, di simili a lor pari non si trovano in Norvegia
– ma chi divinerà le rune se noi non possiamo?

 

Il toponimo Dovrefjell

Il nome del massiccio norvegese Dovre identifica l’insediamento locale e la zona circostante. Originariamente si riferiva a una grande fattoria della zona, il cui nome deriva dal norreno “Dofrar , il plurale del termine dofr, di oscuro significato e che può essere tradotto come “nebbia/nebbie”, di conseguenza il nome per esteso di Dovrefjell si traduce come le “montagne nebbiose”, un’espressione comunque suggestiva e che si adatta anche alle condizioni climatiche e geografiche della catena montuosa.

Geografia e geologia di Dovrefjell

Il massiccio culmina con la vetta dello Snøhetta (2.286 m) nell’estremità occidentale, mentre le aree a oriente sono caratterizzate da suoli più gessosi e rilievi più morbidi che favoriscono la crescita della tipica flora dell’Europa Settentrionale. L’attuale conformazione è stata “modellata” durante l’ultima era glaciale. Il patrimonio naturale della regione è tutelato e ospita due parchi nazionali di rilevanza nazionale e di grande attrazione turistica: il Parco Nazionale di Dovre istituito nel 2003 e il Parco del Dovre Sunndalsfjella del 2002. I fiumi che hanno le sorgenti sul monte Dovre sono l’Orkla che scorre verso nord, il Rauma che scorre a nord-ovest, il Gudbrandsdalslågen a sud-est, il Folla a est e il Driva a nord.

La conformazione geologica rende l’area ricca di minerali che nel tempo ha favorito lo sviluppo dell’industria estrattiva. La parte occidentale è prevalentemente costituita da gneiss precambriani e graniti foliati, mentre i rilievi orientali sono composti da graniti e tonaliti.

I visitatori dei parchi possono imbattersi in mandrie selvatiche di buoi muschiati che sono il simbolo della regione. Il bue muschiato fu reintrodotto nel 1932 con esemplari provenienti dalla Groenlandia. La fauna che popola queste aree è costituita anche da una razza di renne selvatiche di origine beringia. Particolarmente frequentata dagli appassionati è la riserva naturale di Fokstumyra che ospita fin dal XVIII secolo la più vasta comunità e varietà di volatili con oltre 20 specie palustri che vi nidificano. La regione si distingue anche per la flora tipica scandinava caratterizzata da tundra e specie rare di piante selvatiche come l’artemisia norvegica, il papavero radicatum, la campanula uniflora.

Il massiccio di Dovre è destinazione prediletta per gli sport come sci, alpinismo ed escursionismo.

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Gåte – una band norvegese di musica folk e progressive

La band è stata fondata da Sveinung e Gunnhild Sundli nel 1999 con il supporto di altri tre musicisti, combinando in modo originale e unico il sound del folk tradizionale norvegese e un rock progressive esplosivo che li ha fatti subito distinguere sui palchi scandinavi.

Nell’arco temporale tra il 2001 e il 2006 hanno eseguito una serie di spettacoli dal vivo e pubblicato due album, due EP e un album dei live che hanno riscosso un grande successo nazionale (100 000 copie vendute dell’album di esordio Jygri e n. 1 nella top 40 delle classifiche norvegesi, conseguendo nel 2002 il Norwegian Grammy Award come miglior band esordiente).

Dopo una pausa di oltre dodici anni, la band nel 2017 si ricostituisce e i suoi membri sono nella formazione attuale: Gunnhilg Sundli (voce) Sveinung Sundli, Magnus Børmark (il nucleo originale della band) a cui si sono aggiunti Jon Even Schärer (batteria) e Mats Paulsen (basso).

Prima della pausa decennale, la band ha eseguito l’ultimo concerto il 31 dicembre 2005 a Setesdal.

Il 3 aprile  2006 la band ha pubblicato il CD dei concerti live “Liva” con brani tratti dall’ultimo concerto di dicembre e tra le tracce anche l’inedito “Venelite”. Nello stesso anno, la bnd pubblica anche il DVD dei Live con materiale bonus, come il concerto al Festival di Roskilde nel 2003 che – secondo la critica – ha rappresentato l’apice del loro successo.

Tra i collaboratori dell’album anche l’autore di musica folk norvegese Knut Buen che ha scritto per loro il brano “Kjærleik – Amore” contenuto nel secondo album “Iselilja”.

Il 24 ottobre 2009, la band ritorna una prima volta sulle scene durante il festival culturale UKA a Trondheim, l’occasione si rivelò fondamentale per capire come e se continuare a fare musica insieme e il gruppo si ritrovò a fare un piccolo tour estivo nel 2010, concludendo il tour all’Opera di Oslo il 20 agosto 2010 che avrebbe dovuto segnare definitivamente il ritiro della band. Ma la band nel 2017 si è ritrovata e ricostituita con nuove energie e nuovi componenti a dare linfa a questo progetto musicale unico e raro.

La bibliografia contempla i seguenti lavori:

Jygri (2002 – all’interno del quale si trova anche il brano Inga Litimor e Bendik og Årolilja)

Iselilja (2004)

Liva (2006).

Per approfondire tutto sulla loro musica, consultate il sito ufficiale della band Gåte

Inoltre, consiglio la lettura di questo articolo, un acuto approfondimento di Antonio Panzera che ringrazio per avermi introdotto in questa realtà musicale.

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La ballata di Inga Litimor

La ballata di Inga Litimor appartiene alla serie delle ballate cavalleresche o di corte ed è probabilmente ispirata a un fatto storico vero ovvero all’incontro tra il nobile Sigurd Jorsalfar e una giovane contadina, una ragazza dalla voce melodiosa e ammaliante che cattura e affascina il nobiluomo con il suo canto melodioso mentre raccoglie il grano. Sigurd si innamora della ragazza e la porta via con sé e insieme avranno un figlio, Håkon Herdebrei (Håkon dalle Spalle Larghe) ovvero colui che diventerà re Håkon II di Norvegia (1147 – 1162), il più giovane re di Norvegia che regnò dal 1159 al 1162 e morì all’età di 15 anni. I suoi genitori erano appunto Sigurd Munn e Tora, una donna della servitù dalle prodigiose qualità canore. La storia di Håkon II si trova nel libro della Storia dei Re redatto da Snorri Sturlasson – Heimskringla.

La vicenda di Sigurd e Tora è molto probabilmente alla base di quella che sarà una delle ballate più popolari e rivisitate fino ai giorni nostri, le cui varianti sono innumerevoli e che per la prima volta vengono raccolte e razionalizzate nel 1852 da Langstad. Altrettanto varie sono le melodie che si sono susseguite nel tempo. Testi e spartiti più recenti di questa ballata sono raccolti nel libro delle ballate “Sang i Norge” oppure nella raccolta “1000 anni di ballate popolari norvegesi” di Lilleba Lund Kvandal.

 

La trama di Inga Litimor

Tutte le versioni concordano con la vicenda di Inga Litimor, una contadina che mentre lavora nei campi canta per diletto e passatempo. Il suo canto è potente e più melodioso di qualsiasi strumento. Un giorno, il re sente il suo canto e la invita a cantare per lui a corte. Lui le  offre grandi doni, ma lei si rifiuta di cantare per il re. Quando il re le promette di farla diventare la sua regina, finalmente lei accetta di cantare e quando a corte comincia a cantare, tutti per incantesimo si addormentano e restano svegli solo lei e il suo re. Infine, il re mantiene la sua promessa e sposa Inga Litimor.

Le varianti sono innumerevoli e quasi tutte provenienti dalla regione del Telemark. Nel 1864 Sophus Bugge – un noto filologo – ne scrisse una versione sulla base di quella riportata da Åsne Gunleiksdotter Spokkeli (1789 – 1868) di Fyresdal. Nella versione riferita nella raccolta “Norske Dansevisur” di Hulda Garborg, Inga Litimor è in realtà una figlia di re. Musicalmente, la prima melodia concorde risale al 1860 scritta da Lindeman sulla base di una variante melodica scritta da Ragnhild Knutsdotter Bakken (1804), originaria di Gransherad. Le melodie che si sono susseguite nel tempo, pur mantenendo la stessa linea melodica, sono state adattate a sonorità contemporanee.

Il testo che segue è l’ultima versione nota di cui si riportano solo le strofe che sono giunte fino a oggi in modo completo e di cui vi sono melodie certe applicate; come tutte le ballate si presenta in forma di strofa e ritornello che ricorre cadenzato ogni due versetti.

01)  Inga Litimor på handkvedn i kungsgarden mol,

og kveda dei små visone tå ljos og liv og sol.- Aldri nokon kunde kveda

som ho Litimor den unga og den vene.

01) Inga Litimor lavorava nei campi del re

E cantava lieta per i fiori, i gigli, la vita e il sole

–      Nessuno cantava meglio di lei

della giovane e avvenente Litimor

2) Og adle kungjens sveina vart kadla fy’ sin drott,

“Kven va da no som leika so ven ein harpeslått?”

– Aldri nokon kunde kveda

som ho Litimor den unga og den vene.

02) E il nobile giovane re fu ammaliato dalla sua abilità

«Chi canta come se suonasse un’arpa?»

–      Nessuno cantava meglio di lei

della giovane e avvenente Litimor

6) G: “Fy’ kungjen, vetla Inga i dag du kveda skal.

Til løn vil han deg klæda som jomfru i si hall.”

Aldri nokon kunde kveda

som ho Litimor den unga og den vene.

6) «Per sua Maestà, o piccola Inga oggi tu canterai

Per compenso, ti adornerà come la preferita della sua corte»

–      Nessuno cantava meglio di lei

della giovane e avvenente Litimor

7) Takk, stor er kungjens gåva og ærefull å få,

men sut og saknad ingjen seg mune kle i frå.

Aldri nokon kunde kveda

som ho Litimor den unga og den vene.

7) «Grazie, grande è il dono e l’onore che il re mi concede

Ma nessuno osa adornarsi di responsabilità e nostalgia»

–      Nessuno cantava meglio di lei

della giovane e avvenente Litimor

9) “Takk, stor er kungjens æra, song fuglen på sin kvist;

men betre vera elska, veit mannabadne visst.”

Aldri nokon kunde kveda

som ho Litimor den unga og den vene.

9) «Grazie, grande è l’onore del re, cantava l’usignolo sul suo ramo

Ma è meglio essere amati, lo sanno bene gli uomini»

–      Nessuno cantava meglio di lei

della giovane e avvenente Litimor

13) ”Når ungje kungjen vel meg tå kjærleik til sitt viv,

Fyr eg er konungsdotter, og han sit i min arv.”

Aldri nokon kunde kveda

som ho Litimor den unga og den vene.

13) «Quando il giovane re mi darà il suo amore e il suo regno

Poiché sono figlia di re, la sua e la mia eredità uniremo»

–      Nessuno cantava meglio di lei

della giovane e avvenente Litimor

17) Og dar vart vigsle veitsla, og songjen auka på.

og har kje nyst dei slutta, so vare da endå.

Aldri nokon kunde kveda

som ho Litimor den unga og den vene.

17) e da allora l’amore regnò e non aveva occhi che per lei

E non vi è fine al loro amore, che dura ancora oggi

–      Nessuno cantava meglio di lei

della giovane e avvenente Litimor

spartito della ballata di Inga Litimor

Il video che segue è una versione della ballata di un giovane gruppo norvegese i “Gåte” (Enigma) la cui caratteristica è unire sonorità rock contemporanee al folk tradizionale norvegese. La loro versione della ballata di Inga Litimor è tanto fedele quanto attuale. Il testo utilizzato è quello riportato sopra.

 

Motivi ricorrenti

La particolarità della ballata di Inga Litimor è che in essa ricorrono due dei principali motivi delle ballate di corte: la musica come strumento mistico e di fascinazione magica e la giovane povera donna che sale di rango e diventa regina.

La forza mistica e l’energia della musica e del canto sono nella cultura nordica delle potenze tali da riuscire a compiere prodigi ed è un tema ricorrente in ballate come “Horpa” e “Villemann og Magnhild – Il contadino e Magnhild” dove la musica, il suono di uno strumento e il canto hanno un ruolo determinante. Nella ballata di Inga Litimor a questo motivo – già di per sé forte e affascinante – anche quello della “cenerentola” sia che nasca di umili condizioni, sia che appartenga a una nobiltà decaduta in disgrazia. Tradizionalmente, nel mondo norvegese arcaico le donne di servizio, le contadine e le persone di umili origini non erano mai tenute in alto conto, poco considerate e anche poco “notate”, per cui è di per sé una sorprendente meraviglia anche nel contesto delle ballate cavalleresche nordiche come Inga Litimor riesca ad assurgere addirittura al rango di regina grazie al suo dono canoro.

La ballata di Inga Litimor per la danza

Una delle raccolte più recenti di ballate norvegesi è quella di Hulda Garborg del  1904. La ballerina Klara Semb, nel  1909, per festeggiare i 10 anni della casa editrice BUL di Oslo propose una versione “danzata” delle ballate norvegesi sui testi della Garborg e riportate fino all’ultima edizione risalente al 1985. Nel libro si riporta e si spiegano i passi su come ballare anche la ballata di Inga Litimor. La danza si esegue nel modo seguente:

  • Si inizia la danza con due passi laterali e 4 in avanti;
  • Disegnate una V e una H sui due versetti per arrivare con il piede giusto sul ritornello;
  • La coppia si prenda per la vita alla maniera delle Fær Øer e si prendano per mano con l’altra mano libera;
  • Eseguano un giro completo su se stessi, l’uomo retrocedendo (girando di spalle) e la donna avanzando)
  • Due saltelli sul posto come nella polka masurca cantando il ritornello «aldri nokon kunne kveda som ho – nessuno cantava meglio di lei»
  • L’uomo lascia la presa della mano sinistra;
  • La donna fa un giro su se stessa con le braccia alzate e due salti sul posto;
  • L’uomo di fronte alla donna balla sul posto entrando e uscendo dal cerchio immaginario creato dalla donna.

Tutto chiaro? Provate è molto divertente! Tutto ovviamente a tempo di musica.

Fonte: MUSIKKROM – Trad. © Annalisa Maurantonio

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Herr Ole / Jeg Lagde meg så silde – La ballata di Ole Vellan

La ballata Jeg lagde meg så silde (Dormivo così serenamente…) è una ballata norvegese appartenente alla categoria delle ballate medievali ed è spesso “confusa” o confluisce in un’altra ballata che si chiama semplicemente Ole Vellan o Olav Velland.

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La vicenda di base narra di un cavaliere che vive spensierato alla corte del re fino al giorno in cui riceve la notizia di tornare subito a casa perché la sua fidanzata è gravemente malata. Lui si affretta, ma lungo il cammino avverte sinistri presagi e quando arriva su un colle percepisce il suono delle campane e scorge il corteo funebre che sta accompagnando la sua fidanzata morta al cimitero. Per molte strofe, lui – inconsolabile – da voce al suo strazio. La ballata è narrata in “prima persona”, cosa piuttosto rara per le ballate medievali

Ole Vellan è considerata una variante della stessa ballata, ma raccontata tradizionalmente in terza persona e con una forma più epica: il protagonista viene a sapere alla corte del re della morte della sua fidanzata, si reca dal re per chiedere il permesso di tornare a casa. Il re gli offre doni e un’altra sposa, ma il cavaliere decide di andare dalla sua amata e quando riesce a vederla ormai cadavere, muore dal dolore.

«Le ho accarezzato la sua pelle livida

Che un tempo era così rosea

Signore Dio, meglio se fossi rimasto un poveraccio!

Ritrovo qui morta, la mia adorata»

The sleeeping beauty di John Duncan – 1915

Esistono oltre 40 versioni di questa popolare ballata; circa la metà sono state scritte o trascritte  nel Telemark nel XIX secolo e fino ai primi anni del ‘900, altre varianti provengono da diverse altre regioni norvegesi. Uno dei principali “collettori” di questa ballata è Sophus Bugge il quale riportò la versione scritta da Signe Eivindsdotter Storgård (1790 – 1861) di Lårdal. Bugge la incontrò nel 1857 e con il suo aiuto raccolse altre 20 ballate tipiche che, in seguito, pubblicò sotto il titolo di Gamle norske Folkeviser. Come per il testo, le melodie applicate sono altrettanto numerose, tra le più rinomate si cita la variazione su tema di Lindeman del 1848 della tradizione folkloristica della regione Valdres.

Il testo più antico noto è scritto in danese e risale alla seconda metà del 1500: nel 1573, Anna Parsberg – una delle dame di compagnia della regina Sofia – scrisse una ballata di sei strofe in forma poetica ispirata a “Ole Vellan”. La Regina Sophia di Mecklenburg (1557 – 1631) era la moglie di Federico II di Danimarca, si sposarono nel 1572 e lei era un’appassionata di poesia e di ballate antiche; fu lei a chiedere allo storico e sacerdote Anders Sørensen Vedel di raccogliere le più antiche ballate danesi che furono, poi, pubblicate nel 1591 nella raccolta “Hundreviseboka – il Libro delle Cento Ballate”.

Una delle più notevoli è proprio Jeg lagde meg så silde, raccontata in prima persona. È insolito che in una ballata si usi la forma dell’ “io narrante”, gli studiosi hanno sempre pensato che questa forma espressiva fosse più soggettiva e tipica di ballate relativamente più moderne, ma in realtà vi sono altre ballate medievali che utilizzano la forma soggettiva per narrare la vicenda. Tuttavia il testo danese del 1573 utilizza la terza persona e il protagonista si chiama Oluf, il testo danese si ritiene il “padre” delle numerose successive varianti norvegesi dove il protagonista assume anche varianti del nome Ole / Ola / Olav / Olaf. Il testo resta profondamente romantico, doloroso e armonioso nel complesso.

Le melodie applicate alla ballata sono altrettanto varie e utilizzate nel tardo ‘800 anche come melodie funebri per accompagnare i funerali. La melodia più nota è attribuita a Ludwig Mathias Lindeman del 1848.

La melodia talmente popolare divenne addirittura l’inno nazionale svedese Du gamla Du Fria, liberamente ispirata proprio alla ballata. L’autore dell’inno, Richard Dybeck, la riscrisse per la prima volta nei primi anni del 1840 su ispirazione di Rosa Wretman del Västmanland, su questa melodia scrisse un nuovo testo che divenne, appunto, l’inno nazionale svedese.

Delle diverse varianti si riporta quella del 1848 sulla quale fu scritta anche la melodia di Lindmann.

Jeg lagde meg saa sildig

1. Jeg lagde mig saa sildig alt seent om en Kvæld
jeg vidste ingen Kvide til at have
saa kom der da Bud ifra Kjæresten min
jeg maatte til hende vel fare
– Ingen har man elsked over hende. –
1. Dormivo così serenamente una tarda serata

Non avevo alcuna preoccupazione

Finché non giunse un messaggio dalla mia promessa sposa

Dovevo tornare presto da lei

– Non ho mai amato nessuno oltre lei –

2. Saa gik jeg da mig oppaa höiande Loft
aa klædde mine bedste Klæder
jeg klædde paa mig en Klædning af ny
en Klædning af Bomölske Flöiel
2. Allora sono corso a prepararmi

Per indossare i miei abiti migliori

Ho indossato abiti nuovi

Vestiti di soffice cotone

3. Saa gik jeg da mig i Stalderen ind
aa klapped Graagangeren paa Bagen
jeg lagde paa hannem Salen af Sölv
og Beslet af Guld var beslagen
3. poi mi sono recato nella stalla

E ho accarezzato sul dorso il mio destriero grigio

Ho messo la sella d’argento e le briglie d’oro

4. Saa rider jeg fire Styver Milervei
mens andre monne södeligen sove
som jeg da kom til min Kjærestes Hjem
da mödte jeg min Kjæreste Svoger
4. Ho cavalcato quattro volte le sette leghe

Mentre gli altri dormivano serenamente

Per raggiungere la dimora della mia amata

Attraversando atri boschi per la mia amata

5. Saa gik jeg da mig oppaa høiande Loft
hvor jag haver været saa mange
der stander de Jomfruer alt udi en Flok
aa pynta min Kjærest til Graven
5. Infine, sono giunto su un alto colle

Dove ero stato molte volte

Laggiù c’erano delle suore in corteo

Che preparavano la mia amata per la tomba

6. Hendes Föder va hvide

hendes Fingre va smaa,
hendes Øine va blaa som en Due
aa Bryst havde hun som Sneen udi Huul
aa Munden som Sukker den söde

6. I suoi piedi erano così bianchi

Le sue dita così sottili,

i suoi occhi erano blu come una colomba

il suo seno bianco come neve

e la sua bocca dolce come zucchero

7. Haar havde hun som va spunden af Guld
aa flettet med en liden Flöíels Nøsse
hendes Bönner vore saa inderlig te Gud
i Himmerig maatte hun möde
7. Aveva i capelli come fili d’oro

Intrecciati con nastri preziosi

Le sue preghiere ascolta intimamente o Dio

Nel Regno dei Cieli lei deve stare

8. Saa rider jeg et Stykke derfra
saa fik jeg höre de Klokkerne klinga
ikke andet jeg vide og ikke andet jeg fornam
end mit Hjerte i Stykker mon springa
8. Avanzo lentamente ancora un po‘

Poi sento suonare le campane

Nient’altro conosco, nient’altro comprendo

Se non il cuore infranto e a pezzi

9. Saa rider jeg te Kirkegaarden frem
da fik jeg see de Klokkerne udvælga
der stander de Jomfruer, höviske Mænd
bad mig en anden Ven at udvælga
9. Cavalco verso il cimitero

Vedo le campane suonare,

le suore pregare, dei nobil uomini

mi consiglarono di scegliere un’altra compagna

10. Vel kan jeg fæste en anden ved min Haand
aldrig finder jeg hendes Liga
hendes Liga findes ikke i denne Verdens Land
ei heller i de tre Kongerigar
10. Ma io non posso stringere nessun’altra mano

Non troverò mai una donna simile a lei

Non esiste una donna come lei in tutto il mondo

E in nessuno dei tre Regni.

La versione in musica che si propone è quella di Ludwig Mathias Lindman del 1848, eseguita dalla cantante lirica Sissel Kyrkjebø durante una trasmissione TV sulla rete nazionale NRK, andata in onda nel 2005.

Il brano cantato è in norvegese, in una versione ridotta, e solitamente si cantano la 1°, 4° e 5° strofa

Jeg lagde meg så silde

1. Jeg lagde meg så silde og sent om en kveld
jeg visste ingen sorrig til å have
så kom der et bud i fra kjæresten min
jeg måtte til henne vel fare
Ingen har jeg elsket over henne
1.Dormivo beatamente in una tarda serata

Non conoscevo dolore né sofferenza

Poi all’improvviso giunge un messaggio della mia amata

Dovevo correre da lei

Non ho mai amato altro che lei

2. Så red jeg meg de mange mile frem
mens andre monne sødelig sove
og veien den gikk til min kjærestes hjem
igjennom de mørknende skove
2. Così ho cavalcato per mille miglia e più

Mentre gli altri dormivano beati

La strada che portava dalla mia amata laggiù

Attraversava boschi oscuri e atri

3. Og alle de små fugler i skoven va’
De voldte meg så stor en kvide
For Alt det di kvitret og alt det de kvad
De sagde at jeg fortere skuld’ ride
3. E tutti gli uccelli del bosco

Cantavano un’unica melodia

Il canto di quegli uccelli conosco

E mi diceva che dovevo cavalcare con vigoria

4. Så ganger jeg meg opp i høyen loft
Som alltid jeg var vant til å gjøre
Der stander de jomfruer alt uti flokk,
Og kledde min kjærest til døde.
4. Infine giunsi sull‘alto colle

Come ero sempre solito fare

Là vidi radunate fanciulle a folle

Che vestivano la mia amata per il funerale

5. Så gikk jeg meg ut i den grønne eng
Der hørte jeg de klokker ringe
Ei annet jeg visste, ei annet jeg fornam
Enn hjertet i stykker ville springe
Ingen har jeg elsket over henne.
5. Allora ho corso sul verde prato

Sentivo le campane suonare

Null’altro sentivo null’altro capivo

se non il mio cuore affranto

non ho mai amato altro che lei.

 

Qui di seguito, infine, si riporta la versione narrata in terza persona della ballata di Ole Vellan (anche questa da una trascrizione del 1848).

La ballata di Ole Vellan

1.Ole Vellan tjente på kongens gård
der tjente han for føde og for klede,
så kom der et brev i fra Rosenlund,
som siger at hans kjæreste er døde.
1. Ole Vellan era al servizio del re

In cambio di cibo e vestiti,

un giorno giunse una missiva da Rosenlund

che diceva che la sua amata era morta

2.Han Ole han stiller seg for kongens brede bord
han gjorde all den tjeneste som han kunne,
så ba han sin nådigste konge om forlov
at reise til Rosende Lunde.
2. Ole si presenta al desco del re

E in nome di tutti i servigi resi

Chiese al suo re misericordioso il permesso

Di tornare a casa nel Rosenlund

3.Kongen han svara frå sitt bredeste bord:
Jeg vil derom slett intet høre,
men du skal få svara eit einaste ord:
Hva har du i Rosenlund at gjøre.
3. Il re rispose dal suo grande desco:

Non voglio sentire altro,

ma devi rispondermi a una sola cosa:

che affari hai a Rosenlund

4.Det er kommet en tiend hit til din gård
hvor over mitt hjerta monne bløde.
Det er kommet et brev i fra Rosenlund
som sier at min kjæreste er døde.
4. Qui a corte è giunto un messaggio

Che fa sanguinare il mio cuore

È giunta una missiva da Rosenlund

Che riferisce che la mia amata è morta

5.Og kongen han svara så listelig
det var ikke mer enn en kvinne,
men jeg skal gjøre det så ut i mitt råd,
at du skal få den fagreste grevinne.
5. E il re rispose con giovialità

Che non si trattava che di una donna,

farò tutto il possibile

per concederti la donna più bella

6.Og alle dei grevinner jeg akter ikke på,
dem ville jeg for allting ikke have,
men jeg få reise til Rosenlund
og følge min kjærest i graven.
6. «Di tutte le donne che posso avere

Non ne vorrei avere alcuna

Ma desidero tornare a Rosenlund

Per accompagnare la mia amata alla tomba»

7.Han Ole oppsala grågangaren sin
der sto han så blek som en lilje,
så red han så fort som den lille fugl fløy
alt over de nordenlandske fjelle.
7. Ole si precipitò dal suo destriero grigio,

era pallido come un giglio,

cavalcò più forte che poté, come un uccello

che migra lontano dalle terre fredde

8.Da han kom seg til Rosenlund
da bandt ha nsin hest til en stolpe,
så gikk han seg i fruerstuen inn
der fruer og jomfruer gråte.
8. Quando giunse a Rosenlund

Legò il suo destriero a un palo,

poi entrò nella sala allestita

dove donne e fanciulle piangevano.

9.Så gikk han seg i likstuen inn,
der vred han sine hender så såre,
og hvert det sandkorn på gulvet lå
det vætet han med sin tåre.
9. Entrò nella sala mortuaria,

si contorceva le mani fino a farle sanguinare,

e ogni singolo granello di sabbia per terra

era bagnato dalle sue lacrime.

10.Hu gamle mor hu tala så mildelig:
Du finner vel igjen hennes like.
Nei hennes like jeg aldri mere ser
ei heller uti syv kongerike.
10. La sua anziana madre gli parlò teneramente: Troverai certo una al suo pari.

No, non esiste al mondo una donna pari a lei

In nessuno dei sette regni.

11.Han Ole han satte seg ner på ein stol
han satte seg der til at sove,
han befala Gud sin syndige sjel
og så oppga han sin ånde.
11. Ole si andò a sedere su una sedia

Si sedette per dormire,

ma lui pregava Dio di prendere la sua anima peccatrice finché poi il suo spirito spirò

12.Begge de lik de blei lagt i ein båt
og kisten den var utav marmor,
der skal de ligge alt til dommedag
og Gud han oppvekker oss alle.
12. Entrambi cadaveri furono posti su una barca e la bara era di marmo puro

In essa riposeranno fino al Giorno del Giudizio quando Dio resusciterà tutti dalla morte.


Trad. © Annalisa Maurantonio

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Heiemo og Nøkken – La fanciulla e il Nøkk

Heiemo og nøkken

una delle rappresentazioni del nøkk

Nella tradizione norvegese, sono numerose le ballate con uno sfondo magico o mistico e basate sugli incontri – quasi mai a lieto fine – tra gli esseri umani e gli esseri sovrannaturali come elfi, folletti, gnomi e il nøkk, un personaggio appartenente al mondo sovrannaturale nordico. È uno degli esseri fantastici più antico della tradizione e lo si capisce anche dalle numerose varianti del suo nome a seconda della regione: nøkk (nella Norvegia sud e centro-orientale), nykken o nykkjen (nella Norvegia orientale, in diversi dialetti e in neo-norvegese/nynorsk). È una sorta di “ninfa” o “sirena” al maschile che vive lungo i fiumi, negli stagni, laghi o mari, ovunque vi sia presenza di acqua. La presenza di questo personaggio – anche sessualmente molto rimarcato – trova riscontro fin dalle narrazioni  norrene, nelle saghe e nelle fiabe più antiche, sia in Norvegia che in Svezia. Nøkk è da sempre la rappresentazione e personificazione di tutto ciò che di pericoloso rappresenta l’acqua, e il suo aspetto assume diverse sembianze. La sua caratteristica è quella di attirare la gente a sé per annegarla. Questo personaggio ammaliante e seducente, mostruoso e pericoloso si ritrova anche in tutta la mitologia germanica in una quantità di varianti locali, in tutto il Nord Europa. La figura del nøkk e degli spiriti delle acque si evolvono, probabilmente, dagli spiriti che popolavano le pozze d’acqua nei miti greco – mediterranei, poi evolutisi in serpenti d’acqua, draghi, sirene, tritoni, ninfe e altri esseri o mostri marini. Però, il nøkk è prevalentemente un essere che vive nelle acque dolci.

Heiemo og nøkken

rappresentazione del nøkk secondo il disegnatore folkloristico norvegese Kittelsen

Le varie rappresentazioni del nøkk

Nelle narrazioni più antiche il nøkk è rappresentato come un essere malefico e mostruoso strettamente imparentato con demoni ed esseri dell’oltretomba. Vive nei pressi dei bacini d’acqua e cerca di ammaliare gli esseri umani e gli animali soprattutto al calar del sole per indurli al suicidio. Il nøkk era ritenuto particolarmente pericoloso per i neonati non battezzati e per le donne incinta. In alcune versioni “moderne” del nøkk, lo si rappresenta come una figura mesta, che vive in solitudine che trascorre il tempo lamentandosi del fatto che non otterrà mai la beatitudine eterna né vedrà mai il paradiso.

Il nøkk è da sempre legato all’annegamento, sia che sia egli stesso a indurlo, sia quando si presenta sotto forma di presagio, di drago che prevede sventure, suicidi, carestie o maltempo attraverso le sue grida orrende o suoni cupi e inquietanti. Queste urla sono tuttora chiamate “varskrik” (urla di avvertimento) e si associano ai versi di alcuni uccelli, in particolare della strolaga o del picchio. In molte leggende, ricorre la credenza che il nøkk richiede ogni anno, un sacrificio umano per affogamento, al fine di essere appagato. Alcuni racconti narrano di come il nøkk afferri le sue vittime, le trascini sul fondo senza mai lasciare la sua forte presa; altre, invece, narrano di come gli affogati, una volta giunti sul fondo, in realtà entrano in maestose e preziose sale, verde smeraldo, simili a castelli subacquei.

Perché tutte queste brutte storie sul nøkk? Gli scopi sono principalmente due:

  1. Tenere i bambini lontani dai pericoli dell’acqua, ma anche dagli sconosciuti e dagli animali;
  2. Spiegare e interpretare eventi e incidenti tragici o spiegare le forze sconosciute e potenti della natura.

Che aspetto ha il nøkk

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Rappresentazione del nøkk secondo Erneste-Auguste Gendron

Il nøkk è un essere invisibile, ma può assumere diverse forme: un relitto, un tronco galleggiante o qualsiasi cosa che galleggi a pelo dell’acqua. Può anche uscire dall’acqua e camminare sulla terra ferma sotto forma di cavallo o di uomo per attirare e ingannare la gente. È frequente la tradizione che vuole il nøkk raffigurato come un giovane uomo, molto bello, dai capelli lunghi e fluenti, che suona il violino e che seduce le ragazze fino a condurle alla morte. A volte, il nøkk è rappresentato come un nano con un cappuccio rosso oppure un vecchio dalla lunga barba grigia. Il nøkk, inoltre, può essere un volto, con i capelli, la barba e i grandi occhi che sbirciano dalla superficie dell’acqua.

Il nøkk nelle altre tradizioni nordico-germaniche

Nella tradizione tedesca il Nøkk si chiama Nix ed è spesso rappresentato come un uomo anziano con la lunga barba, a volte è in tutto simile a un tritone in opposizione all’alter ego femminile della sirena. In alcune leggende tedesche, è rappresentato come un ragazzo dai riccioli rosso-dorati. Il nøkk interpretato come un cavallo, bianco o nero, che incuriosisce i bambini e li spinge a cavalcarlo appartiene soprattutto alla tradizione del Sud della Svezia. Sempre in Svezia, il nøkk può assumere le sembianze di un bue nero.

Nella tradizione popolare celtica si chiama Kelpie e come il nøkk può mutare forma ed è solitamente nero, ma anche bianco, e vive in prossimità dell’acqua e dei laghi irlandesi o scozzesi, dove lo si incontra anche con il nome di each uisge. Nelle isole Orcadi, questo essere si chiama nuggle, mentre nelle Shetland prende il nome di shoopiltee, njoget o tangi. Nell’Isola di Man è noto come cabbyl-ushtey o glashtin. Nelle isole Færøy si chiama nykur e in Islanda è nennir.

La musica e il nøkk

Fontana del nøkk nel Kungsträdgården di Stockholm. Opera di Johan Peter Molin (1814–1873). Rappresenta un økk suonatore di arpa in visita dal gigante Æge che nella mitologica norrena è colui che domina i mari.

Per ammaliare le sue vittime, il nøkk utilizza canti e melodie bellissimi. In numerosi racconti è associato a un bravissimo maestro di violino, in altri è un abile suonatore di arpa. Ci sono racconti in cui il nøkk trasmette la sua sapienza musicale agli esseri umani in cambio di un sacrificio o una ricompensa, come la promessa della salvezza eterna. In Svezia si racconta che se si porta un’offerta in prossimità di un lago o una cascata il giovedì sera, il nøkk (o näck nella dicitura svedese) emerge e in cambio dell’offerta, accorda il violino o regala il proprio all’offerente che – grazie allo strumento prodigioso – diventerà un noto musicista. L’offerta sacrificale può essere un animale di colore nero (spesso un gatto), tre gocce di sangue del dito anulare, la grappa o l’acquavite. L’immagine del nøkk musicista è più recente e “romantica” e si lega spesso alla figura di un violinista che per acquisire abilità si reca presso una cascata e ci resta tutta la notte ad ascoltare le note e la musica della cascata per imparare dalla natura i segreti della musica; spesso sono le donne e i bambini che restano incantati in ascolto dell’abile violinista, che è anche bello e sicuro di sé.

Come difendersi dal nøkk

La “presa” del nøkk non sempre è mortale, soprattutto se si ha la prontezza di sputargli contro o gettare in acqua qualcosa di appuntito come per esempio un ago, un coltello o una piccola croce di metallo. Lo si può fermare facendo un incantesimo con il lancio della “pietra del nøkk”, vale a dire, lanciando in acqua un sasso il più lontano possibile per distrarlo. Nel caso in cui, si viene catturati dal nøkk c’è ancora la possibilità di liberarsi e sopravvivere pronunciando semplicemente il suo nome: nøkk! Un antico versetto suggerisce di pronunciare l’incantesimo: « Nyk! Nyk! Nål i vann. Jomfru Maria kastet stål i vann! Du synker, jeg flyter! – Nøkk! Nøkk! C’è un punteruolo nell’acqua. La Vergine Maria ha gettato un punteruolo nell’acqua! Tu affoghi ed io scappo!»

Tutto ciò ci introduce a quella che è – forse – una delle ballate più popolari e che ha numerose varianti, ma che nella sostanza racconta la stessa storia, quella di Heiemo og nøkk – La Fanciulla e il nøkk.

La ballata della fanciulla e del nøkk

Come la maggior parte delle storie con un nøkk protagonista, non c’è il lieto fine. In questo racconto, un nøkk emerge dalle acque e vede una fanciulla che canta, se ne innamora e la vuole per sé. Decide di intraprendere un viaggio tra gli umani, costringe una nave a dirigersi verso il luogo dove vive la fanciulla, cerca di sedurla, canta e balla con lei e quando le propone di diventare sua moglie, la ragazza si rifiuta, allora il nøkk cerca di prenderla con la forza e nel tentativo di violenza, la fanciulla riesce a sferrare una coltellata al cuore del nøkk che muore. La fanciulla canta vittoria per essere riuscita a preservare la sua verginità e aver ucciso un essere malefico.

1) Heiemo kvad, det song i li,

– med mine

Det høyrde Nykken på havet skrid

-Tvo rosor sove der inne

1) La Fanciulla cantava e il suo canto risuonava sulle colline

– Ricordate

Il nøkk che solcava le acque, la sentì cantare

– Due rose riposano laggiù

2) Heiemo kvad, det song i lund,

-med minne

Det høyrde Nykken, den heidingehund.

-Tvo rosor sove der inne.

2) La fanciulla cantava e il suo canto risuonava tra i boschi

– Ricordate

Il nøkk – quel cane pagano – la sentì cantare

– Due rose riposano laggiù

3) Nykken tala til styringsmann:

-med minne

“Du styre mitt skip på kriste land!”

-Tvo rosor sove der inne.

3) Il nøkk dice al suo timoniere:

– Ricordate

«Devi condurre la mia nave nella terra dei cristiani!»

– Due rose riposano laggiù

4) Han skapte seg klede bå gule og blå

-med minne

Han skapte seg hest og gullsal på

-Tvo rosor sove der inne.

4) Creò per sé splendidi abiti color oro e blu

– Ricordate

Creò un cavallo con una sella d’oro

– Due rose riposano laggiù

5) Så gjeng han inn i stova inn

-med minne

Med høge hatt og blome kinn

-Tvo rosor sove der inne.

5) infine, giunse nella sala da ballo

– Ricordate

con un alto cappello e guance rosee

– Due rose riposano laggiù

6) No er han komen, som dansen kan treda

-med minne

No skal den som venast kan, kveda

-Tvo rosor sove der inne.

6) Ecco, ora è arrivato colui che destreggia l’arte della danza

– Ricordate

Ecco, ora è arrivato colui che canta splendidamente

– Due rose riposano laggiù

7) Nykken han dansa og Heiemo kvad

-med minne

Det gleddest alt folket i stovone var.

-Tvo rosor sove der inne.

7) Il nøkk danzava e la Fanciulla cantava

– Ricordate

Per la gioia di tutta la gente nella sala

– Due rose riposano laggiù

8) No må kvar ganga heim til seg

-med minne

Heiemo tek eg på skipet med meg.

-Tvo rosor sove der inne.

8) Ora tutti devono tornare a casa

– Ricordate

« Porterò la Fanciulla a bordo con me»

– Due rose riposano laggiù

9) Heiemo gret, sine hender vreid

-med minne

“Skal eg fylgje Nykken den lange lei?”

-Tvo rosor sove der inne.

9) La fanciulla pianse, le sue mani si contorcevano

– Ricordate

«Devo andare con il nøkk così lontano?»

– Due rose riposano laggiù

10) “Heiemo, Heiemo still di sut!

-med minne

Du skal rå mine fem gullbu!”

-Tvo rosor sove der inne.

10) «Fanciulla, Fanciulla, placa il tuo pianto»

– Ricordate

«Avrai le mie cinque case d’oro!»

– Due rose riposano laggiù

11) “Heiemo, Heiemo still din harm!

-med minne

Du skal få sova i nykkens arm!”

-Tvo rosor sove der inne.

11) «Fanciulla, fanciulla, placa la tua ira»

– Ricordate

«Dormirai tra le mie braccia!»

– Due rose riposano laggiù

12) Så tok han Heiemo opp i sitt fang

-med minne

Vil bera henne på skipet fram.

-Tvo rosor sove der inne.

12) e poi afferrò la Fanciulla, la prese in braccio

– Ricordate

Per portarla sulla sua nave

– Due rose riposano laggiù

13) Ho stakk til Nykken i holamot,

-med minne

odden ho satte i hjarterot.

-Tvo rosor sove der inne.

13) Allora la Fanciulla colpì il nøkk al petto

– Ricordate

La lama del coltello conficcò nel cuore del nøkk

– Due rose riposano laggiù

14) “Her ligg du Nykken for hauk og ramn”

– med minne-

“Enno ber eg mitt jomfrunamn”

– tvo rosor søve der inne.

14) «Ecco, muori nøkk, alla mercé di falchi e corvi»

– Ricordate

«Mentre io preservo ancora la mia verginità» – Due rose riposano laggiù

Si propone una versione cantata di questa ballata, eseguita da Kirsten Bråten Berg. Il testo è del tutto simile alla versione tradizionale ad eccezione del verso che si ripete tra le strofe: al posto di “Ricordate … Due rose riposano laggiù” si ripete «Vakna diggo ædelege drengje … for de hev sove tidi for lengje – Svegliatevi – voi – nobile schiera … perché troppo a lungo avete dormito». Il testo per seguire e provare a cantare il brano è il seguente. 

1) Heiemo kvad, det song i li.
vakna dikko ædelege drengje
Det høyrde nykkjen, på havet skrid,
For de hev sove tidi for lengje.

2) Heiemo kvad, det song i lund.
vakna dikko ædelege drengje
Det høyrde nykkjen, hei’innund.
For de hev sove tidi for lengje.

3) Nykkjen tala til styringsmann:
vakna dikko ædelege drengje
Du styre mitt skip på kristne land!
For de hev sove tidi for lengje.

4) Eg vil meg på kristne land gå,
vakna dikko ædelege drengje
Den vene jomfruva vil eg få.
For de hev sove tidi for lengje.

5) Så gjeng han seg i stova inn
vakna dikko ædelege drengje
med høge hatt og blomekinn
For de hev sove tidi for lengje.

6) Nykkjen han dansa, og Heiemo kvad,
vakna dikko ædelege drengje
det gledde alt folket i stogunne var
For de hev sove tidi for lengje.

7) No må kvor gange heim til seg,
vakna dikko ædelege drengje
Heiemo tek eg på skipet med meg.
For de hev sove tidi for lengje.

8) Heiemo, Heiemo, still di harm,
vakna dikko ædelege drengje
du sku sove på nykkjens arm.
For de hev sove tidi for lengje.

9) Ho stakk til nykkjen i holamot,
vakna dikko ædelege drengje
odden han rann i hjarterot
For de hev sove tidi for lengje.

10) Her ligg du, nykkjen, fyr ravn og hund
vakna dikko ædelege drengje
enno hev eg min kvedarlund.
For de hev sove tidi for lengje.

Trad. © Annalisa Maurantonio

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